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Chi è Alice Weidel, volto dell’estrema destra tedesca

Il paradosso di una gay, sposata con una straniera, che vorrebbe deportare gli immigrati

13 Agosto 2025 Marianna Gatta  2502

(Articolo pubblicato il 25 febbraio 2025)

Alice für Deutschland, acclamano folle di tedeschi. Il suono assomiglia molto allo slogan hitleriano Alles für Deutschland, che dal dopoguerra è proibito pronunciare, e in Germania può facilmente portare in tribunale. A essere acclamata è Alice Weidel, volto di Alternative für Deutschland (AfD), che ha portato le preferenze al partito di estrema destra dal 12% a oltre il 20%. Eppure, Alice Weidel sembra essere l’emblema dell’ipocrisia. La rappresentante del partito che in Germania osteggia le leggi per i diritti Lgbtq+, e sostiene politiche populistiche euroscettiche, identitarie e razziste, è la stessa che vive per la maggior parte del suo tempo in Svizzera, e ha una compagna di origini srilankesi, la produttrice di documentari Sarah Bossard, con cui ha adottato due bambini.

Residente in un altro Paese, tanto da votare per posta, gay e sposata con una persona di origini straniere, Frau Weidel parla tranquillamente e scandendo bene le sillabe – nel caso non si dovesse capire – di “remigrazione”. Una parola, sinonimo di deportazione forzata, che indica il rimpatrio su larga scala dei migranti, anche di quelli con una cittadinanza di lunga data. Inizialmente restii a usare questo termine, captato durante una riunione dell’anno scorso tra rappresentanti dell’Afd e neonazisti teutonici dichiarati, oggi i leader dell’Afd, spalleggiati da Elon Musk e da altri sovranisti europei, lo usano tranquillamente. Non solo, ma Weidel ha descritto gli immigrati come “ragazze con il velo, uomini armati di coltelli che vivono di sussidi statali e altre persone inutili”; e la sua assistente, la ventottenne Marie-Thérèse Kaiser, è stata condannata in appello per avere definito gli afghani “stupratori di gruppo”. Inoltre ha sostenuto politiche per la limitazione della libertà religiosa dei musulmani, come il divieto di minareti e quello del velo nelle scuole.

Perché quindi una donna sposata con un’altra, nata nello Sri Lanka, dovrebbe farsi portavoce di un pensiero così profondamente razzista? Le motivazioni appaiono legate al puro interesse politico. Nel 2013, Weidel inizia a militare nel neonato AfD, convinta dalle posizioni euroscettiche del partito e dall’avversione verso gli aiuti ai Paesi che, come la Grecia, stavano attraversando crisi profonde. Chi la conosceva, già in quel periodo, parla di una sua mossa opportunistica, perché, per sua stessa ammissione, “ci sarebbero voluti vent’anni” per fare lo stesso percorso nel partito conservatore tradizionale, la Cdu.

Mentre Giorgia Meloni, di solo due anni più grande, è cresciuta in politica parlando già poco più che adolescente alla tv francese delle sue posizioni di estrema destra, e diventando a 31 anni ministra della Gioventù nel governo Berlusconi, Weidel si è formata sui banchi della finanza. Cresciuta in Vestfalia, studia il cinese mandarino e gira il mondo asiatico – Cina, Giappone e Singapore – per approdare a Francoforte, dove lavora per la Goldman Sachs e la compagnia di assicurazioni Allianz. Fonda poi una società di consulenza, e inizia la sua scalata nelle file di un partito, come molti altri, a conduzione maschile. Entrambe, Meloni e Weidel, hanno quindi scelto di farsi portavoce di formazioni politiche con una scarsa base di sostegno attivo ma con grandi potenzialità per un futuro di comunicazione diretta, di social media. Hanno capito come cavalcare l’onda di un cambiamento populista dell’elettorato, estremo e gretto, con una volontà distruttiva verso gli ormai stantii “carrozzoni” della politica tradizionale europea.

Altro legame che le unisce è quello con l’imprenditore sudafricano, diventato presidente statunitense de facto, Elon Musk. Nonostante Weidel fosse solita dire: “Non saremo schiavi degli Usa”, e avesse posizioni vicine alla Russia di Putin, oggi apprezza il nuovo governo americano, e soprattutto il prezioso endorsement del miliardario sudafricano. Anche lei, come l’argentino Milei, sogna di tagliare tutti i sussidi statali possibili per i cittadini, puntando su uno Stato anti-Stato, chimera dell’ultracapitalismo. Vicini a formare un’internazionale di destra, come scrive Rino Genovese (vedi qui), questi partiti mostrano il vero volto del sovranismo: la creazione di un substrato amministrativo funzionale a un’imprenditoria globale, che protegga i profitti dalle crisi, come pure dalla politica, economica o climatica che sia. Tra le opinioni di Weidel, che alcuni vogliono già favorita alle elezioni del 2029, ci sono quelle sul cambiamento climatico. Weidel, infatti, parla di tirare giù “questi mulini a vento della vergogna”, riferendosi alle pale eoliche, che, fornendo circa un terzo dell’energia del Paese, hanno permesso alla Germania nel 2024 di produrre il record di 62,7% della propria energia da fonti rinnovabili, gran parte della quale proprio dall’eolico.

Bisogna sperare che le frasi urlate dai palchi della Turingia, e di tutta la Germania dell’Est, non siano altro che slogan per attirare il voto qualunquista contro le misure ecologiche volute dall’Unione, e non si trasformino in azioni politiche concrete se Weidel dovesse mai arrivare al potere. L’ascesa dell’AfD riflette il crescente consenso verso politiche estreme in Europa, ma la figura di Alice Weidel rappresenta un’inquietante contraddizione nel panorama attuale. Da un lato, la sua vita privata è l’emblema di una modernità aperta e inclusiva; dall’altro, le sue posizioni sono la conseguenza di ideologie xenofobe e populiste, che minano i diritti delle minoranze e promuovono una visione individualista e ultracapitalista della società. La sua retorica, apparentemente in contrasto con la sua realtà personale, solleva interrogativi sul ruolo dell’opportunismo politico nel tempo del populismo globale.

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TagsAfD Alice Weidel Germania Marianna Gatta opportunismo politico remigrazione

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