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Libia e Russia, il legame pericoloso

Sono già cinque le basi aeree concesse dal generale Haftar, uomo forte della Cirenaica, ai militari e ai mercenari di Putin

12 Agosto 2025 Guido Ruotolo  3800

(Articolo pubblicato l’11 febbraio 2025)

È nelle ultime settimane che l’“invasione” russa ha subito una violenta accelerazione in Libia. Ma se Mosca si è precipitata a trasferire uomini e mezzi in Libia dalla Siria, dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad, gli Stati Uniti, l’Europa e la Nato stanno tentando di contrastare il disegno di Putin, quello di trasformare il Paese in una sua base operativa, in Africa e nel Mediterraneo, trasferendo a Tobruk la flotta navale di stanza a Tartus, in Siria. Già alla fine di agosto, il generale dei marines Michael Langlay, a capo dello Us Africa Command, aveva incontrato a Bengasi il generale Khalifa Haftar, mentre la settimana scorsa una delegazione militare americana si è recata a Sirte. Il generale Haftar gioca su più tavoli. Le sue milizie gestiscono il traffico di droga dal Marocco e quello degli immigrati clandestini, oltre a contrabbandare il petrolio russo. Sono i suoi che vendono i visti agli immigrati che arrivano con voli charter dal Bangladesh, attraverso gli Emirati arabi uniti, fino all’Egitto, ad Alessandria. Sono loro gli aguzzini carcerieri e torturatori dei migranti, al pari del generale Almasri che comanda la polizia giudiziaria a Tripoli.

La Cirenaica di Haftar è legata a doppio filo proprio con l’Egitto e gli Emirati arabi uniti, ma il generale ha anche rapporti con alcuni Paesi europei, con la stessa Roma (il governo Meloni ha inviato aiuti alla popolazione alluvionata di Derna, nel 2023). Al pari delle milizie di Tripoli, quelle di Haftar sono bande armate violente. In questi anni, Amnesty International ha denunciato la scomparsa di diversi oppositori in Cirenaica. Come la deputata Seham Sergiwa, eletta in parlamento nel 2014 e sparita il 17 luglio del 2019. O come a Bengasi, nella primavera scorsa, un altro parlamentare, Ibrahim al-Darsi, scomparso dopo che la sua casa era stata presa d’assalto. Ma a Tripoli, come a Bengasi, la magistratura non ha la forza di fare eseguire gli arresti di decine di miliziani accusati di reati gravissimi.

Roma, e il governo Dbeibeh insediato a Tripoli, come anche le cancellerie di mezza Europa, guardano con preoccupazione alla prospettiva che il porto di Tobruk si trasformi in una base navale russa nel Mediterraneo. E sono evidenti le ragioni. Fonti occidentali parlano di recenti immagini satellitari che mostrano mercenari russi che costruiscono basi logistiche nel sud della Libia, mentre, all’indomani della fuga a Mosca della famiglia Assad, l’8 dicembre scorso, truppe inviate dalla Bielorussia e dalla Russia hanno raggiunto la Cirenaica. È comunque difficile conoscere le dimensioni reali della presenza russa in Libia. Insomma, i numeri degli uomini e dei mezzi a loro disposizione. Haftar è stato esule negli Stati Uniti durante il regime di Gheddafi, ma oggi sta consegnando la sua Cirenaica alla Russia. È di casa a Bengasi, in Cirenaica, il viceministro della Difesa russo, Yunus-bek Yevkurov, ricevuto direttamente dal generale Haftar.

In un dossier dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), si ricorda un’inchiesta congiunta del sito indipendente russo “Verstka”, del progetto All Eyes on Wagner e di Radio Free-Europe, secondo cui, nei primi mesi del 2024, Mosca avrebbe trasferito circa 1800 soldati e mercenari sotto il controllo di Haftar, insieme ad almeno cinque carichi di armamenti pesanti.
E questo prima del crollo del regime siriano. Nella base aerea di Chmejmim, in Siria, aerei cargo Antonov AN-124, dai giorni del crollo del regime, a partire da dicembre, hanno trasferito in Libia decine di veicoli militari e personale russo. Secondo fonti dell’intelligence, Mosca ha spedito in Libia anche radar e sistemi di difesa, tra cui batterie antiaeree S-300 e S-400.

Come si ricorderà, la rivoluzione del 2011, che finì con l’eliminazione di Gheddafi, mosse i primi passi proprio dalla ribelle Cirenaica e da Bengasi; e a seguito della risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, i caccia francesi bombardarono le truppe di Gheddafi che stavano reprimendo nel sangue la rivolta popolare. Oggi la Turchia di Erdogan e i filo-jihadisti sunniti hanno rovesciato il regime siriano di Assad, sostenuto dai russi e dagli sciiti libanesi di Hezbollah. Cinquant’anni di regime cancellati in poche settimane. Come nella Libia del dopo Gheddafi, così nella Siria del dopo Assad le diplomazie e le intelligence occidentali cercano di stringere rapporti con i nuovi leader. Persino gli Stati Uniti, con un colpo di spugna, hanno tolto la taglia di dieci milioni di dollari per la cattura di Ahmad al-Shara, presidente in pectore della nuova Siria. Il presidente Trump, nel 2018, aveva inserito nella lista nera delle sigle terroristiche anche il gruppo capeggiato appunto da al-Shara (noto anche come al-Jawlani). Dunque, i russi, che sostenevano il regime di Assad, hanno dovuto velocemente sgombrare il campo. E Putin ha deciso di trasferire in Libia – dove da alcuni anni, nel Fezzan e in Cirenaica, aveva aperto campi per i mercenari dell’organizzazione Wagner – la base operativa nel Mediterraneo e in Africa.

Nei giorni scorsi, in gennaio, il generale Haftar ha consegnato ai russi una nuova base aerea, quella di Maaten al-Sarra, tra Ciad e Sudan. Durante la guerra tra la Libia e il Ciad, nel 1987, le forze armate del Ciad occuparono e distrussero l’aeroporto utilizzato dall’aeronautica libica per colpire i nemici. È una base strategica, e i russi stanno ricostruendo e ampliando le piste di atterraggio e i depositi che serviranno a rifornire le loro forze già presenti in Mali, Burkina Faso e Sudan. Dovrebbero essere al momento cinque le basi aeree gestite dai russi: Al Khadim, Al Jufra, Brak Al Shati, Ghardabiya e Matan as Sarra. La prima ospiterà il “corpo africano” russo, a cui saranno aggregati anche ufficiali siriani ex fedelissimi di Assad. Secondo gli analisti esperti della Libia, proprio da queste basi vengono smistati militari e mercenari russi nei Paesi della fascia subsahariana che hanno accordi militari con il Cremlino.

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