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Siria in fiamme

Nei conflitti intercomunitari, si inseriscono le forze armate israeliane, con il pretesto di difendere i drusi, ma in realtà per affermare la politica di potenza regionale voluta da Netanyahu. Intanto si va avanti con il progetto di pulizia etnica a Gaza

21 Luglio 2025 Eliana Riva  894

Sono almeno mille i morti dell’ultima sanguinosa settimana in Siria. Vittime di un conflitto settario, che si inserisce in dinamiche internazionali, e in una instabilità regionale studiata e voluta. Sono diversi gli attori che da tempo agognavano al controllo diretto del Paese, dilaniato da quattordici anni di guerra civile. Dopo la caduta di Bashar al-Assad, nel dicembre 2024, e la fulminea ascesa delle forze di Hay’at Tahrir al-Sham e dell’autoproclamato presidente Ahmed al-Sharaa, le milizie sunnite fondamentaliste al potere hanno scatenato la rappresaglia jihadista sulle comunità considerate sostenitrici dell’ex presidente. E sui gruppi ritenuti “apostati”.

Sulla costa siriana, nel marzo scorso, circa 1.500 alauiti sono stati massacrati, mentre le autorità non intervenivano o partecipavano attivamente alla carneficina. Poi è arrivato il momento dei drusi, attaccati dai beduini sunniti. Si tratta di un conflitto che ha radici nel passato, rispolverato nella nuova situazione nazionale, di cui il governo e i vicini dell’area hanno subito approfittato. Le milizie di al-Sharaa hanno bloccato le arterie stradali che circondano la principale città drusa di Suweida, impedendo l’ingresso di cibo e beni essenziali. Allo stesso tempo, però, hanno garantito l’accesso a centinaia di uomini armati che hanno compiuto terribili massacri, anche di donne e bambini. Esecuzioni sommarie, umiliazioni, mutilazioni, dileggio dei cadaveri. Il consiglio militare di Suweida ha denunciato “i massacri brutali di cui è stata vittima la nostra regione con l’ingresso di gruppi terroristici estremisti sotto il nome di governo di transizione”. La città drusa godeva, sotto Assad, di una certa autonomia governativa. Autonomia che vorrebbe conservare ancor più oggi, data l’insicurezza in cui vivono le minoranze siriane. La scintilla che ha acceso i combattimenti con i beduini pare sia stata la diffusione di un audio (probabilmente falso) in cui si oltraggiava Maometto, attribuito a un druso. Quando un camionista è stato rapito dai beduini, sono cominciati gli scontri tra i combattenti delle due fazioni.

Le milizie governative, intervenute ufficialmente per riportare la calma, si sono invece inserite violentemente nella contesa, approfittando della situazione per perpetrare la propria vendetta sui drusi. Il cosiddetto esercito regolare è formato da miliziani impossibili da controllare, soprattutto per un potere centrale debole, in balia degli attori internazionali che lo hanno fatto nascere e lo sostengono per i propri interessi. La Siria odierna cammina su un doppio binario. Vuole rafforzarsi sotto la protezione statunitense, allineandosi agli Stati più ricchi che desiderano accordi commerciali con Israele (anche per questo ha lanciato una battaglia contro i gruppi palestinesi locali). Ma gestisce le spaccature interne in uno spirito di vendetta e utilizza le forze armate come milizie estremiste. 

Approfittare delle divisioni, acuire le debolezze, aumentare l’instabilità è il reale obiettivo dei vicini bramosi di occupare e controllare. E in prima fila, tra questi, c’è Israele. Nonostante Netanyahu riesca ancora a vantarsi di avere fortemente contribuito, se non addirittura determinato la caduta di Bashar al-Assad, Tel Aviv ha più volte definito “terrorista” il governo di al-Sharaa. In meno di un anno, ha bombardato decine di volte diverse aree della Siria, tra cui la capitale Damasco; occupa un’area di centinaia di chilometri quadrati e pretende un sud completamente demilitarizzato. L’obiettivo militare è quello di creare un’enorme zona cuscinetto controllata dai propri soldati in postazioni di occupazione permanente, senza la presenza delle forze armate governative. Per farlo, utilizza l’argomento della “difesa dei drusi”. E così, dopo circa tre giorni dall’inizio delle violenze a Suweida, Netanyahu ha dato l’ordine di bombardare la Siria. Arrivando a colpire persino il palazzo presidenziale di Damasco. E mentre i militari israeliani hanno bloccato quei drusi siriani che tentavano di entrare in Israele per sfuggire alle violenze, hanno lasciato che migliaia di drusi israeliani entrassero simbolicamente in Siria in soccorso ai “propri fratelli”. Sono i rappresentanti di una comunità ben integrata in Israele, dove prestano servizio militare. Non è certo un caso che fossero presenti alcuni deputati drusi dell’estrema destra che rivendicano il controllo israeliano su tutta la Siria del sud.

Come sempre, tuttavia, Israele riesce a bombardare, occupare, uccidere e, allo stesso tempo, negoziare. Chiamano questo “ottenere la pace attraverso la forza”, ed è una strategia condivisa dall’alleato statunitense. La pace che cercano Netanyahu e Trump è tuttavia una pace per se stessi, sono accordi soprattutto economici da siglare con gli Stati arabi allineati, mentre prosegue l’occupazione della Palestina, si rafforza la presenza militare americana nel Golfo, si bombarda il nemico iraniano, si occupano il Libano, la Siria, e si programma la pulizia etnica di Gaza. Il capo del Mossad, David Barnea, è atterrato in questi giorni a Washington per chiedere alla Casa Bianca di concretizzare i passaggi necessari all’espulsione dei palestinesi della Striscia. Secondo il sito “Axios”, Trump dovrebbe fare a Libia, Etiopia e Indonesia un’offerta che non possono rifiutare. Promesse di soldi e sostegno, in cambio di due milioni di persone affamate e bombardate da prendere dentro i propri confini.

Intanto, le autorità di Tel Aviv sono impegnate in negoziati con quelle siriane in Azerbaigian. I bombardamenti non hanno scalfito la volontà di al-Sharaa di trovare un accordo con Israele, come vorrebbero gli Stati Uniti. Sarebbe un passo avanti verso il risultato più sperato, ossia l’ufficializzazione della normalizzazione economica con l’Arabia saudita. Ogni volta che Israele attacca, al-Sharaa fa timide dichiarazioni di condanna. E ringrazia gli Stati Uniti del supporto, sempre e comunque. Anche in occasione dell’annuncio dell’ultimo cessate il fuoco con Israele, dopo i fatti di Suweida. Un cessate il fuoco anomalo perché, a differenza di Tel Aviv, la Siria non ha sparato un solo colpo contro i militari israeliani che ne occupano il territorio. Ma non è detto che la tregua regga. La situazione umanitaria per i drusi rimane complicata e i combattimenti non sono del tutto terminati.

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