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Home » Articoli » Giustizia, ok del Senato alla controriforma sulla separazione delle carriere

Giustizia, ok del Senato alla controriforma sulla separazione delle carriere

L’omaggio della destra a Silvio Berlusconi

24 Luglio 2025 Stefania Limiti  1197

Un tifo da stadio degli esponenti della destra ha accompagnato, martedì 22 pomeriggio, il secondo via libera del parlamento al disegno di legge di revisione costituzionale sulla separazione delle carriere della magistratura, tra l’autoesaltazione del ministro Nordio (“una mia aspirazione”), la nostalgia servile di Gasparri (“dedicato a Berlusconi”) e, più prosaicamente, il senso di rivalsa verso la magistratura. L’aula del Senato ha approvato il testo con 106 voti favorevoli, 61 contrari e 11 astensioni, separando il mondo dei pm e dei giudici: la giurisdizione non sarà più unitaria, aprendo la strada a successive manomissioni per rendere i pubblici ministeri esecutori della volontà dei governi. Il testo tornerà alla Camera (dove era stato approvato il 16 gennaio scorso) per il terzo passaggio, e successivamente di nuovo al Senato. Ecco cosa prevede nel dettaglio la riforma.

Giudici e pm, carriere separate. L’articolo 2 modifica il primo comma dell’articolo 102 della Costituzione, inserendo la nuova formulazione in base alla quale le norme sull’ordinamento giudiziario, che regolano la funzione giurisdizionale esercitata dai magistrati ordinari, disciplinano le distinte carriere dei magistrati requirenti e giudicanti; la funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati ordinari istituiti e regolati dalle norme sull’ordinamento giudiziario, le quali disciplinano altresì le distinte carriere dei magistrati giudicanti e requirenti. L’articolo 3, con la modifica all’articolo 104 della Carta, recita che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente.

I due Consigli superiori della magistratura e il metodo del sorteggio. Una delle principali novità riguarda i due organi di autogoverno e la loro composizione: la presidenza di entrambi gli organi è attribuita al presidente della Repubblica, mentre sono membri di diritto del Consiglio superiore della magistratura giudicante e del Consiglio superiore della magistratura requirente, rispettivamente, il primo presidente della Corte di cassazione e il procuratore generale della Corte di cassazione. Gli altri componenti sono estratti a sorte, per un terzo da un elenco di professori e avvocati compilato dal parlamento in seduta comune, e, per i restanti due terzi, rispettivamente, tra i magistrati giudicanti e tra i magistrati requirenti; i vicepresidenti di ciascuno degli organi sono eletti fra i componenti sorteggiati dall’elenco compilato dal parlamento.

L’Alta corte disciplinare per le toghe. È l’altra novità e avrà il compito di valutare eventuali sanzioni e provvedimenti nei confronti dei magistrati; composta da quindici giudici: tre nominati dal presidente della Repubblica; tre estratti a sorte da un elenco compilato dal parlamento in seduta comune; sei estratti a sorte tra i magistrati giudicanti in possesso di specifici requisiti; tre estratti a sorte tra i magistrati requirenti in possesso di specifici requisiti. Il presidente dell’Alta corte deve essere individuato tra i componenti nominati dal presidente della Repubblica e tra quelli sorteggiati dall’elenco compilato dal parlamento. Ci sarà la possibilità di impugnare le sentenze dell’Alta corte dinanzi all’Alta corte medesima, che giudicherà in composizione differente rispetto al giudizio di prima istanza.

L’esigenza di separare le carriere dei magistrati a fini di giustizia, cioè per migliorare una equa giurisdizione nei confronti dei cittadini, non esiste, né essa può rendere più efficiente il sistema. Tutto questo non ha senso. La destra vorrebbe regolare i conti con un potere che, tra luci e ombre, ha saputo mantenere la propria autonomia. Sta tentando di farlo principalmente spezzando l’architettura democratica della magistratura costruita dalla Costituzione del 1948, per tornare al passato: quando l’Italia monarchica e fascista omologava la magistratura al potere politico. Con la grande rottura costituzionale, la perdita di controllo sulla magistratura è stata progressiva, dapprima ostacolata da magistrati di formazione fascista – ma poi inesorabilmente un ricambio avvenne. E portò a inchieste eccellenti che hanno fatto tremare il potere politico: dallo scandalo del petrolio degli anni Settanta alla scoperta della P2, alle indagini del pool antimafia di Palermo, che misero in fibrillazione la borghesia mafiosa, con Mafiopoli e con Tangentopoli negli anni Novanta. Fino ad arrivare a oggi e ai continui casi giudiziari di corruzione, di collusione con la mafia, di commistione tra affari e politica, fino all’usurpazione privata dell’urbanistica. Dietro l’omaggio a Berlusconi, c’è la volontà di mettere nell’angolo un potere in grado di disturbare, se non frenare, l’intreccio tra affari e politica, senza il quale tanta politica non ha nulla da dire. Dopo gli ultimi, scontati passaggi parlamentari si arriverà al referendum popolare, nella prossima primavera. L’Associazione nazionale magistrati è pronta a dare battaglia.

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