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Dopo l’invasione, cosa?

Ora che l’invasione dell’Ucraina, da parte delle forze russe, è in corso non c’è più molto da dire. Quali che fossero le ragioni, reali...

Le ceneri della Ostpolitik

Con le bombe su Kiev, tramonta anche l’ultimo simulacro della Ostpolitik. Il sogno di Willy Brandt – quello di una Germania che sapesse guardare a oriente, espresso nella sua estrema incarnazione dalla politica di Olaf Scholz nei confronti della Russia – pare cancellato per sempre, o quantomeno archiviato fino a un’epoca diversa e certo non prossima. Eppure, quanto a lungo il rapporto con la Russia, nel bene come nel male, è apparso un destino ineludibile per i tedeschi! E viceversa, quante volte sull’asse Mosca-Berlino si sono consumate le sorti dell’Europa!

Il governo della coalizione “semaforo”, dopo essersi mostrato a lungo esitante, poco allineato con le posizioni della Nato, in “concorde disaccordo” con i francesi, e dopo avere fino all’ultimo scommesso sulla trattativa, si è deciso solo in extremis a bloccare le verifiche al gasdotto Nord Stream 2, e anzi lo ha fatto giusto il giorno prima che le cose precipitassero. Il gasdotto sottomarino, ormai ultimato, è importantissimo, perché dovrebbe collegare direttamente la Germania, affamata di energia dopo la chiusura delle ultime centrali nucleari ancora operative, ai giacimenti russi, senza dovere transitare attraverso paesi terzi. Chiuderlo non è solo una “sanzione” al pari di altre: vuol dire rinunciare a un progetto ambizioso.

Putin e il “Comma 22”

Per il presidente russo, decisamente, la storia è un incubo da cui non riesce a destarsi. È sufficiente scorrere le righe del suo discorso in televisione, con cui ha giustificato l’invasione di uno Stato sovrano, per rendersene conto. Furono i bolscevichi ad avere reso l’Ucraina, con cui la Russia avrebbe “legami di sangue”, un’entità indipendente. Lenin – contro il parere di Stalin, che era per la concessione di una semplice autonomia nell’ambito di un potere statale centrale – si spinse oltre e puntò a un federalismo vero e proprio. Peggio ancora: nel 1918 Lenin accettò “le condizioni umilianti” di una pace separata con la Germania, il trattato di Brest-Litovsk, perché i bolscevichi avevano l’unico obiettivo di mantenersi al potere “a qualsiasi prezzo”. (Tra parentesi, quello della pace immediata era invece un punto caratterizzante del programma bolscevico). Infine, nel 1989, il Pcus di Gorbaciov – con un documento del suo comitato centrale, che Putin definisce “fatale” – dà via libera allo smembramento dell’Unione Sovietica, deliberando che le repubbliche federate sono Stati sovrani con il potere di “contestare e sospendere le risoluzioni e i regolamenti del governo federale sul proprio territorio”.

Il paradosso storico entro cui Putin si colloca è quello dell’autodissoluzione di un sistema. È un dato di fatto che, dagli anni Ottanta in poi, l’Unione Sovietica non ce l’ha fatta proprio più a reggere. Il “crollo” non fu dovuto all’Occidente, ma alla situazione interna del Paese; e ad arrivare allo scioglimento dell’Unione fu Eltsin, l’ex mentore di Putin. Ora, fabbricarsi una storia a proprio uso e consumo si può: ci si può rifare agli zar, vituperare Lenin, apprezzare di più Stalin, soprattutto per come condusse la “grande guerra patriottica” contro il nazismo; ma quando si lancia un’offensiva su larga scala contro un’Ucraina che andrebbe “denazificata” (come ha detto Putin nell’ultima allocuzione televisiva) non siamo più sul piano della propaganda, bensì su quello di una paranoia che diviene feroce volontà di aggressione.

Il paradosso bellicista di Putin

Difficile criticare gli Stati Uniti e l’Europa per le pesanti sanzioni annunciate contro la Russia per avere invaso il territorio ucraino, rompendo gli accordi di Minsk e mirando, ormai sempre più chiaramente, a un’annessione della regione orientale del Donbass, com’è avvenuto con la Crimea nel 2014. Un regime, per quanto abbia al suo vertice qualcuno che avvelena i propri oppositori o dissidenti in giro per il mondo, non può violare impunemente il diritto internazionale senza pagarne le conseguenze. C’è da chiedersi piuttosto se le sanzioni saranno efficaci. Sarebbe ingenuo sorvolare sulla circostanza che l’Europa, la Germania e l’Italia in particolare, sono dipendenti dal gas che arriva dalla Russia. Si pone ora come una questione urgentissima quella necessaria transizione energetica, più in generale ecologica, che taluni vorrebbero risolvere con il nucleare, fingendo di non sapere che – a parte ogni altra considerazione di merito – la costruzione di nuove centrali richiederebbe alcuni anni.

Nel quadro di una pandemia per nulla ancora veramente domata, e di un’inflazione che ha rialzato la testa, un dirigente senza scrupoli ha pensato bene di aggravare la situazione internazionale dando fiato alle trombe dell’espansionismo territoriale. Come al solito, in casi come questi, sarebbe da vedere quanto la galvanizzazione dei rapporti politici, mediante una scossa militare, sia utile a Putin e alla sua cerchia per rinsaldare il consenso. La guerra è anzitutto una droga nazionalistica mediante cui un regime mira ad affrontare problemi interni. Tanto più quando ci si colloca palesemente nel paradosso di dichiarare di non volere la Nato alle proprie frontiere – il che sarebbe un obiettivo da raggiungere attraverso l’iniziativa diplomatica –, e contemporaneamente si invade un Paese che, a quel punto, solo nella Nato potrebbe trovare un appoggio. Con la mossa militare, si fornisce così all’Alleanza atlantica – che non avrebbe più ragion d’essere – un valido pretesto per continuare a esistere e a espandersi.

Piccolo paradosso per evitare una guerra mondiale

Facile porre fine al contenzioso tra la Russia e la Nato: basterebbe che la prima chiedesse di entrare nella seconda! Così, già inutile dopo la fine del Patto di Varsavia, l’Alleanza atlantica diventerebbe superflua del tutto e finalmente potrebbe sciogliersi. In fondo, già prima che si dissolvesse l’“impero del male” (come lo aveva chiamato Ronald Reagan), i “due mondi” avevano mostrato più punti di contatto che differenze: stessa brutalità nell’affrontare le controversie internazionali (gli Stati Uniti con la guerra nel Vietnam, l’Unione Sovietica con l’invasione dell’Afghanistan), stesso industrialismo spinto, con disprezzo totale dell’ambiente. Per arrivare a un ingresso della Russia di Putin nella Nato, tuttavia, sarebbe necessario che essa non fosse quel regime illiberale e nazionalista che abbiamo imparato a conoscere in questi anni, che non avesse annesso la Crimea, che non mirasse oggi, probabilmente, ad annettersi il Donbass, che si comportasse in questa zona di frontiera con l’Ucraina non diversamente dagli austriaci nel Sud Tirolo. Che fosse, insomma, un’economia capitalistica come tutte le altre, e non quel sistema governato da un ex del Kgb, nostalgico di una grandezza che non può tornare, espressione degli interessi di un’oligarchia che conta, a quanto pare, non più di ventimila persone.

Il ruggito del leone Biden

Il vecchio (e in verità un po’ spelacchiato) leone ha ruggito, e la giungla per un momento ha taciuto. La giungla dei suoi consiglieri...

Tra la Russia e la Nato una partita che riguarda l’Europa...

Nelle ore in cui il presidente turco, Erdogan, è a Kiev, per firmare importanti accordi bilaterali e tentare una mediazione tra il suo interlocutore ucraino e il suo omologo russo, vale forse la pena di ricordare che la Turchia è ancora un membro della Nato. Un’adesione sempre più problematica, visto che Erdogan ha maggiore familiarità con Putin, e vorrebbe importarne la ricetta politica nel suo Paese al fine di portare a casa l’ennesima rielezione l’anno prossimo. Un mediatore più amicale Putin non poteva trovarlo. I due hanno consolidata esperienza di spartizione mediorientale, cresciuta nel tempo, da quando Ankara e Mosca furono sul punto del baratro diplomatico per via di quel mig russo, diretto in Siria, abbattuto da Ankara perché sconfinato sui propri cieli.

Le ambiguità, del resto, non hanno salvato la Turchia dal corrente disastro economico, ma potrebbero tornare utili a tutti in questo momento, così da trovare il bandolo per parlarsi e uscire dallo stallo ucraino. Questo stallo non riguarda solo l’Ucraina: ha come posta in gioco l’intero assetto della sicurezza europea, com’è stato definito tra le parti dopo il crollo dell’Unione Sovietica. La questione riguarda tutta l’Europa, anche questa Italia più attenta al festival di Sanremo che alle vicende internazionali, quasi che la nostra sicurezza non ci riguardasse. Non è così; e l’uso spregiudicato della carta “forniture del gas russo”, oggi quasi in regime di monopolio, dovrebbe dimostrarlo a tutti i cittadini-telespettatori.

La questione ucraina e i dilemmi della Germania

Sembra che sulla questione ucraina Olaf Scholz sia finora riuscito a scontentare tutti. Di certo gli alleati della Nato, che hanno ritenuto opportuno rafforzare la loro presenza e ribadire la linea adottata con la conferenza congiunta del 25 gennaio a Berlino, durante la quale un muscolare Emmanuel Macron ha affermato che “in caso di aggressione all’Ucraina ci sarà una risposta e il prezzo sarà molto alto”; mentre Scholz, pur confermando in linea di massima la sua adesione alla posizione francese, ha voluto prudentemente aggiungere che “è necessario lavorare a una soluzione mediante un dialogo bilaterale”.

La “Frankfurter Allgemeine”, il giorno seguente, ha sottolineato che questi colloqui tra leader europei “avvengono troppo tardi”; e che le relative debolezze di una Germania con un governo inedito, la cui tenuta è tutta da valutare, e di una Francia con le prossime elezioni, probabilmente le più confuse della sua storia, hanno condizionato pesantemente la valutazione dei tempi di sviluppo della crisi ucraina. Ora si starebbe cercando, in tutta fretta, di “rimettere un piede nella porta” nel momento in cui le cose stanno precipitando. Anche i media russi, del resto, non hanno apprezzato, e parlano di incoerenza e di “irresolutezza” della leadership europea, che renderebbe difficile avanzare nelle trattative. Proprio questa incertezza europea finirebbe per rendere pericolosa una situazione in cui la Russia – come ha sostenuto l’agenzia “Novosti”, commentando l’incontro di Berlino – è unicamente alla ricerca di garanzie sulla sua sicurezza e di interlocutori affidabili.

Il piccolo gioco: la Nato, la Germania e quei vicini a...

La questione dell’allargamento della Nato verso Est ha da tempo coinvolto e messo al centro del mirino non solo l’Ucraina, ma anche gli stati dell’Asia centrale e il Caucaso. A partire almeno dall’annessione russa della Crimea nel marzo del 2014, e dall’esplodere del confronto armato dei separatisti dell’Ucraina orientale sostenuti dalla Russia, le tensioni sono diventate sempre più evidenti, mettendo in luce quanto sia complesso il gioco che si sta giocando intorno ai destini dello spazio postsovietico. Si conferma, da questo punto di vista, come estremamente centrata l’affermazione di Putin che definì, nel 2005, il crollo dell’Unione sovietica come “la più grande delle catastrofi geopolitiche”, destinata ad avere ripercussioni per tutto il Ventunesimo secolo.

Ma se l’Unione sovietica si è dissolta, anche l’Europa è cambiata. Da una parte, il suo allargamento è giunto ormai a includere Paesi ai confini dell’ex impero sovietico; dall’altra, il ruolo preminente per il suo destino della Germania riunificata è ormai un fatto. La potenza tedesca ha una collocazione centrale all’interno del sistema di forze europeo, ed è in grado di orientarne le scelte sullo scacchiere planetario. In questa prospettiva i rapporti tra la Germania e i suoi vicini a Est vanno ben oltre le semplici questioni tedesche, alimentando un “piccolo gioco” locale di potere, dalle implicazioni però mondiali.  

La Russia, questa sconosciuta

Alcune settimane fa l’agenzia Bloomberg aveva lanciato l’allarme – “secondo documenti dell’intelligence Usa, la Russia starebbe preparando l’invasione dell’Ucraina” –, pubblicando un report corredato...