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Pandemia e caso italiano, pungolare Draghi: questo è il problema

Modificando in parte un antico detto di Ennio Flaiano, si potrebbe dire che la situazione italiana è “grave” e “seria” al tempo stesso. Anzi, si potrebbe, aggiungere “tragica”. Pandemia, crisi economica, gap di arretratezze strutturali rispetto ad altri Paesi europei, fanno sempre dell’Italia un caso a parte.

Lo è anche nella forma di governo guidata ora da Mario Draghi. Non c’è altra realtà della Comunità europea dove sia stato necessario affidare la premiership a un “tecnico”, per giunta banchiere di alto profilo, e sia stato necessario un governo di “salvezza nazionale” (parole quest’ultime del presidente Sergio Mattarella”). È stato necessario qui da noi per la fisiologia istituzionale (la debolezza degli esecutivi) e perché fasi emergenziali sono state affrontate solo o nell’immediato dopoguerra o di fonte al terrorismo, o infine di fronte a scadenze economiche (entrata nell’euro, spread e via dicendo). Il civile rapporto maggioranza-opposizione e quello che si chiama “interesse nazionale” non fanno parte della nostra tradizione (fecero eccezione De Gasperi, Nenni, Togliatti e per un periodo Moro, Berlinguer). Basta dare uno sguardo a storia e regole della Gran Bretagna o a quelle della Germania degli ultimi anni di governi di unità nazionale tra Popolari e Socialdemocratici per rendersi conto delle diversità.

Il primo giorno di Draghi alle Camere

Il primo pensiero che vorrei condividere, nel chiedere la vostra fiducia, riguarda la nostra responsabilità nazionale. Il principale dovere cui siamo chiamati, tutti, io...

Ambiente ed economia in un solo ministero: le cose da fare...

Uno dei temi di attualità in queste frenetiche giornate politiche è la creazione del ministero della Transizione ecologica, annunciata da Mario Draghi durante l’incontro...

Ius soli, Landini rilancia. Draghi alla prova

Ci è piaciuto ieri Maurizio Landini. Durante i cinquanta minuti dell’incontro di “ascolto”, più che di consultazione, con il presidente incaricato Mario Draghi ha fatto saltare la scenografia, ricordando lo ius soli, l’urgenza di una normativa che dia dignità agli “stranieri” chi vivono nel nostro Paese. Landini prima ha parlato della assoluta necessità di proseguire il blocco dei licenziamenti e di pensare a un nuovo sistema di ammortizzatori sociali, dopo il massacro del Jobs act di Renzi, mentre Confindustria vuole aprire senza tanti complimenti la stagione delle ristrutturazioni aziendali: Draghi cosa farà? Quale direzione sceglierà? Poi ha lanciato parole chiare e dritte sul tema ormai dimenticato dello ius soli. Nessun’altra forza politica lo ha fatto in questo modo. “Chiediamo lo ius soli, che è il primo passo per una vera integrazione e inclusione”, ha detto e poi, nelle successive dichiarazioni alla stampa, ha rincarato: “Se si vuole costruire un clima di coesione, allora bisogna dire che i giovani sono anche i figli di migranti e, se si vuole creare un clima di coesione diverso, serve che chi nasce qui o ha studiato qui abbia gli stessi diritti di cittadinanza di tutti gli altri”.

Quella torta da spartire

Non è di poco conto la partita che si sta giocando in queste ore con Draghi e intorno a Draghi. Ci sarà tra pochi mesi, servita dall’Europa, una torta di oltre duecento miliardi, e tutti ambiscono ad averne, o almeno a gestirne, una fetta. Il punto non è (come sembrano credere alcuni nostri amici e compagni dell’estrema sinistra) la figura di Draghi. In fondo l’ex presidente della Banca centrale europea è pur sempre tra i migliori allievi di Federico Caffè, che fu uno tra i più impegnati economisti keynesiani italiani. È vero che nel frattempo molta acqua è passata sotto i ponti, e che il cocktail tra politiche neoliberiste e “keynesismo privatizzato” – come lo chiama Riccardo Bellofiore, definendo così una spesa pubblica intervenuta negli anni passati soltanto a salvare il salvabile delle banche e delle imprese private – è diventato un beverone insopportabile. Ma non è affatto detto che, dopo la crisi indotta dalla pandemia, si debba ritornare alla precedente austerità europea. Draghi è in fondo – da tecnocrate più o meno illuminato a seconda dei casi – ciò che l’Europa sarà o riuscirà a essere: va considerato una variabile dipendente dall’esito della battaglia tra conservazione e progresso (mettiamola così, usando la vecchia terminologia) che si svolgerà in Europa nei prossimi mesi e anni. A noi italiani resta per il momento solo da evocare i Mani di Caffè (“Professore, ispiralo tu…”), affinché Draghi possa collocarsi su una linea di autentica spesa pubblica keynesiana lasciando da parte qualsiasi imbastardito cocktail neoliberista.

Governo Draghi: “salvezza nazionale” ma non harakiri

“Salvezza nazionale”, non più “unità nazionale”. Nel lessico politico, oltre che nei contenuti, c’è stato un salto categoriale nel giro di pochi giorni. Lo hanno imposto il presidente Sergio Mattarella e Mario Draghi. Si va in effetti verso un governo accompagnato da una ennesima drammatizzazione emergenziale del caso italiano.

Questa volta le emergenze sono almeno tre, tutte gravissime: sanitaria (Covid e campagna vaccinale), economica come conseguenza della prima e quella sociale (i probabili milioni di disoccupati che si aggiungeranno agli attuali, quando finirà il blocco temporaneo dei licenziamenti). Poi ce n’è una quarta di cui sono protagonisti gli stessi Mattarella e Draghi, che pure non ne parlano: sono l’afasia e l’impotenza della politica tout court, oltre che del sistema istituzionale. I precedenti si possono trovare nel Comitato di liberazione nazionale e nel governo De Gasperi del 1945 con Togliatti ministro, nei governi del periodo 1976-1979 che si reggevano anche sul voto di astensione dei comunisti. Nel primo caso, eravamo in pieno dopoguerra e occorreva costruire la democrazia. Nel secondo, il nemico era il terrorismo che colpì addirittura Aldo Moro, mentre la bussola strategica era il “compromesso storico” tra Dc, Pci e Psi.

Draghi, capolinea della “strategia del rattoppo”

La politica è con le spalle al muro. Per la quarta volta dai primi anni Novanta chiede aiuto ai “tecnici”. È accaduto con Carlo Azeglio Ciampi, che nel 1993-1994 fece il premier prima di diventare presidente della Repubblica, poi arrivò Lamberto Dini 1994-1996, in seguito toccò a Mario Monti nel periodo 2011-2013 e ora è la volta di Mario Draghi, illustre ex presidente della Banca centrale europea. Tre nomi che vengono tutti dal mondo economico, bancario ed europeo.

Sono dunque trent’anni che quello che rimane dei soggetti politici di una volta e di quelli più recenti si dibatte in una malattia dalla quale non si riesce a guarire. Prima gli effetti del ciclone 1989 che cambiò gli assetti del mondo, poi l’ingresso sofferto nella moneta unica europea, poi ancora Tangentopoli con l’illusione che avremmo sanato, con una sorta di catarsi, le malefatte di un sistema politico in disfacimento. Tre passaggi che hanno lasciato sul campo il distacco tra società e politica insieme al rifiuto sic et simpliciter di quest’ultima rappresentato da Beppe Grillo e 5 Stelle prima maniera, che nascevano da indubbie contraddizioni irrisolte.