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Stranezze e dilemmi della guerra russa

Tra i paradossi di cui qualsiasi guerra è intessuta, se ne segnala uno veramente peculiare: si intavolano delle trattative, senza però che vi sia un “cessate il fuoco”. A quanto se ne sa, è la stessa Russia che ha chiesto di riprendere la via negoziale: e le due delegazioni, russa e ucraina, si sono incontrate ieri in una località della Bielorussia. Alla fine dell’incontro, si è anche detto di rivedersi per continuare a trattare. Piccolo sospiro di sollievo ovunque nel mondo – ma intanto l’avventura, cioè l’invasione del territorio ucraino, va avanti, i combattimenti proseguono, e una lunga colonna di mezzi militari avanza verso Kiev.

Ciò che si era già compreso nella fase precedente a questa – quando ancora poteva sembrare che fossero gli americani a esagerare la minaccia –, e cioè che la Russia intendeva trattare con una pistola puntata alla tempia dell’Ucraina, è qualcosa che appare superato: il Cremlino vuole negoziare, sì, ma con un assedio in corso! Sembra fuori dalla realtà. Se l’Ucraina dovesse accogliere oggi alcune delle condizioni mai accettate negli ultimi anni – come per esempio il riconoscimento del dato di fatto dell’annessione della Crimea, nel 2014, da parte della Russia –, perché avrebbe sostenuto l’impatto di un’aggressione? Avrebbe potuto semplicemente evitarlo, venendo subito a più miti consigli.

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Kiev non è sola

A differenza di ciò che accadde a Budapest nel 1956 e a Praga nel 1968, la resistenza di Kiev ha un mondo con sé. E anche se la guerra è la prova che il Novecento non è stato affatto quel “secolo breve” che Hobsbawm riteneva che fosse, ed è piuttosto un secolo lunghissimo che non vuole finire, non c’è più una “cortina di ferro” a proteggere o a nascondere la bruttura dell’invasione. C’è l’appoggio di una “società civile mondializzata” che, grazie alle nuove tecnologie, è in grado di tenere aperto un canale costante d’informazione, e di disturbare con l’hackeraggio le comunicazioni degli invasori. Inoltre, ed è la cosa più importante, esiste una retrovia europea: non soltanto i profughi trovano accoglienza – e sarebbe il minimo –, ma gli Stati dell’Unione, unanimi nel condannare l’aggressione, stanno inviando armi a sostegno della resistenza ucraina. Che essa riesca a reggere, a questo punto, è fondamentale. Putin e la sua cerchia, infatti, avevano mirato a una rapida conquista di Kiev e alla sostituzione del suo governo con uno fantoccio. Se ciò fosse avvenuto, o se avvenisse ancora in tempi brevi, la folle scommessa potrebbe dirsi vinta.

Ma la resistenza dell’Ucraina, in cui uno spirito nazionale contrario a quello russo è evidentemente molto vivo, ha spinto Putin a una ripresa dei negoziati, sebbene non si sappia quale effetto possano avere. Il presidente Zelensky – che ha rifiutato l’offerta americana di mettersi in salvo abbandonando il Paese – non è il personaggio debole e inefficace che si poteva credere che fosse; anzi, il suo comportamento appare oggi improntato a una determinazione inizialmente insospettabile. Ciò ha scompaginato i piani del Cremlino che, nonostante abbia posto in preallarme la difesa nucleare, non può non temere il precipizio di una guerra mondiale almeno quanto lo temiamo noi, e potrebbe quindi ricondurlo a ragione, dando una chance alla trattativa diplomatica.

Il paradosso bellicista di Putin

Difficile criticare gli Stati Uniti e l’Europa per le pesanti sanzioni annunciate contro la Russia per avere invaso il territorio ucraino, rompendo gli accordi di Minsk e mirando, ormai sempre più chiaramente, a un’annessione della regione orientale del Donbass, com’è avvenuto con la Crimea nel 2014. Un regime, per quanto abbia al suo vertice qualcuno che avvelena i propri oppositori o dissidenti in giro per il mondo, non può violare impunemente il diritto internazionale senza pagarne le conseguenze. C’è da chiedersi piuttosto se le sanzioni saranno efficaci. Sarebbe ingenuo sorvolare sulla circostanza che l’Europa, la Germania e l’Italia in particolare, sono dipendenti dal gas che arriva dalla Russia. Si pone ora come una questione urgentissima quella necessaria transizione energetica, più in generale ecologica, che taluni vorrebbero risolvere con il nucleare, fingendo di non sapere che – a parte ogni altra considerazione di merito – la costruzione di nuove centrali richiederebbe alcuni anni.

Nel quadro di una pandemia per nulla ancora veramente domata, e di un’inflazione che ha rialzato la testa, un dirigente senza scrupoli ha pensato bene di aggravare la situazione internazionale dando fiato alle trombe dell’espansionismo territoriale. Come al solito, in casi come questi, sarebbe da vedere quanto la galvanizzazione dei rapporti politici, mediante una scossa militare, sia utile a Putin e alla sua cerchia per rinsaldare il consenso. La guerra è anzitutto una droga nazionalistica mediante cui un regime mira ad affrontare problemi interni. Tanto più quando ci si colloca palesemente nel paradosso di dichiarare di non volere la Nato alle proprie frontiere – il che sarebbe un obiettivo da raggiungere attraverso l’iniziativa diplomatica –, e contemporaneamente si invade un Paese che, a quel punto, solo nella Nato potrebbe trovare un appoggio. Con la mossa militare, si fornisce così all’Alleanza atlantica – che non avrebbe più ragion d’essere – un valido pretesto per continuare a esistere e a espandersi.

Piccolo paradosso per evitare una guerra mondiale

Facile porre fine al contenzioso tra la Russia e la Nato: basterebbe che la prima chiedesse di entrare nella seconda! Così, già inutile dopo la fine del Patto di Varsavia, l’Alleanza atlantica diventerebbe superflua del tutto e finalmente potrebbe sciogliersi. In fondo, già prima che si dissolvesse l’“impero del male” (come lo aveva chiamato Ronald Reagan), i “due mondi” avevano mostrato più punti di contatto che differenze: stessa brutalità nell’affrontare le controversie internazionali (gli Stati Uniti con la guerra nel Vietnam, l’Unione Sovietica con l’invasione dell’Afghanistan), stesso industrialismo spinto, con disprezzo totale dell’ambiente. Per arrivare a un ingresso della Russia di Putin nella Nato, tuttavia, sarebbe necessario che essa non fosse quel regime illiberale e nazionalista che abbiamo imparato a conoscere in questi anni, che non avesse annesso la Crimea, che non mirasse oggi, probabilmente, ad annettersi il Donbass, che si comportasse in questa zona di frontiera con l’Ucraina non diversamente dagli austriaci nel Sud Tirolo. Che fosse, insomma, un’economia capitalistica come tutte le altre, e non quel sistema governato da un ex del Kgb, nostalgico di una grandezza che non può tornare, espressione degli interessi di un’oligarchia che conta, a quanto pare, non più di ventimila persone.

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La domanda, ovviamente, è cosa comporti realmente questo smacco strategico per l’equilibrio del mondo e chi potrà mai avvantaggiarsene; infine, per i superstiti della discussione, la sinistra potrà mai utilizzare una ripresa della dinamica politica per riproporsi come soggetto e non solo come tifoso?

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