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Postfascisti, per meglio dire neopoujadisti

Pierre Poujade, chi era costui? Un cartolaio di un piccolo borgo nella Francia centrale, che negli anni Cinquanta del secolo scorso diede vita a un sindacato dei commercianti dal forte accento antifiscale. Si presentò alle elezioni, ottenendo un certo successo, con un movimento denominato Unione e fraternità francese. Tra le sue file, fu eletto per la prima volta il padre di Marine Le Pen, quel Jean-Marie che successivamente fondò il Fronte nazionale con la benedizione di Giorgio Almirante, riprendendo dal Movimento sociale italiano il simbolo della fiamma tricolore, finito poi nell’emblema di Fratelli d’Italia.

“Tutto si tiene”, come dicono i francesi. La storia talvolta va a ritroso: essere “postfascisti” può significare essere “prelepenisti” o “neopoujadisti”. La proposta venuta da Meloni e dai suoi (ma respinta in Senato) di destinare i soldi del cashback, cioè il parziale rimborso delle spese effettuate con carta di credito, anziché agli utenti, ai ristori per le aziende in difficoltà, va collocata infatti all’interno di una prospettiva prettamente poujadista. La misura voluta dal governo Conte 2, disincentivando l’uso del denaro contante, è stata una mossa concreta contro l’evasione fiscale, nella quale si distinguevano, ben prima della crisi sanitaria, molti negozianti. Proporre di assegnare i soldi, invece che agli acquirenti, al sostegno per i venditori, è la stessa cosa che dire a questi ultimi: “Tranquilli, evadete pure, anzi vi giriamo anche quel piccolo premio che si pensava di dare a chi utilizza la moneta elettronica per i pagamenti”.

I buchi nell’acqua di Letta

Ma il Pd è riformabile? Il quesito è probabile che inizi a porselo lo stesso segretario Enrico Letta. Lui ci mette passione, cultura, visione europea e buona volontà che non bastano. Il “soggetto” è quello che è, sedimentato in quasi un quindicennio di correnti e correntine costrette a convivere in un amalgama mal riuscito (lo ammise D’Alema), dove – a parte episodi ai tempi dell’Ulivo vincente di Romano Prodi – la strada è stata sempre in salita (come dimostrano gli otto segretari prima di Letta). L’illusione iniziale, un vero peccato originale, fu far convivere con la bacchetta magica “sinistra” e “centro” in un unico partito, per giunta sul modello statunitense e senza nessun radicamento in questa versione nella storia della politica italiana.

Letta annaspa già in queste prime settimane. Come vicesegretari ha scelto Irene Tinagli e Giuseppe Provenzano, la prima neoliberale ed ex collaboratrice di Mario Monti, il secondo un po’ collocato a sinistra: il bilancino tra opzioni diverse. Intanto, ha orientato su ius soli e voto ai sedicenni la stella cometa di nuovi diritti (benissimo il primo, discutibile il secondo), che tuttavia non incrociano l’agenda politica fatta di pandemia e crisi economica potenzialmente catastrofica quando finirà il blocco dei licenziamenti. Poi ha provato a mettere le donne in pole position alla guida dei gruppi parlamentari scatenando la battaglia tra correnti. Debora Serracchiani (Camera) e Simona Malpezzi (Senato) sono frutto di fragili mediazioni. Le donne ora hanno un ruolo di rilievo al prezzo di condizionamenti reciproci e non di un reale rinnovamento di metodo e convivenza nello stesso partito. Dentro il Pd ci sono ancora tanti cavalli di Troia renziani pronti a intralciare Letta sulle scelte di fondo.

Pd e 5 Stelle, un destino comune

Che il Partito democratico e i grillini dovessero incontrarsi, fare governi insieme, perfino stringere un’alleanza strategica, era scritto nelle stelle fin da quel 2009 che vide la candidatura di Beppe Grillo – infine respinta – alla segreteria dello stesso Pd. Famosa la profetica sfida lanciata dal mago Piero Fassino: “Se Grillo vuole candidarsi, faccia il suo partito e vediamo quanto prende”. Fu accontentato e già nel 2013 il Movimento 5 Stelle – allora guidato dall’illuminato pensiero di Gianroberto Casaleggio, il guru della rete che aveva riadattato un originario olivettismo alla prospettiva di una democrazia diretta tramite Internet – raggiunse d’un colpo la stessa percentuale di voti faticosamente racimolata da Bersani con metodo tradizionale. Seguì un patetico confronto in streaming tra lui, in cerca di una maggioranza al Senato, e una delegazione di parlamentari grillini – ma non se ne fece nulla. Chiusura completa da parte di questi ultimi, che determinò lo scivolamento a destra dell’intero quadro politico, con la perdita della leadership da parte di Bersani a favore del rampantissimo Renzi, e il solito governo di unità nazionale con Forza Italia. E però stava “scritto lassù” che le due formazioni dovessero incontrarsi: cosa che la cronaca recente si sta incaricando di dimostrare.

Populismo a parte, infatti, i 5 Stelle sono da sempre una forza politica “liberale moderata”: il che soltanto adesso, nel pieno di una crisi interna, hanno trovato il coraggio di dichiarare. E si può ricordare il caso di un lontano antenato del grillismo, quel Guglielmo Giannini fondatore dell’Uomo qualunque, che, dopo la dissoluzione del suo movimento, terminò la carriera politica da liberale. Certo, di mezzo c’è stato tanto livore contro l’Unione europea (anche giustificato, visto il Patto di stabilità con austerità relativa), e, agli inizi del grillismo, addirittura la “decrescita felice” (una soluzione ecologista radicale che vorrebbe tagliare i ponti con la tematica del “nuovo modello di sviluppo”); ma in fin dei conti – anche volendo prendere come autenticamente di sinistra la proposta, poi realizzata, di un “reddito di cittadinanza” – i 5 Stelle, nati dall’unione di un manager con un comico, non si sono mai sognati di muovere la minima critica al capitalismo in quanto tale.

Il futuro del centrosinistra si gioca in Campidoglio

Elezioni comunali a Roma della prossima primavera. Sono un macigno di difficile rimozione sulla strada dei rapporti Pd, 5 Stelle e ciò che resta di Liberi e uguali. Dopo che Beppe Grillo ha dato il suo appoggio alla ricandidatura di Virginia Raggi (“Aridaje” è lo slogan), sindaco impopolare uscente, la vicenda si è molto complicata.

In corrispondenza con il varo del governo Draghi, Pd, grillini e sinistra si erano impegnati a rinsaldare – almeno a parole – i reciproci rapporti, avendo nell’ex premier Giuseppe Conte un possibile leader di coalizione. Hanno pure costituito di recente un intergruppo parlamentare unitario. Il problema però è che i 5 Stelle si stanno sfarinando (la probabile espulsione di decine di deputati e senatori dissenzienti, la formazione di nuovi gruppi in parlamento, eccetera). Inoltre, Nicola Zingaretti ha almeno metà del suo partito convinta che tale strada sia impraticabile mentre bisognerebbe intanto unificare il “centro” con cui allearsi (Italia viva, Forza Italia, Azione, Più Europa). Nel Pd, ci sono infatti ancora tanti renziani orientati in quella direzione e altri che sono nostalgici della “vocazione maggioritaria” tanto cara a Walter Veltroni. È un bel puzzle di posizioni in collisione. A cui si aggiungono le recenti divisioni tra Sinistra italiana e Articolo uno rispetto al nuovo governo (il “no” di Fratoianni, il “sì” di Bersani & company). Dire che questa coalizione in fieri (Pd, 5 Stelle e pezzi di sinistra) non goda di buona salute è un eufemismo, neppure troppo letterario.