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Chiesa, i lefebvriani all’attacco

I neotradizionalismi religiosi, l’“onda nera” della politica contemporanea e l’apertura alla speranza

2 Luglio 2026 Rino Genovese  788

Dunque i reprobi della Chiesa cattolica, quelli che non hanno mai accettato il Concilio Vaticano II, sono di nuovo all’attacco. Forti dei loro circa seicentomila fedeli, hanno deciso di ordinare quattro vescovi, infischiandosene dell’ammonizione del papa. E così siamo ancora allo “scisma” – parola che sembrava appartenere ad altre epoche –, a riprova del fatto che le religioni, e non da oggi, sono in larga misura quel preparato che Marx sbagliò a definire “oppio del popolo” solo perché si sono palesate, in effetti, una “cocaina dei popoli”, nel senso che non addormentano affatto, ma spingono anzi a un’effervescenza attivistica degna di miglior causa (a voler giudicare la cosa con uno sguardo un po’ riduttivamente illuministico).

Che cosa significa questo ritorno di fiamma da parte dei sostenitori della messa rigorosamente in latino, dei detrattori delle altre religioni, con le quali invece il cattolicesimo romano, da una settantina d’anni, si sforza di avere buoni rapporti, affondando per questo anch’esso, a giudizio dei tradizionalisti, in quel “relativismo” a cui Ratzinger aveva cercato tuttavia di porre un argine (se infatti anche le “false fedi” sono da prendere sul serio, non diversamente dall’unica “vera”, allora che ne è della Rivelazione divina)? La risposta la troviamo nella cronaca odierna: le religioni non sono mai avulse dai contesti anzitutto culturali, e poi politici, entro cui sono collocate e vivono. Se il momento è quello dell’onda nera (per nulla ineluttabile, eppure ancora in movimento) – devono essersi detto i lefebvriani –, perché non sfruttarla per fare nuovi proseliti? Avanti allora con lo spettacolo dell’insubordinazione e dello scisma!

A una riflessione pacata, questa chiamata neotradizionalistica alla contro-secolarizzazione – all’interno di una secolarizzazione presunta secondo cui sarebbe finita, stando ai dissidenti, la Chiesa cattolica ufficiale – pone più di un problema. Secolarizzazione della religione non ha mai significato, peraltro, mettere a tema la sua estinzione (quella a cui miravano le punte più radicali del pensiero illuministico), quanto piuttosto considerare – nello spirito della Riforma protestante, se vogliamo – il cristianesimo come una religione dell’interiorità individuale, un credere, perché non credere sarebbe assurdo, ma con una disponibilità laica, e non antiteologica, a considerare le altre credenze come valide all’incirca quanto le proprie. Se si mette in discussione questo aspetto, come fanno i lefebvriani, la rottura con la modernità è palese; è la rottura, in altri termini, con quella dose di secolarizzazione che le religioni non possono non accettare se vogliono tenersi al passo con i tempi.

È proprio questo che i neotradizionalisti di ogni osservanza rifiutano. La differenza, però non da poco, sta nel fatto che l’integralismo religioso di gran parte dell’islam contemporaneo rientra in contesti ex coloniali o postcoloniali, laddove un’intransigenza dottrinaria come quella dei lefebvriani è un ramo della fede dell’Occidente (per quanto vaga e imprecisa sia da considerare questa espressione). È come se il vecchio proselitismo colonialista ritornasse alla carica: dovete staccarvi dalle “false” credenze e adeguarvi all’unica “vera” religione, cioè alla nostra! Se ciò non può più essere imposto con la spada, poco importa: “Noi teniamo duro” – si dicono i lefebvriani –, “non cediamo al secolo”. E in questa direzione un integralismo di marca cattolica, tipicamente europeo, va di pari passo con quanto accade soprattutto nelle Americhe, dove si assiste al grande successo delle sette religiose di derivazione protestante. È un’unica costellazione – in senso lato trumpiana – quella entro cui si dispongono i neotradizionalismi di parte occidentale.

Che fare, allora, in quanto sinistra intellettuale e politica? Anzitutto certo denunciare, per quanto riguarda il nostro contesto culturale, come questo integralismo religioso riemergente non sia altro che la schiuma di superficie dell’onda nera di cui si diceva sopra. In secondo luogo, però, si deve cominciare a distinguere tra integralismi e integralismi, pur non accettandone nessuno, al fine di migliorare la comprensione del mondo contemporaneo. La tesi intorno a una secolarizzazione inevitabile e completa faceva parte di quelle credenze da “nuovi credenti” che già scommettevano su una storia universale dall’univoca tendenza verso le “magnifiche sorti e progressive”. Essendo venuta meno, non da adesso, quella fiducia piuttosto insensata in un progresso lineare, rimane tuttavia da leggere i neotradizionalismi contemporanei, in primis quelli religiosi, come portatori di un bisogno di senso (chiamiamolo così) a cui è necessario rispondere con proposte di apertura a un futuro di speranza ad ampio raggio, non incentrate soltanto su un asfittico presente.

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TagsChiesa cattolica illuminismo islam lefebvriani neotradizionalismi Rino Genovese scisma secolarizzazione

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