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Home » Interviste » Un libro ricostruisce il genocidio dei comunisti indonesiani

Un libro ricostruisce il genocidio dei comunisti indonesiani

Intervista con l’autore di “Arcipelago rosso”

15 Maggio 2026 Marco Santopadre  652

Il primo ottobre 1965, un annuncio radiofonico del portavoce di una sigla fino ad allora sconosciuta – il Movimento 30 settembre – informò i cittadini indonesiani dell’arresto di alcuni generali, colpevoli di volere organizzare un golpe contro il presidente nazionalista progressista Sukarno. Ma i militari di basso e medio rango del Movimento, organizzati segretamente su iniziativa del segretario del Partito comunista indonesiano (Pki) per decapitare le forze armate, obbligando i generali reazionari a rinunciare alle trame golpiste, non sapevano che la loro azione avrebbe ottenuto il risultato opposto a quello sperato. Il giorno seguente, infatti, l’esercito prese il controllo del Paese, e avviò un massacro sistematico dei militari che si erano sollevati, e dei militanti e simpatizzanti del Pki, che all’epoca rappresentava il terzo partito comunista per consistenza nel mondo, dopo quello sovietico e quello cinese. Il massacro dei comunisti e dei loro familiari si protrasse per sei mesi, con l’assassinio di un numero di persone compreso tra cinquecentomila e un milione, senza che il Pki, impreparato, fosse in grado di opporre la minima resistenza. Il potere venne assunto dal generale Suharto, che lo mantenne fino al 1998.

A ricostruire la tragica vicenda, completamente cancellata dall’immaginario occidentale, punta il libro Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968), edito da Mimesis. L’autore, Nicola Tanno (Campobasso 1986), vive in Catalogna dal 2010, dove si è impegnato nei movimenti contro la repressione. Sulla sua vicenda personale – ha perso un occhio a causa dell’impatto di un proiettile di gomma sparato dalla polizia catalana – ha scritto il racconto autobiografico Tutta colpa di Robben (2012). Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Com’è nata l’idea di scrivere un libro su una vicenda storica così lontana nel tempo e nello spazio?

Mi ha sempre incuriosito la distanza tra la gravità dei fatti avvenuti in Indonesia, nel 1965-66 – nonché il suo impatto sulla guerra fredda –, e l’assoluta ignoranza al riguardo nelle società europee, anche nel mondo progressista. Mentre alcuni massacri di massa, come quelli avvenuti a danno degli ebrei, in Ruanda o in Cambogia, sono diventati parte del senso comune, nulla di tutto ciò è avvenuto per lo sterminio di almeno mezzo milione di comunisti in Indonesia. Mentre le vicende dei desaparecidos in Argentina, e il golpe di Pinochet in Cile, sono elementi centrali della memoria storica della sinistra, la vicenda indonesiana, pure molto superiore nei numeri, è stata completamente ignorata. Ho dunque cominciato dapprima a leggere (quasi) tutto ciò che è stato scritto in inglese sull’argomento, e ho intervistato poi – per “Jacobin Italia”, rivista con cui collaboro – i principali storici che hanno studiato questi temi. Alla fine, mi sono reso conto che avrei potuto scrivere un libro, e così per tre anni ci ho lavorato su.

Come ricordavi, nonostante la gravità dei fatti, lo sterminio dei comunisti indonesiani è completamente scomparso dal dibattito politico e storiografico europeo. Quali le ragioni di questa rimozione?

Alla base del mio interesse, vi è proprio il tentativo di rispondere a questa domanda. Mi sono dato alcune risposte, seppure non del tutto soddisfacenti. Va detto che, durante i massacri, i mass-media occidentali raccontarono solo in minima parte quanto stava accadendo in Indonesia. Diedero spazio esclusivamente alla versione dell’esercito, colpevolizzando le vittime e sminuendo l’entità dei massacri. La dinamica dei fatti ha reso inoltre difficile la lettura degli avvenimenti nel resto del mondo. Le stragi del 1965-66 furono giustificate come reazione a un presunto, oscuro e male organizzato, colpo di Stato organizzato dal Partito comunista, che condusse alla morte di sei generali dell’esercito. Quindi, mentre i fatti cileni del 1973, per esempio, sono facili da interpretare (un legittimo governo di sinistra abbattuto da militari di destra), lo stesso non si può dire per l’Indonesia, dove il massacro può essere raccontato come il risultato della necessità di difendere la Repubblica dal colpo di Stato. L’atteggiamento del Pki, poi, è centrale nello spiegare la mancata solidarietà internazionale. Il partito collassò rapidamente e, fino al 1967, quando era quasi del tutto disintegrato, non lanciò neanche un appello alla resistenza. I suoi pochi comunicati furono ambigui, non vennero promossi scioperi, il suo leader si rifugiò nella giungla di Giava, e da lì non diffuse alcun testo, prima di essere arrestato e ucciso il 21 novembre 1965.

Si trattò, dunque, per usare i termini di Enzo Traverso, di una “sconfitta oscura”, una di quelle rese che non hanno stimolato rivendicazione e immedesimazione ma vergogna, disorientamento, incomprensione. Infine, a metà degli anni Sessanta, il Pki si era avvicinato molto alla Cina – sposando il suo linguaggio belligerante nei confronti degli Usa –, mentre i rapporti con l’Unione sovietica si erano molto raffreddati. Questo spiega il perché l’Urss, e i partiti a essa legati, non fecero quasi nulla per denunciare i massacri avvenuti in Indonesia, presentandoli anzi come un monito nei confronti di chi seguiva l’“avventurismo” di Mao. Da ultimo, credo che vi sia anche un fattore banalmente culturale. Al contrario di molti Paesi africani, sudamericani, o anche del Vietnam, in Indonesia la lingua della potenza coloniale europea si perse molto rapidamente, e comunque si trattava del neerlandese, non paragonabile per diffusione al francese, allo spagnolo e all’inglese. I legami culturali dell’Indonesia con l’Europa erano, all’epoca, già molto più tenui rispetto a quelli esistenti con altre ex colonie, e certamente anche questo non ha aiutato la diffusione della denuncia dei fatti del 1965-66.

In quale modo la nascita e l’affermazione del Partito comunista indonesiano rientrano nella lotta contro la dominazione coloniale olandese?

Negli anni Venti il Pki ebbe un ruolo fondamentale nella lotta contro il colonialismo olandese. Prima dell’ascesa del nazionalismo laico di Sukarno, il marxismo rappresentò, per un breve periodo, un collante che unì rivendicazioni di territori, lingue, religioni e culture diverse. Ovviamente, si trattava di un marxismo molto particolare, visto che i testi di Marx e Lenin avevano avuto scarsa diffusione, spesso mischiato con elementi dell’islam. Il frutto di questa unione fu una versione messianica e populista di comunismo, finalizzata a ricostruire il “paradiso perduto” sconvolto dai colonialisti e dai capitalisti e a proteggere i poveri. L’esito di questa interpretazione del comunismo fu la rivolta armata del 1926-27, conclusasi sì con un totale fallimento, ma che rimase per decenni nella memoria degli indonesiani come una prova di coraggio contro il potere coloniale. Non a caso, nonostante il fatto che allora venne sostanzialmente distrutto, il Pki poté rinascere in seguito, anche perché quel tipo di sconfitta, molto diversa da quella di quarant’anni dopo, rappresentò una sorta di martirio contro l’occupante, e quindi generò un rispetto trasversale da parte del popolo indonesiano.

Che tipo di partito era il Pki quando fu decimato?

Era una formazione grande e popolare. Il suo capo, Dipa Nusantara Aidit, costruì un partito che fondava la sua forza sulle grandi organizzazioni di massa, sindacali, femminili, giovanili e culturali. Il Pki fu una grande scuola politica, di alfabetizzazione e di democrazia, fornendo servizi per i contadini senza terra di tutto l’arcipelago, e diffondendo concetti come democrazia e cittadinanza. Fu poi un partito nazionalista e moderato, guidato da giovani dirigenti che avevano combattuto o cospirato contro gli olandesi, i britannici e i giapponesi, e che avevano partecipato all’operazione che condusse l’Indonesia alla dichiarazione d’indipendenza nell’agosto del 1945. In questo senso, si spiega il progetto di fronte popolare con la borghesia “nazionale”, ideato da Aidit all’inizio degli anni Cinquanta, e portato avanti per tre lustri. L’idea era quella di far prevalere la battaglia antimperialista su quella di classe, rinunciando a radicalizzare le lotte sociali per concentrarsi contro quello che era considerato il nemico principale, cioè l’imperialismo olandese prima e statunitense poi. Grazie a questa strategia, il partito crebbe molto, ma perse anche la capacità di difendersi dinanzi ai suoi nemici principali, il primo dei quali era rappresentato dai generali dell’esercito di terra.

Cosa spinge te e altri autori a parlare di “genocidio”, per descrivere il massacro di centinaia di migliaia di aderenti al Pki?

Jess Melvin, autrice di The Army and the Indonesian Genocide: Mechanics of Mass Murder, parla esplicitamente di genocidio. Il ragionamento è duplice: da un lato, ha presentato documenti in cui gli alti comandi dell’esercito ordinavano lo sterminio di massa dei comunisti e l’annientamento del partito “fino alla radice”, dimostrando la volontà di distruzione di un intero collettivo; dall’altro, è provato che i militari avessero programmato attentamente la campagna di sterminio, utilizzando contro il Pki le strategie militari preparate nel caso di invasione da parte della Malesia, e ripetendo in più occasioni, in documenti riservati, che la priorità dell’esercito era fermare i comunisti a ogni costo. Infine, aggiungiamo pure che, come spiega John Roosa, la campagna psicologica messa in atto dall’esercito fu basata sulla disumanizzazione dei comunisti e sulla giustificazione, attraverso un linguaggio violentissimo e la diffusione di notizie false, del massacro di tutti i membri del partito.

Lo sterminio fu preparato e messo in atto con grande attenzione, da parte dell’esercito. Si tratta allora di allargare, per deduzione, come suggerisce Melvin, il perimetro marcato dalla definizione coniata dalla Convenzione per la prevenzione del genocidio, che non cita le ragioni politiche tra quelle che possono essere considerate per definirlo. Io accetto questa interpretazione, al punto da avere inserito questo termine nel titolo del libro. Tuttavia, la ragione di fondo della mia scelta è un’altra, ovvero il rifiuto della gerarchia dei massacri di massa. È dopo aver letto uno sconcertante articolo di Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere” che ho scelto di parlare di “genocidio”. L’autore se la prendeva con il fatto che sempre più spesso si parla di “genocidio palestinese”, mentre sarebbe del tutto evidente, secondo lui, che di genocidi, unici nel loro genere, ne sono avvenuti soltanto due, la Shoah e l’Holomodor ucraino. Mi sembra un’operazione politica di stampo liberal-conservatore da rigettare del tutto. Di genocidi ve ne sono stati molti, e i comunisti sono stati perlopiù vittime della violenza politica.

In quale contesto interno e internazionale maturò il genocidio?

Allora come oggi, l’Indonesia era il quarto Paese più popoloso del mondo, ricco di materie prime e centrale nel commercio internazionale. Dunque era problematico per gli Stati Uniti che uno Stato del genere si trovasse al di fuori della propria area di influenza. Va detto, però, che l’Indonesia di Sukarno, resasi indipendente nel 1945, non era uno Stato socialista e neppure aveva avuto a lungo rapporti negativi con gli occidentali. Ciò che premeva a Sukarno era la conservazione della propria sovranità nel quadrante sud-est asiatico. Da ciò, derivano le grandi campagne dell’Indonesia degli anni Cinquanta-Sessanta: la cosiddetta “liberazione” della Papua occidentale; l’espulsione degli olandesi; l’ostilità verso la nascita della Federazione malese. Sukarno le condusse dialogando con statunitensi, sovietici e cinesi, senza porsi limiti ideologici. Nel frattempo, il Paese era sottoposto anche a pressioni interne, da parte dei settori politici liberali più affini agli Stati Uniti e dal grosso dell’esercito di terra, estremamente ostile al Pki. In questo clima, a fronte della crescita dei comunisti, maturarono tentativi golpisti sostenuti segretamente da Washington. Sukarno reagì trasformando la democrazia parlamentare nella cosiddetta “democrazia guidata”, un bizzarro sistema pluripartitico ma senza elezioni, dominato dall’esercito e fondato sul culto del “Grande Leader della rivoluzione” nazionale. Questo sistema era una dittatura militare di fatto, e il Pki, per sopravvivere, contava solo sulla protezione di alcuni settori progressisti delle forze armate e dello stesso Sukarno. In tutto ciò, l’Indonesia era immersa in una grave crisi economica, dalla quale sembrava che potesse uscire solo accettando gli aiuti del Fondo monetario internazionale, cioè con un piano d’austerità. Per il Pki quella situazione rappresentava un vicolo cieco: né al governo né all’opposizione, impossibilitato a praticare la lotta di classe, o a conquistare nuovi consensi tramite le elezioni, la leadership del partito arrivò alla conclusione che, per guadagnare spazio politico, sarebbe stato necessario dare vita a un colpo di mano utilizzando i militari di basso e medio rango, più affini alle posizioni del Pki. Ma l’operazione si rivelò un colossale fallimento.

La feroce repressione del movimento comunista indonesiano poté contare solo sulla tolleranza da parte delle potenze occidentali, oppure vi fu un ruolo attivo degli Stati Uniti?

Il contributo di Washington e dei suoi partner alla liquidazione del Pki e al bagno di sangue si può riassumere in tre fasi. Per prima cosa, vi fu un appoggio finanziario e logistico ai partiti avversi al comunismo, che però non portò i frutti sperati. Anzi, il buon risultato elettorale ottenuto dal Pki, nel 1955 e nel 1957, convinse l’amministrazione americana a virare verso strategie più brutali, concepite dai fratelli Dulles-Allen alla guida della Cia, e da John Foster al vertice della diplomazia statunitense. Tra il 1957 e il 1958, gli Stati Uniti sostennero un tentativo militare per estromettere Sukarno, leader vicino al Pki e ostile a Washington. Alcuni ufficiali e politici antisovietici proclamarono una repubblica separatista, la Prri/Permesta, fomentando una rivolta a Sumatra e a Sulawesi. Gli americani intervennero in modo diretto con raid aerei occulti e rifornimenti ai ribelli, ma non tennero conto del sentimento patriottico dell’esercito, inclusi i suoi settori più anticomunisti, che mal tolleravano l’idea di smembrare il Paese. Negli anni Sessanta, gli Stati Uniti adottarono quindi una linea più sofisticata. Da un lato, si concentrarono sull’addestramento militare e ideologico, oltre che sulla consegna di armamenti, esclusivamente ai reparti delle forze armate ritenuti più fedeli. Dall’altro, con gli alleati, lanciarono una campagna propagandistica e d’intelligence mirata a spingere il Pki a compiere un’azione avventata, facendo credere ai suoi capi che i vertici dell’esercito stessero preparando un golpe. Infine, una volta iniziate le stragi, gli Stati Uniti fornirono ai militari un appoggio silenzioso sul piano logistico, economico e diplomatico. Ai generali furono garantiti affari e arricchimento personale; sulla scena internazionale, i media statunitensi rilanciarono la narrazione di Suharto e del capo di stato maggiore, Nasution, secondo cui si trattava di un’esplosione spontanea di violenza contadina contro gli “atei comunisti”. E ancora, l’ambasciata americana consegnò alle forze armate una lista di cinquemila militanti del Pki da eliminare.

Il genocidio ottenne i risultati sperati, se è vero che il Pki non riuscì mai più a recuperare un minimo di influenza politica…

Lo sterminio della sinistra indonesiana ebbe un tale successo da diventare un modello per le grandi carneficine successive, quello che Vincent Bevins ha battezzato “il metodo Giacarta”. Vi sono sconfitte che, per quanto tremende, hanno generato un mito, usato poi dai posteri come modello per nuove mobilitazioni, come nel caso della Comune di Parigi o dei moti spartachisti in Germania. Vi sono poi, per l’appunto, le “sconfitte oscure”, di cui parla Traverso, ovvero quelle avvenute senza combattere, demoralizzanti, che ai posteri hanno lasciato solo un senso di depressione. Quella del 1989-91 ne è un chiaro esempio, visto che, a trent’anni dalla fine del blocco socialista, nei Paesi dell’Europa orientale, non esiste neanche l’ombra di un movimento anticapitalista. Ebbene, la sconfitta del Pki è senza dubbio una sconfitta oscura: il partito venne annientato senza combattere, non chiamò alla resistenza, le vittime sono state accusate di essere colpevoli di un colpo di Stato. A mio modesto parere, la caduta del Pki e di Sukarno (alleati per quindici anni) ha rappresentato la più grande vittoria degli Stati Uniti nella guerra fredda, proprio perché capace finanche di distruggere la memoria storica.

Alla luce di quanto accade in Palestina come può essere letta la vicenda indonesiana?

Credo che vi siano chiare assonanze tra il modo in cui le forze armate indonesiane e quelle israeliane hanno dato il via a questi due genocidi, soprattutto riguardo alle operazioni psicologiche che li hanno resi possibili. In entrambi i casi, i due eserciti hanno giustificato i massacri a seguito di un evento shock, ovvero la sollevazione militare del Movimento 30 Settembre, del 1º ottobre 1965 in Indonesia, e l’operazione Tempesta di Al-Aqsa del 7 ottobre 2023 in Palestina e Israele. A seguito di questi due episodi, è avvenuta un’operazione di guerra cognitiva con chiare somiglianze, che, usando lo schema di Roosa, potremmo dividere in quattro aspetti: la colpevolizzazione collettiva, la disumanizzazione delle vittime, la denuncia di un rischio imminente ed esistenziale, e il riferimento a precedenti storici. In Indonesia e a Gaza non soltanto gli ufficiali ribelli o i miliziani di Hamas sono stati ritenuti responsabili, ma con essi tutto il collettivo circostante, e quindi meritevole di una punizione collettiva. In entrambi i casi, le vittime sono state mostrificate anche attraverso la diffusione di fatti e circostanze inventate. Inoltre, i massacri sono stati giustificati come necessari per impedire l’annientamento totale dei non comunisti, da un lato, e degli israeliani dall’altro. In questo senso, il genocidio non è stato descritto come un massacro di civili inermi, ma come l’effetto collaterale di una “guerra”. Infine, sia il comunisticidio che il palestinicidio sono stati giustificati dai responsabili facendo leva sui precedenti storici. Il Pki era stato già pesantemente purgato dall’esercito, nel 1948, a seguito dell’“incidente di Madiun”, e la vicenda successiva venne descritta come una “seconda Madiun” necessaria affinché non ve ne fosse una “terza”. Allo stesso modo, lo sterminio dei palestinesi trova costante riferimento in tossiche narrazioni storiche che si rifanno alla Nakba e alla Guerra dei sei giorni. Non so se gli strateghi delle forze armate israeliane abbiano effettivamente preso spunto dalla distruzione dei comunisti indonesiani, però le affinità tra i due casi ci dicono molto sul modus operandi dei genocidi di ogni tempo.

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