C’è un vizio antico, mai estirpato dalla politica scolastica italiana: quello di cambiare le cose in corsa, con la disinvoltura di chi è convinto che l’urgenza sia una virtù e la fretta una forma di coraggio. È il vizio di chi non ha una visione – o, peggio, ce l’ha fin troppo chiara, ma preferisce non dircela apertamente. La riforma degli istituti tecnici, voluta dal ministro Valditara, ne è l’ennesima, dolorosa dimostrazione. Un decreto calato dall’alto, in pieno anno scolastico, che cambia le regole del gioco quando la partita è già cominciata. Il decreto ministeriale n. 29, del 19 febbraio 2026, è arrivato infatti quando le iscrizioni erano già chiuse. Famiglie e studenti avevano scelto un percorso sulla base di regole precise, di aspettative legittime, di progetti di vita. E dall’oggi al domani, quelle regole sono cambiate. Senza preavviso reale. Senza un confronto strutturato con chi la scuola la vive ogni giorno – docenti, dirigenti, personale amministrativo, famiglie. E soprattutto senza una visione d’insieme che non fosse quella, dichiarata senza pudore nelle finalità ufficiali del decreto, di “adeguare i curricoli alle esigenze in termini di competenze del settore produttivo”. Come se formare una persona significasse soltanto renderla utile a un’azienda. Come se la scuola fosse un reparto di un’industria più grande, e gli studenti semilavorati da consegnare al mercato nel minor tempo possibile e al minor costo possibile.
Domani, 7 maggio, è previsto un altro sciopero per fermare la riforma. Interi collegi docenti – come quello dell’Itis G.B. Pininfarina di Moncalieri, che ha approvato una mozione di dissenso all’unanimità – hanno alzato la voce con argomentazioni precise, tecniche, inappuntabili. Niente. Il ministero ha tirato diritto, con la sicurezza propria di chi scambia la sordità per determinazione, e l’assenza di dialogo per efficienza decisionale.
Nel merito, la riforma è un catalogo di scelte discutibili, messe in fila con sistematica coerenza. Si tagliano ore di italiano, geografia, lingue straniere, scienze – le discipline che non “producono” nell’immediato, ma che insegnano a leggere il mondo, a ragionare sulla complessità, a essere cittadini prima ancora che lavoratori. Si accorpano materie con criteri che sfidano qualsiasi logica pedagogica: geostoria prima, ora la fusione di scienze, chimica e fisica in un’unica voce denominata “scienze sperimentali”. Si anticipano le specializzazioni di indirizzo nel biennio, in un’età in cui sarebbe invece prezioso mantenere apertura, curiosità, flessibilità. Si introduce una “quota scuola”, che consente di cucire il curricolo sulle esigenze produttive locali, con il rischio concreto di frantumare l’omogeneità del sistema nazionale d’istruzione, e di consegnare la scuola pubblica – pezzo per pezzo, territorio per territorio – agli interessi contingenti delle imprese del luogo.
Il risultato è facilmente prevedibile: un titolo di studio che vale meno, perché non garantisce più una formazione omogenea su tutto il territorio nazionale. Disuguaglianze che crescono, perché una scuola che cambia profondamente da regione a regione produce studenti con chance radicalmente diverse. E, sul piano occupazionale, circa 1.680 cattedre tagliate a livello nazionale, con effetti devastanti sul personale precario, che da anni tiene in piedi il sistema. Nelle Marche, solo per citare un caso, otto istituti storici sono già in stato di agitazione. Numeri che hanno nomi e volti, ma che, nei decreti ministeriali, diventano semplici voci di risparmio.
E il problema più profondo non è nemmeno questo. È culturale, prima che amministrativo. Da vent’anni, attraverso riforme successive che si accumulano come strati di sedimento – dalla riforma Gelmini all’introduzione dell’alternanza scuola/lavoro, dagli accorpamenti surreali ai tagli sistematici alle materie umanistiche –, si persegue con ostinazione un’idea di scuola sempre più povera di pensiero e sempre più funzionale al mercato. Un’idea in cui la formazione della personalità è un optional, il senso critico un rischio, e la cultura generale uno spreco. Come se educare una persona a comprendere il mondo fosse un lusso novecentesco da smaltire il prima possibile, per far posto all’“inserimento nel mondo del lavoro”. Come se i futuri lavoratori non fossero, prima di tutto, persone e cittadini.
Riformare è necessario, nessuno lo nega. La scuola italiana ha bisogno di essere ripensata, aggiornata, resa più efficace. Ma riformare senza visione, senza ascolto, senza il minimo rispetto per chi subisce le conseguenze delle decisioni altrui, non è riformare: è improvvisare con arroganza. E quando si improvvisa sull’istruzione, a pagarne il prezzo non sono i ministri – che passano, cambiano, vengono dimenticati – ma le generazioni, che restano. E con loro, il Paese intero.
A questa stessa logica non sfugge l’esame di maturità, che quest’anno ha subìto un’ulteriore torsione nella direzione sbagliata. Dopo anni di dibattito pedagogico sull’importanza di una didattica interdisciplinare – capace di restituire agli studenti la complessità del reale, i nessi tra i saperi, la visione d’insieme –, si è scelto di tornare a un esame che rassomiglia, sempre più, a una sequenza di interrogazioni su singole materie. Compartimenti stagni, senza connessioni, senza la possibilità di dimostrare come le discipline dialoghino tra loro e con il mondo. Come se la conoscenza fosse una somma di frammenti separati, anziché un sistema in cui tutto si tiene. Anni di formazione dei docenti, di sperimentazione nelle classi, di riflessione collettiva sulla valutazione – tutto accantonato con una circolare. Anche qui, la fretta ha vinto sulla visione. E anche qui, a pagarne il prezzo sono gli studenti: chiamati a dimostrare ciò che sanno dentro schemi che non rendono giustizia a ciò che sono diventati.
Eppure, più preoccupante ancora del contenuto di questa riforma, è il metodo con cui è stata concepita e imposta. Perché un metodo, una volta collaudato, si ripete. Oggi tocca agli istituti tecnici: un decreto calato a iscrizioni chiuse, senza ascolto, senza sperimentazione, senza il tempo minimo per valutarne le conseguenze. Domani, con la stessa logica e la stessa impunità, potrebbe toccare ai licei, agli istituti professionali, all’intero sistema dell’istruzione superiore. Il problema non è solo cosa si cambia, ma come lo si cambia. Una democrazia matura si riconosce anche da questo: dalla capacità di riformare con metodo, con pazienza, con il coraggio di ascoltare anche chi non è d’accordo. Quando invece si sceglie la strada del fatto compiuto, della fretta presentata come visione, e della superficialità travestita da decisione, non si sta governando la scuola. La si sta logorando.







