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Vocazione e povertà

Un film di Valérie Donzelli, “La mattina scrivo”

31 Marzo 2026 Katia Ippaso  818

Mentre il cinema italiano sembra ignorare le condizioni di vita dei sei milioni di poveri che vivono in Italia (altrettanti sono coloro che hanno rinunciato a curarsi), decidendo che quei temi vanno piegati al genere “commedia” (il più possibile strampalata, con dialoghi inverosimili) oppure stipati dentro il genere “documentario”, la scuola francese continua, in forme non proprio isolate, a rimanere incollata al reale. Dai fratelli Dardenne a Stephane Brizé – che si occupa da almeno dieci anni del rapporto tra lavoro, capitalismo e vite rovinate: La legge del mercato (2015), In guerra (2018), Un altro mondo (2021) – passando per Boris Lojkine (La storia di Souleymane, 2024, moderna Odissea su misura di un rider a Parigi), persiste in Francia un’attenzione verso ciò che non si vede. Non è una questione di anime belle, ma di scuola: scuola di scrittura e scuola di regia. L’ultimo, riuscitissimo esempio di questa concezione del cinema, ferma e niente affatto noiosa – come vorrebbe la logica dominante dell’evasione a tutti i costi – si intitola La mattina scrivo (À pied d’œuvre), e ha meritatamente vinto il premio per la migliore sceneggiatura all’ultima Mostra del cinema di Venezia.

Ispirato al romanzo autobiografico di Franck Courtés (À pied d’œuvre, Gallimard), il film di Valérie Donzelli segue – senza inutili sottolineature retoriche o scandalistiche, ma con un ritmo calmo, sincrono con il modo di essere del protagonista Bastien Boullion (scelto dalla regista proprio per “il suo ritmo pacato e la presenza discreta”) – la vita quotidiana di Paul, un quarantenne che rinuncia a una carriera di fotografo ben pagato per dedicarsi anima e corpo alla scrittura. Ne deriva una caduta verticale nei bassifondi di Parigi: la moglie se ne va in Canada con i figli, mentre lui scende sempre più i gradini della scala sociale. Di notte dorme in un sottoscala senza luce, di giorno sperimenta il degrado della gig economy (lavoretti “a chiamata” retribuiti con paghe sempre più basse, determinate dalla spietata concorrenza tra immigrati e nuovi poveri). Nel frattempo, scrive.

Il momento più basso della nuova esistenza di Paul coincide con il rifiuto, da parte del suo editore, di pubblicare il terzo romanzo (i primi due avevano ottenuto un discreto successo di critica, ma non avevano venduto abbastanza). Una soglia che avrebbe potuto aprire diverse strade narrative. Donzelli sceglie di non staccarsi dal suo personaggio, seguendolo nella sua silente disperazione. Un giorno dopo l’altro, una notte (insonne) dopo l’altra, con i figli che diventano solo una voce al telefono e gli incontri con datori di lavoro su cui non pesa nessuna particolare scure ideologica: opachi, indaffarati, preoccupati, indifferenti, ma mai “mostri”. Paul comincia ad annotare sul suo quaderno quel che gli accade: piccoli dettagli degli sconosciuti che gli danno quei lavori da fame che pure lo aiutano ad andare avanti, le ore necessarie per smontare e rimontare un armadio, le ferite sulle mani e sulla schiena, le case diseguali degli altri, un incontro con una donna sola che lo accoglie una notte nel suo letto.

La favola fa ingresso con dolcezza, pacatamente, sotto forma di una persona meno distratta che gli regala altri quaderni e una penna nuova. Ed è così che, istante dopo istante, prende forma À pied d’œuvre, radiografia semplice e ostinata dei giorni senza consolazione, governati solo da quella nuova, stordente vocazione che non permette compromessi. Il libro viene pubblicato. Coerente con il respiro dell’intera opera, la nuova luce che si posa sulle cose, nel finale, è discreta, autentica, disciplinata. Come Paul, che ogni mattina scrive.

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Tagsfilm Katia Ippaso La mattina scrivo Valerie Donzelli

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