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Home » Ritratti » Marielle Franco e la “resistenza intersezionale”

Marielle Franco e la “resistenza intersezionale”

La sentenza definitiva contro i mandanti del suo assassinio svela il sistema di potere tra milizie e istituzioni a Rio de Janeiro. L’eredità di un impegno che mirava a fare della favela un laboratorio politico

19 Marzo 2026 Marianna Gatta  559

Il 14 marzo del 2018, mentre il Brasile si tingeva di giallo per la campagna elettorale di Jair Bolsonaro, a Rio veniva trucidata in strada la consigliera municipale Marielle Franco, con il suo autista Anderson Gomes. Marielle all’epoca faceva paura: era una donna nera, preparata, favelada e bisessuale. Esponente del Psol (Partito socialismo e libertà), aveva un ruolo politico di rilievo, rappresentando tutto ciò che l’ondata machista e reazionaria di Bolsonaro avversava. Solo il 25 febbraio 2026, otto anni dopo quel massacro, grazie alla lotta costante della famiglia di Marielle, la giustizia ha finalmente fatto il suo corso.

A essere condannati – a 76 anni di reclusione, in quanto mandanti dell’omicidio – i fratelli Chiquinho, entrambi ex deputati, e Domingos Brazão, passato anche alla magistratura come consigliere della Corte dei conti. “Un’indagine lenta, fallace e difettosa ha mostrato che c’erano persone potenti a tirare i fili per impedire alla verità di emergere” – ha commentato uno dei giudici della Corte, Flávio Dino, a dimostrazione dell’intreccio tra malavita, politica e istituzioni che soffocava il Brasile. Le motivazioni dietro l’omicidio riguardano l’ostruzionismo di Marielle Franco verso gli interessi fondiari delle milizie nelle comunidades, ossia le favelas.

Composte da poliziotti, ex agenti e politici che controllano il territorio delle periferie, le milizie sono reti paramilitari che si sostituiscono allo Stato, proprio come le organizzazioni mafiose. In mancanza di servizi pubblici essenziali, questi gruppi finiscono per gestire illegalmente forniture di gas, connessioni internet e trasporti, imponendo un ferreo controllo economico, sociale ed elettorale, degenerando in violenze sistematiche e complicità negli affari della malavita. Marielle, opponendosi alla lottizzazione abusiva dei terreni nelle zone di Jacarepaguá e Barra da Tijuca, stava colpendo direttamente il cuore economico e il potere territoriale di queste milizie. Eletta da appena un anno con il Psol, in quel momento aveva un ruolo estremamente delicato: era la presidente della commissione incaricata di monitorare l’intervento federale sulla sicurezza a Rio, metteva cioè sotto osservazione l’operato di esercito e polizia, diventando così un ostacolo istituzionale diretto per chi agiva nell’ombra.

In quegli anni, per rispondere all’intensificarsi della violenza nelle comunidades, concretizzatasi in centinaia di morti tra civili e militari, l’allora governo di Michel Temer, ordinò la cosiddetta intervençao, ossia l’invio di personale federale nelle strade di Rio, con l’obiettivo di eliminare la criminalità. Un intervento che, secondo Marielle Franco, non andava a sanare l’origine delle problematiche sociali, ma solo a reprimere e controllare, peggiorando la situazione delle e degli abitanti, stretti tra la gestione criminale delle bande e il razzismo istituzionalizzato della polizia federale.

Nella sua tesi in sociologia (Upp – A redução da favela a três letras: uma análise da política de segurança pública do Estado do Rio de Janeiro), pubblicata in Italia dalle edizioni Tamu col titolo Laboratorio favela, Marielle denunciava uno Stato assente nei servizi e nella tutela di cittadine e cittadini, ma iperpresente con il controllo sociale e la violenza. Intere aree della città rimanevano prive di fognature, scuole o trasporti efficienti, ma venivano pesantemente militarizzate dalle Upp, cioè le Unità di polizia pacificatrice. Secondo Marielle, la favela è il laboratorio in cui lo Stato sperimenta tecniche di repressione per contenere le fasce di popolazione indigente. Il suo lavoro di ricerca e analisi coglie il paradosso della sicurezza, proprio di tutte le degenerazioni urbane contemporanee: un potere delle forze dell’ordine che alimenta le diseguaglianze sociali e favorisce i casi di collusione. Invece di investire negli spazi pubblici a impatto sociale, le periferie, razzializzate e marginalizzate, sono trasformate in zone di esclusione e controllo. Non tanto diverso da ciò che sta accadendo in Italia, con le “zone rosse”, il decreto Caivano, e – in particolare a Roma, al Quarticciolo – criminalizzando le alternative dal basso e favorendo l’intervento delle forze dell’ordine.

Marielle conosceva bene le comunidades. Era nata e cresciuta nella favela di Maré, lavorando fin dall’età di 11 anni e diventando madre a soli 19, per poi crescere da sola la figlia Luyara. Aveva una relazione decennale con una donna, Mônica Benício, con cui si sarebbe dovuta sposare alla fine del 2018. La sua carriera politica, iniziata con Marcelo Ribeiro Freixo, del Partido dos trabalhadores (Pt), si concentrava sulle questioni di genere e sulla denuncia delle violenze della polizia nel suo quartiere.

Il 13 marzo 2018, il giorno prima di morire, scriveva su X (allora Twitter): “Quanti altri dovranno morire perché questa guerra finisca?”; solo poche ore dopo, fu proprio lei a essere uccisa da proiettili appartenenti a un lotto della Polizia federale. Oggi che a distanza di anni si sono trovati i colpevoli, le condanne hanno scoperchiato una spaventosa complicità istituzionale: Rivaldo Barbosa, allora capo della polizia, nominato appena il giorno prima del delitto, utilizzò la sua carica per garantire ai mandanti un’impunità preventiva, depistando scientemente le ricerche; e l’agente militare Ronald Paulo Alves Pereira agiva come braccio tecnico, coordinando il pedinamento di Marielle.

Questo assassinio è diventato il simbolo della resistenza contro un clima di violenza politica che aveva lambito i vertici dello Stato, segnando profondamente il momento del bolsonarismo e la lotta per la democrazia in Brasile. Uccidere Marielle Franco, però, non ha fatto altro che dimostrare la fragilità delle nuove destre machiste e reazionarie, da Bolsonaro a Milei, fino a Trump, di fronte alla forza dell’intersezionalità. Il suo volto, dalle facciate dei palazzi di Berlino a quelli di Buenos Aires, ricorda che le lotte non possono essere separate: non c’è giustizia sociale senza quella razziale, non c’è democrazia finché chi è marginalizzato da sempre, come le donne nere, non occupa spazi decisionali. A portare avanti il suo progetto politico, ci sono oggi le Semi di Marielle (Sementes de Marielle), centinaia di giovani donne nere che siedono nei consigli comunali di tutto il Brasile, e la sorella, Anielle Franco, che ha raccolto la sua eredità istituzionale, diventando, nel 2023, la prima ministra per l’Uguaglianza razziale del Brasile. Facendo propria l’istanza della filosofia sudafricana Ubuntu, originaria dei popoli zulu e xhosa, Marielle diceva spesso: Eu sou porque nós somos (“io sono perché noi siamo”). Perché finché una sola di noi non è libera, nessuna lo è.

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Archiviato inAmerica latina Dossier Ritratti
TagsBrasile favelas Marianna Gatta Marielle Franco sentenza definitiva

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