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Home » Editoriale » Il referendum e la “famiglia nel bosco”: una farsa la propaganda per il “sì”

Il referendum e la “famiglia nel bosco”: una farsa la propaganda per il “sì”

11 Marzo 2026 Luca Baiada  1972

A questo punto, una propaganda “mari e monti” non ci fa mancare nulla. È stato notato che, mentre per il “no” c’è un allargamento dell’attenzione, dalla “separazione delle carriere” a una visione più ampia e strutturata (vedi qui), per il “sì”, invece, continuano le campagne aggressive con messaggi ansiogeni. Facciamo una prova.

Città piacevole, Chieti, nel verde Abruzzo. Peccato che per due volte, a distanza di un secolo, si presti contro la sua volontà come scenario di manipolazione. Nel 1920 Giacomo Matteotti, di passaggio a Chieti per attività politiche, scrive alla moglie Velia: “Bella cittadina, specialmente per la posizione, ma gente un po’ primitiva e… tanto pecorino”. Il grande socialista non sa che, pochi anni dopo, il suo nome sarà legato a Chieti per sempre. Nel 1924 è brutalmente assassinato; due anni dopo il mandante, Benito Mussolini, si procura l’impunità facendo celebrare a Chieti un processo solo ai sicari: un dibattimento pilotato, che alla fine garantisce un trattamento morbido anche a loro. I magistrati del luogo sono fascisti o allineati, i giurati popolari sono di sicura ubbidienza perché vengono scelti con sotterfugi – attenzione, a chi promette un “sorteggio”! –, la presenza del pubblico è controllata, la città è presidiata, il difensore degli imputati è uno squadrista che, in quel momento, fa il segretario del partito fascista. Con queste premesse, la vedova Matteotti revoca la costituzione di parte civile.

Gli antifascisti chiamano subito “farsa di Chieti” quelle arroganze travestite da diritto. Ancora mezzo secolo dopo, il grande giurista Franco Cordero scriverà sul processo parole sferzanti. La “farsa di Chieti” entra nel lessico politico sin dal 1926 come modello di pornografia giudiziaria e depistaggio. Già dal 1924, invece, corre un’altra espressione, di provenienza fascista, “quartarellisti”: sono quelli che attaccano la dittatura e invocano giustizia per Matteotti; il suo corpo è stato ritrovato nel bosco della Quartarella, vicino a Roma.

Un momento. Rapito e ucciso a Roma, ritrovato nella campagna romana. Perché il processo è a Chieti? La scelta è funzionale alla manipolazione: la città è fascista, defilata, facilmente controllabile; il contado non può dare sorprese. Il carteggio, tra organi centrali dello Stato e autorità locali, conferma la soddisfazione dei fascisti perché tutto va secondo i piani.

Anno 2026. Un secolo dopo il delitto Matteotti, una modifica della Costituzione, approvata senza modifiche parlamentari e praticamente imposta dal governo, è sottoposta a referendum per volontà della stessa maggioranza, che vuole farne un plebiscito, una tappa verso i “pieni poteri”. L’alterazione degli equilibri costituzionali, con lo scompaginamento della magistratura e il controllo politico della giustizia, è un progetto studiato, volutamente distorsivo. C’è un disegno antidemocratico, che andrebbe studiato con l’acume di un giurista impegnato come Matteotti, per smascherarlo sino in fondo. Ci vorrebbero anche la sua operosità vulcanica e il suo senso pratico, per realizzare non certo la conservazione delle cose come stanno, assolutamente no: un obiettivo diverso, l’attuazione della Costituzione nel senso della giustizia sociale concreta, con lotta di classe vera, protezione degli interessi popolari, difesa dell’ambiente e del progresso.

Mentre si ripete che la questione oggetto di referendum è “tecnica”, strettamente “tecnica” e non altro – “terzogiornale” ha già spiegato che questa lettura è sbagliata (vedi qui) –, la propaganda governativa cerca consensi e gioca la carta emozionale. È quella più profonda e calorosa, quella che non permette repliche.

In Polonia, anni fa, i magistrati sono stati additati al popolo come ladri di salsicce. L’Italia è sensibile ai bambini e alla quiete familiare. La vita domestica non dev’essere disturbata da magistrati, cioè da intrusi coi codici in mano, ed ecco pronto un tema suggestivo. C’è una “famiglia nel bosco”: chi non sente, in queste parole, il piacere di una vita serena, appartata, lontana dal subbuglio della storia? In realtà, basta un giro in rete per trovare tanti casi veri o artefatti di romitaggi improvvisati, di persone sole o di famiglie. Eppure, oggi, in Italia si parla di una sola famiglia boschereccia: quella famiglia, con quella questione giudiziaria. Altro che salsicce: in Italia i magistrati rubano bambini. Dov’è questo bosco delle meraviglie, in cui s’intrufolano le toghe? Nella provincia di Chieti.

Intendiamoci: nessun complotto mediatico. E comunque Chieti non è più il centro placido degli anni Venti del Novecento, tutto conservatore, non ci sono spie e non sferragliano squadristi. La vertenza sui bambini non è un processo farsesco ma una procedura garantita, con magistrati e avvocati preparati, che deve seguire il suo corso. Certamente, la parte migliore della cittadinanza, a Chieti, non è fiera di quel processo fascista e magari neanche si appassiona al caso di oggi. Il caso della “famiglia nel bosco”, però, è seguito a livello nazionale con commenti furbi, lacrimosi e rancorosi, che in questi giorni ripetono trauma, ideologia, ispezione: ci sono bambini maltrattati perché c’è un processo politicizzato, ma il governo vuole il loro bene.

Siamo di fronte, invece che a una macchinazione, a qualcosa di più profondo, qualcosa di scelto e insieme di automatico: quando si vuole incanalare il discorso pubblico in direzioni comode, controllabili, persino l’uso dei luoghi si allinea, si conforma, per assecondare l’esito desiderato. Un secolo fa, nel bosco della Quartarella, i resti di un giurista rapito, oppositore temuto da Mussolini, provano la sua morte; adesso in un bosco d’Abruzzo i magistrati rapiscono giovani vite. Nel 1926 Chieti, in città, è il palcoscenico di un processo ingiusto, che deve sembrare vero; nel 2026, nella provincia c’è la scena del contrario. Simmetrie curiose. Sarà interessante approfondirle. Però dopo, non ora.

Studieremo volentieri le ricorrenze geografiche e politiche dell’Italia, un Paese che non conosciamo mai abbastanza, se fra pochi giorni festeggeremo un obiettivo alto, necessario: la vittoria del “no” alla manomissione della giustizia. A questo punto, votare “no” serve anche a riportare un po’ di serietà e di consapevolezza. Delle farse ne abbiamo abbastanza.

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