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Home » Articoli » Tra India e Israele un’alleanza pragmatica e ideologica

Tra India e Israele un’alleanza pragmatica e ideologica

In gioco interessi commerciali, soprattutto nel settore delle armi, ma anche una comune visione anti-islamista e nazionalista radicale

9 Marzo 2026 Marco Santopadre  766

Alla fine di febbraio, il leader indiano Narendra Modi è arrivato in Israele per la sua seconda visita nello Stato ebraico, dall’enorme valore simbolico. La visita precedente – la prima di un capo di Stato indiano in Israele – si era svolta il 4 luglio del 2017, e da allora le relazioni tra i due Paesi non hanno fatto altro che crescere. La visita di Modi, a capo di un gigante geopolitico da 1,4 miliardi di abitanti, è stata letta da alcuni analisti come un vero e proprio “favore personale” nei confronti del premier israeliano, su cui pende un mandato di cattura della Corte dell’Aia per crimini di guerra, e che negli ultimi anni ha dovuto subire un certo isolamento internazionale a causa del genocidio compiuto a Gaza. Che il viaggio di Modi si sia concluso proprio alla vigilia dell’attacco israelo-americano contro l’Iran è una coincidenza, ma la dice lunga sulla strategia indiana.

Nuova Delhi ha scelto infatti di investire massicciamente in un Medio Oriente ridisegnato dai forsennati interventi bellici di Israele, al cui interno l’Iran e l’“asse della resistenza” di fede sciita – al di là che riesca o meno il regime change a Teheran – sono sempre più marginali. Non a caso Modi ha stretto un’alleanza anche con gli Emirati arabi uniti, sempre più legati a Washington e a Tel Aviv. Sotto pressione di Trump – e in ossequio agli interessi israeliani –, Modi ha smesso di acquistare petrolio dall’Iran, con cui aveva a lungo mantenuto buone relazioni, e ora si prepara a trarre vantaggio dai nuovi equilibri nell’area. Eppure, per decenni, l’Unione indiana aveva sostenuto la lotta per l’autodeterminazione del popolo palestinese: nel 1947, si oppose al piano dell’Onu per la spartizione della Palestina tra ebrei e arabi; nel 1975, votò per la risoluzione 3379 che designava il sionismo come ideologia razzista e, nel 1988, riconobbe lo “Stato di Palestina”. Ma crollata l’Unione sovietica, nel 1992, l’India normalizzò i suoi rapporti con Israele: da allora i due Paesi si sono gradualmente avvicinati sino a diventare alleati. L’ascesa al potere in India, nel 2014, del nazionalista indù Modi aveva accelerato la convergenza, tanto che, già nel 2017, fu firmata una “partnership strategica” e inaugurata una cooperazione militare successivamente fortemente consolidatasi.

Lo scorso 8 settembre, l’India ha siglato con Israele uno storico patto economico, denominato Accordo bilaterale di investimento (Bia), diretto a promuovere e a proteggere gli investimenti tra i due Paesi. Una boccata d’ossigeno, per il gigante asiatico, alle prese con i pesanti dazi imposti alle merci indiane da Washington. Il ministro delle Finanze di Israele, Bezalel Smotrich, affermò che il patto avrebbe aperto nuove porte agli investitori israeliani e indiani, rafforzato le esportazioni israeliane e fornito alle imprese dei due Paesi certezze e strumenti per sviluppare l’espansione nei mercati in più rapida crescita al mondo. “L’India è una potenza economica in crescita e la cooperazione con questo Paese rappresenta una straordinaria opportunità per Israele” – ha sottolineato l’esponente dell’ala più estremista del governo di Netanyahu. L’accordo economico potrebbe infatti aprire la strada alla firma di un accordo di libero scambio, da qualche anno oggetto di un negoziato tra i due governi.

Nell’immediato, intanto, il Bia sostiene l’acquisizione del porto di Haifa da parte del miliardario indiano Gautam Adani, che, nel gennaio 2023, ha acquistato il 70% delle quote dell’infrastruttura appena privatizzata dal governo israeliano e precedentemente gestita da un’impresa cinese. L’Accordo bilaterale consentirà poi a Modi di rivitalizzare l’India Middle East Corridor (Imec), un corridoio economico e commerciale noto anche come “via del cotone”, che collega il gigante asiatico ai mercati occidentali attraverso il Medio Oriente, finanziato in gran parte dagli Stati Uniti, allo scopo di contrastare la Belt and Road Initiative cinese. Se l’Imec, che dovrebbe ridurre fortemente i tempi di trasporto delle merci dall’Asia al Mediterraneo e viceversa, rappresenta una grande opportunità per l’India, il corridoio aiuterà Israele a rafforzare la propria proiezione economica nell’Asia meridionale e orientale.

Nuova Delhi invia già una quota crescente di lavoratori per rimpiazzare i manovali e gli operai palestinesi (ai quali Israele ha revocato i permessi di lavoro), ha firmato un memorandum d’intesa tra le università dei due Paesi, e sostiene attraverso i propri media le ragioni di Netanyahu. Dopo il 7 ottobre 2023, inoltre, i due Paesi hanno firmato vari accordi nel campo della tecnologia idrica, della sicurezza informatica e dell’agricoltura. Nel novembre scorso, durante la visita del ministro indiano Piyush Goyal a Tel Aviv, gli israeliani hanno promosso lo sviluppo nel Paese asiatico di una rete di sistemi di irrigazione a goccia e di desalinizzatori. Gli scambi tra Tel Aviv e Nuova Delhi sono aumentati a tal punto che, nel 2024, hanno raggiunto i quattro miliardi, facendo di Israele il secondo partner commerciale dell’India dopo la Cina. Soprattutto, Nuova Delhi è ormai tra i principali acquirenti mondiali delle armi prodotte da Israele: dal 2020 al 2024, l’India ha ricevuto il 34% delle esportazioni di armi israeliane, per un valore complessivo annuo di due miliardi di dollari. Dall’ottobre del 2023, le imprese indiane del comparto militare hanno aumentato l’invio di droni, razzi, esplosivi e software, utilizzati da Israele contro la popolazione di Gaza. E i due Paesi hanno incrementato la co-produzione, in varie imprese sparse in India, di armi con brevetto israeliano, destinate ai rispettivi eserciti e all’esportazione. Per esempio, Israele fornisce molti dei componenti essenziali utilizzati dall’India per realizzare il Tejas Lca, un caccia da combattimento made in Delhi.

Ma dietro la scelta da parte del governo Modi di sostenere Israele non ci sono solo motivazioni economiche, c’è anche la “difesa dell’interesse nazionale” e una spiccata consonanza ideologica tra i due regimi. Entrambe le correnti politiche al potere – ovvero il sionismo e l’Hindutva – considerano l’islamismo un pericoloso nemico, e difendono un nazionalismo sciovinista intriso di suprematismo e di fondamentalismo religioso e messianico. Il Bharatiya Janata Party di Modi non nasconde la volontà di rendere l’India uno Stato omogeneo dal punto di vista etnico e religioso, subordinando per esempio la concessione della cittadinanza alla fede induista. Negli ultimi anni, inoltre, il governo e l’esercito indiano hanno preso a modello le strategie di repressione e controllo del territorio adoperate da Israele contro i palestinesi per rafforzare la colonizzazione del Kashmir, al quale Modi, nel 2019, ha revocato lo status di territorio autonomo. Nella regione occupata, costantemente monitorata da una fitta rete di telecamere, Nuova Delhi sta cercando di realizzare insediamenti riservati agli indù, mentre l’esercito rade al suolo le case dei dissidenti prendendo a modello la strategia adottata da Israele in Cisgiordania.

Consonanze ideologiche e coloniali a parte, l’India sembra cercare in Israele un alleato contro il vicino – e da sempre nemico – Pakistan, legatosi nel frattempo a uno dei principali competitori di Israele, l’Arabia saudita, e alla Turchia, con cui sembra volere realizzare una sorta di Nato islamica, un’alleanza geopolitica e militare sunnita che faccia fronte comune, dall’Asia al Medio Oriente, contro gli avversari. È grazie alla collaborazione tra l’Adani Group e l’israeliana Elbit Systems che l’esercito indiano ha potuto utilizzare i droni Hermes 900 e i velivoli suicidi Harop contro le truppe pakistane nel breve – ma sanguinoso – conflitto del maggio 2025. Lo stesso dicasi per il missile Barak-8, un sistema di difesa aerea, sviluppato congiuntamente, e diretto a fornire le navi da guerra indiane di uno scudo contro i droni e i missili balistici. Più recentemente, l’ex viceministro israeliano della Difesa, Meir Masri, ha parlato della necessità di ottenere la “smilitarizzazione nucleare del Pakistan”, riecheggiando una tradizionale rivendicazione indiana. Israele sembra puntare a un’alleanza strategica molto ampia, che comprenda non solo l’India e gli Emirati arabi uniti, ma anche la Grecia, Cipro e alcuni Paesi del Corno d’Africa, allo scopo di contrastare sia il blocco sciita sia l’asse tra la Turchia e l’Arabia saudita.

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