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Home » Editoriale » Se gli economisti parlano di “morale”. Dopo una riunione in casa Laterza

Se gli economisti parlano di “morale”. Dopo una riunione in casa Laterza

23 Febbraio 2026 Rino Genovese  980

È meritorio che la casa editrice Laterza organizzi delle discussioni intorno ad alcuni dei volumi che pubblica: ed è motivo di soddisfazione per la Fondazione per la critica sociale – che ha promosso e sostenuto la ricerca collettiva di Non è giusta. L’Italia delle disuguaglianze (a cura di Giacomo Gabbuti) – il fatto che, il 19 febbraio scorso, la scelta sia caduta proprio su questo libro. Così abbiamo visto Michele De Palma, segretario generale della Fiom, confrontarsi con un po’ di nomi della scienza economica italiana (Elena Granaglia, Pietro Reichlin, Nicola Rossi), dopo le brevi introduzioni di Bianca Laterza e dello stesso Gabbuti.

Diciamo subito che l’unico che abbia messo i piedi nel piatto è stato De Palma, negando l’ormai logoro teorema, sostenuto da Nicola Rossi, riguardo alle virtù più o meno miracolistiche della crescita economica al fine di ridurre le disuguaglianze. È vero che nel libro in discussione – ricco di dati e grafici rigorosi, oltre che animato da passione civile – si legge come le disuguaglianze, che negli ultimi decenni in Italia non hanno fatto che aumentare, si fossero al contrario ridotte negli anni del “miracolo economico” e immediatamente successivi; ma non va dimenticato come quello sia stato anche il periodo di una vivace conflittualità operaia, e sociale in genere, capace di raggiungere obiettivi spostando risorse dai profitti e dalle rendite verso i salari. La circostanza che in Italia, ormai da più di trent’anni, le remunerazioni siano regredite, contrariamente a ciò che è accaduto nel resto dei Paesi europei, è il risultato di un indebolimento delle lotte sindacali (anche in conseguenza – va detto – dei notevoli cambiamenti intervenuti nell’organizzazione della produzione) e di determinate politiche economiche che hanno privilegiato la crescita, senza peraltro nemmeno rilanciarla più di tanto, a discapito della giustizia sociale. Perché il corollario neoliberista – o diciamo “neoliberista dal volto umano” –, anche quando rimane inespresso, è il seguente: bisogna lasciare mano libera ai ricchi affinché, con la crescita, si abbiano le risorse per una ridistribuzione del reddito.

L’alternativa però qui veramente non si porrebbe. È un gatto che si morde la coda: quando infatti la crescita è debole, deboli sono anche i movimenti sociali che spingono verso una ridistribuzione del reddito, e viceversa, quando questi sono deboli, si parla di crescita solo per parlarne. Senza contare che bisognerebbe aggiungere, oggi più di ieri: quale crescita? Con quale segno, dal punto di vista di quella che si chiama “giustizia climatica” oltre che sociale, la quale implicherebbe una ridistribuzione mirata non a privilegiare i consumi privati, come prioritariamente accadde in passato, ma i bisogni collettivi. Tutto questo sarebbe pura “morale” e non scienza economica, come ha sostenuto in modo più o meno felpato Rossi? Oppure è un presupposto indispensabile dello stesso sviluppo?

In altre parole, la crescita e la giustizia non possono essere disgiunte nemmeno dal punto di vista economico, non soltanto da quello morale: non si ha l’una senza l’altra – ammesso che la crescita debba essere “di qualità” proiettandosi verso un orizzonte di progresso (una distinzione, questa, tra “sviluppo” e “progresso” giustamente richiamata da De Palma). Anche perché disuguaglianze bloccate, pietrificate, pesano sulla crescita, diffondendo in una larga parte della popolazione, con la mancanza di speranze, uno spirito rinunciatario che non giova alla vita sociale nel suo complesso. In una società feudale, per definizione pressoché immobile, in cui le disuguaglianze sono di nascita e di casta, si ha il più basso tasso di crescita rispetto a quello di un sistema capitalistico moderno.

Le disuguaglianze di classe, particolarmente evidenti in una società “più mobile”, come appunto quella degli anni Sessanta e Settanta del Novecento, erano invece fluide e, in quanto tali, riducibili. La ricerca coordinata da Gabbuti mostra come le basse remunerazioni e la scarsa mobilità sociale, che fanno sì che oggi i figli di strati socialmente subalterni abbiano un alto grado di probabilità di restare subalterni, e come lo spostamento del baricentro economico dal profitto verso la rendita, sia immobiliare sia da capitale – insieme con l’aumento esponenziale, nel trascorrere delle generazioni, della quota di ricchezza ereditata (in Italia, tra l’altro, in presenza di tasse di successione ridicole) –, abbiano avuto la conseguenza di pietrificare le disuguaglianze, secondo quello che definiremmo un paradossale feudalesimo capitalista.

Come provarsi a uscire da questa situazione? Anzitutto – misura sempre più necessaria, richiamata da De Palma – con l’introduzione di un salario minimo; poi con il dispiegamento di una rinnovata conflittualità sociale, con la richiesta di aumenti salariali, così da rimettere al primo posto dell’agenda le condizioni di vita dei gruppi sociali più deboli; infine – ed è probabilmente l’elemento più importante di tutti – con delle politiche fiscali che, riproponendo una forte progressività della tassazione (come quella che c’era in Italia ancora negli anni Settanta), sia sul piano nazionale sia su quello europeo, vada a colpire i grandi patrimoni. Proprio attraverso questo interventismo statale si potrebbe pensare di riattivare una politica di progresso, che un tempo pareva essere, piuttosto, l’effetto di un’effervescenza sociale preliminare. Infatti, per spezzare la tendenza all’apatia, anche in termini di astensionismo e passività elettorale, sarebbe necessario indicare in quale maniera politiche ridistributive siano possibili in concreto, cominciando così a separare gli interessi dei subalterni da quelli dei loro padroni, oggi spesso cementati in un amalgama servile di tipo, appunto, neofeudale.

Questa impostazione, di rottura con il recente passato neoliberista, è riferibile ai nomi di Piketty e Zucman, oggi al centro del dibattito in Francia e altrove. Ma di ciò gli economisti riuniti in casa Laterza hanno evitato di parlare. Come si diceva, l’impressione ricevuta da chi scrive, è stata quella di un prevalente neoliberismo soft, che concede qualcosa alla morale, ma nulla di più; laddove il libro curato da Gabbuti, con i dati che adduce e analizza, sarebbe proprio orientato nella direzione della rottura praticata dai Piketty e dagli Zucman.

Alla fine, perciò, il dibattito è sembrato un po’ tra sordi. E se anche la ridistribuzione tramite la leva fiscale non fosse considerata l’unica ricetta valida per ridurre le disuguaglianze, si sarebbe potuto parlare di “pre-distribuzione”, un termine con cui si indica una capacità di intervento “a monte”, cioè prima che le disuguaglianze si cristallizzino, per esempio grazie alla formazione e al prolungamento, per i giovani e le giovani, del loro periodo di studi (comunque da finanziare con lo Stato sociale). In effetti, però, neanche su questo si è detto qualcosa. Così, andando via un po’ in anticipo, nel taxi che si muoveva lentamente nel traffico romano di una serata di pioggia, il vostro cronista e presidente della Fondazione per la critica sociale rimuginava tra sé: “Ma Nicola Rossi non fu consigliere economico di D’Alema ai tempi dei governi di centrosinistra detti dell’Ulivo? Ora si comprende il perché delle successive inesorabili sconfitte…”.

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TagsFondazione per la critica sociale Giacomo Gabbuti Laterza neoliberismo soft Non è giusta. L'Italia delle disuguaglianze Rino Genovese

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