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Un male sottile: leggere senza comprendere

L’analfabetismo funzionale sembra essere il risultato della nostra modernità digitale. Il ruolo della scuola

13 Febbraio 2026 Stefania Tirini  1090

“Conoscere è avere una credenza vera e giustificata”, scriveva Platone nel Teeteto, nel IV secolo a.C. Da allora, l’idea di conoscenza come incontro tra verità e ragione ha guidato per secoli la filosofia e la scienza. Ma nel tempo dell’informazione digitale, in cui le verità si consumano alla velocità di uno scroll, possiamo ancora dire di conoscere davvero? Mai come oggi leggiamo, scriviamo, comunichiamo. Eppure mai come oggi comprendiamo così poco. È la grande contraddizione dell’era digitale: l’accesso all’informazione aumenta, ma si riduce la nostra capacità di capirla e di usarla criticamente.

I dati più recenti, diffusi dall’Ocse, nel dicembre 2024, offrono una fotografia impietosa. L’Italia è, con Polonia, Portogallo e Cile, tra i Paesi con i risultati più bassi in tutti i domini valutati dall’indagine Piaac 2 – lettura (literacy), matematica (numeracy) e problem solving adattivo. Il punteggio medio nazionale è di 245 in literacy, 244 in numeracy e 231 nel problem solving, contro una media Ocse di 260-263-251 punti. Peggio fanno soltanto cinque Paesi su trentuno. Nel nostro, il 35% degli adulti si colloca al livello più basso di competenza in lettura e matematica – i cosiddetti analfabeti funzionali –, e quasi il 46% mostra gravi difficoltà nel risolvere problemi nuovi, mentre solo il 6% raggiunge i livelli più elevati. Il divario aumenta nel Mezzogiorno, dove oltre la metà della popolazione adulta non supera i livelli minimi. È un quadro coerente con ciò che l’Ocse chiama “rischio cognitivo d’ineguaglianza”: chi nasce in contesti svantaggiati è doppiamente penalizzato, socialmente e culturalmente.

D’altra parte, nella società iperconnessa, la conoscenza si è trasformata in flusso, in velocità, in consumo. Negli anni Settanta il computer rappresentava la promessa di una nuova libertà cognitiva; negli anni Novanta Internet ha unito il mondo in uno spazio comunicativo globale; poi sono arrivati i social media e la conoscenza ha cambiato natura. Da processo lento e riflessivo, è diventata immediata, intuitiva, governata dall’emozione. Wikipedia, simbolo della costruzione collettiva del sapere, si fonda su verifica e collaborazione; i social network, invece, esaltano la rapidità, la reazione, la viralità. Anziché domandarci “è vero?”, ci chiediamo “mi piace?”. Il pensiero si piega alla logica dell’algoritmo, che premia ciò che cattura, non ciò che spiega.

Il premio Nobel Daniel Kahneman, in Pensieri lenti e veloci, ci offre un’immagine utile per descrivere questo fenomeno. La mente – dice – lavora attraverso due sistemi: uno rapido, intuitivo ed emotivo (Sistema 1), e uno lento, riflessivo e logico (Sistema 2). I social media parlano al Sistema 1: ci spingono a reagire, non a ragionare. Ogni notifica è una sollecitazione, ogni like una piccola gratificazione chimica. Il cervello si abitua così alla risposta immediata e dimentica la lentezza del giudizio. Non è che il Sistema 1 cresca, è il Sistema 2 che smette di allenarsi. E quando il pensiero lento si indebolisce, diminuisce la capacità di comprendere testi complessi, valutare dati, distinguere tra fatti e opinioni. È esattamente ciò che intendiamo oggi per analfabetismo funzionale: non la mancanza di lettura, ma l’incapacità di attribuire senso a ciò che si legge.

A questo punto entra in scena la scuola, che dovrebbe essere la palestra del pensiero riflessivo. È a scuola che il Sistema 2 dovrebbe allenarsi, imparando a sostenere un’argomentazione, a leggere criticamente, a rallentare. Ma tra programmi compressi, valutazioni standardizzate e pressioni burocratiche, la lentezza rischia di scomparire anche lì. La sfida educativa è allora quella di restituire spazio alla riflessione, di riportare la comprensione al centro del processo formativo. Non si tratta di contrapporre la tecnologia alla cultura, ma di imparare a usarla consapevolmente, senza esserne travolti.

L’analfabetismo funzionale non è solo una questione educativa: è una sfida democratica. Chi non comprende non partecipa, chi non sa interpretare subisce. Nel mondo del digitale, il potere non si esercita solo controllando le informazioni, ma orientando l’attenzione: ciò che leggiamo, ricordiamo o dimentichiamo decide chi siamo. In questo senso, la conoscenza non è più soltanto una competenza, ma una forma di resistenza.

Platone pensava che conoscere significasse giustificare la verità con la ragione. Oggi, conoscere significa anche liberarsi dalla distrazione permanente in cui siamo immersi. La tecnologia non è un nemico, ma un ambiente che va abitato con coscienza. Non basta sapere tutto, bisogna capire qualcosa. Solo restituendo tempo al pensiero, respiro alla mente e attenzione al linguaggio potremo ritrovare quella che un tempo si chiamava — con una parola semplice e antica — sapienza.

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