Vi ricordate quando, negli anni Sessanta, i giovani invitavano a portare l’immaginazione al potere? Tempi luminosi, in cui la fantasia e il pensiero critico erano percepiti come strumenti di liberazione collettiva. Oggi, mezzo secolo dopo, sembra che quell’appello si sia rovesciato: non più immaginazione, piuttosto incompetenza al potere. Ma c’è qualcosa di straordinariamente sano nel metterci la faccia. Oggi, in un Paese dove ogni parola rischia di diventare una prova a carico, vedere un professore che dice davanti a una telecamera “Schedatemi pure, sono di sinistra”, fa quasi venire voglia di stappare una bottiglia. Non per brindare alla rivoluzione – troppo démodé – ma per celebrare un gesto semplice, allegro, anche un po’ tragico: quello di chi decide che la paura non è un argomento interessante. Lui, il professore, si chiama Giorgio Peloso Zantaforni. E il suo video è diventato virale proprio mentre una becera iniziativa scuoteva le scuole italiane: un questionario firmato da Azione studentesca, organizzazione vicina a Fratelli d’Italia, che chiedeva agli studenti se avessero professori “di sinistra che fanno propaganda durante le lezioni”.
La domanda, riportata su un volantino e rimbalzata sui social, ha scatenato un inferno politico. Sindacati e opposizioni gridano alla “schedatura”, il governo minimizza, qualcuno indaga, tutti commentano. Ma in fondo viene da chiedersi: davvero stupisce? Viviamo in tempi in cui la parola “sinistra” suona come imbarazzante. “Oh, sei di sinistra?”, chiede qualcuno con lo stesso tono di chi scopre che mangi ancora carboidrati. Essere di sinistra è diventato un problema di immagine, non più di idee. In un’epoca che adora le etichette ma odia la sostanza, “schedare” non è un verbo che scandalizza più. È routine. Dal supermercato alla scuola: carta fedeltà, codice fiscale, preferenze politiche. Tutto fa database.
Ma torniamo all’allegria del professor Zantaforni. Sì, allegria. È una parola che c’entra moltissimo con il coraggio. È un sentimento bizzarro che nasce quando, davanti all’assurdo, si sceglie di sorridere invece di scappare. Lui lo fa con leggerezza quasi ostinata: “Venite a prendermi”. Lo dice sapendo che oggi le conseguenze non sono quelle di una volta – niente manganelli o olio di ricino, al massimo un contratto non rinnovato, un preside che storce il naso, qualche insulto su Facebook. Piccole riproduzioni domestiche del conformismo. Eppure, che sollievo sentirlo. Perché, in un clima in cui anche respirare sembra un gesto politico, un po’ di ironia è l’unica forma di ossigeno rimasta.
Nel frattempo, i comunicati si susseguono. La Cisl promette denunce, la Cgil interroga il ministro Valditara, l’Anpi ricorda che “le liste di proscrizione non si adattano bene alle democrazie liberali”. Il governo replica che è “solo un’iniziativa autonoma di alcuni studenti”. Tutto secondo copione. Ciò che nessuno dice – o finge di non vedere – è che il problema non è il singolo questionario, ma l’atmosfera che lo rende possibile: quella in cui la differenza di opinione è già sospetta, dove si confonde l’educazione civica con la fedeltà al potere, e la libertà di insegnamento con la licenza di dire ciò che conviene. Un tempo la scuola era il laboratorio del dubbio. Oggi si pretende che sia la fabbrica del consenso. Il professore che stimola la discussione è “di parte”; quello che tace “neutrale”. Ma la neutralità, in un sistema dove la paura di sbagliare vale più del coraggio di pensare, diventa solo un’altra forma di propaganda, più comoda, più elegante.
E allora sì, serve tornare a “metterci la faccia”, come ai tempi in cui la politica non era un talk show ma una forma di vita. Non per nostalgia, ma per igiene mentale. Perché la democrazia non è una zona di comfort: è un campo di battaglia dove le idee si scontrano e, se va bene, si rispettano. Certo, fa ridere doverlo ricordare nel 2026. Forse l’ironia è la nostra ultima difesa. Ridiamoci sopra, quindi, ma con la serietà che si deve alle cose importanti. Ridere non come chi minimizza, ma come chi resiste. Un riso che non consola ma disarma. È proprio questa la lezione del professore: non c’è libertà senza un pizzico di follia. E non c’è dissenso possibile senza metterci la faccia – col sorriso, magari, ma pur sempre la faccia.
Perché, in fondo, il problema non è essere di sinistra o di destra. Il problema è avere paura di dirlo. E allora, con il professore: venite pure, siamo di sinistra, di destra, di buon senso, di cuore, di pancia, di tutto ciò che ci tiene ancora vivi – e soprattutto liberi.







