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Quell’antico amore per la Groenlandia

È dalla fine dell’Ottocento che Washington vuole l’isola artica. I rischi di un’invasione

8 Gennaio 2026 Vittorio Bonanni  1048

In rete imperversano ormai vignette e battute di ogni genere sulla politica predatoria del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Che ogni mattina, consumando la sua abbondante colazione, fa il punto su quale Paese aggredire o minacciare. Così – come del resto aveva annunciato all’inizio del suo secondo mandato – ha ribadito le sue mire sulla Groenlandia, la grande isola artica territorio danese, sia pure con margini importanti di autonomia. Obiettivo assolutamente da raggiungere “per garantire la nostra sicurezza nazionale”: il che, tradotto, significa voler depredare un territorio straricco di materie prime di ogni genere, dalle terre rare agli smeraldi, per fare un paio di esempi.  Ma sbagliano i più – e del resto chi conosce la storia dell’isola più grande del mondo? – a pensare che quei ghiacci piacciano agli statunitensi solo da poco.

Lasciando da parte quanto dichiarato dal tycoon il 16 maggio del 2008 sui desiderata a stelle e a strisce nei riguardi di quel pezzo di Danimarca (parole rese note grazie a WikiLeaks), la storia viene da molto lontano. È infatti da almeno un secolo e mezzo che questo tema, come un fiume carsico, torna agli onori delle cronache, sia pure non con questa veemenza. Già nel 1867, a meno di un secolo dalla Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America del 4 luglio 1776, e a poco più di quarant’anni – era il 1823 – dalla dottrina Monroe, alla quale Trump si ispira, che sanciva il predominio degli Usa su tutto il continente, si pose il tema di un eventuale acquisto della Groenlandia. Era lo stesso anno in cui il più popoloso Paese americano acquistava l’Alaska dall’Impero russo per 7,7 milioni di dollari. In quello stesso periodo, gli Stati Uniti misero all’ordine del giorno l’acquisto della Groenlandia e anche dell’Islanda, sempre da Copenaghen, per 5,5 milioni di dollari, senza poi arrivare a concretizzare l’intenzione.

Nel 1916, un’altra puntata del rapporto “commerciale” tra i due Paesi. Che si risolse con l’acquisto delle Indie occidentali danesi nei Caraibi (ora note come Isole Vergini) per 25 milioni di dollari. Fu questa una tappa importante del rapporto tra il gigante nordamericano e il piccolo Stato scandinavo. “La rilevanza di questo acquisto, nel caso della Groenlandia, è sostanziale – sostiene su “Pagine Esteri” (vedi qui) Manuel Manonelles, professore associato di Relazioni internazionali presso l’Università Blanquerna Ramon Llull di Barcellona – perché una disposizione del trattato internazionale che formalizzò l’accordo affermava che il governo degli Stati Uniti non si opporrà all’estensione dei propri interessi politici ed economici da parte del governo danese all’intera Groenlandia”. Questo perché la Danimarca, all’epoca, non controllava tutta l’isola, cosa che avvenne successivamente, malgrado l’opposizione della Norvegia.

La situazione si fece più complicata con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, quando per la prima volta gli Stati Uniti occuparono la Groenlandia in seguito all’arrivo dei nazisti a Copenaghen, per impedire che l’isola artica andasse a finire nelle mani dei tedeschi. Dopo il conflitto, ecco il primo momento di tensione con gli Usa: “Il governo danese – secondo lo storico – si aspettava che gli Usa ritirassero le proprie truppe. Tuttavia, con loro sorpresa, nel 1946, gli Usa fecero una nuova proposta per acquistare la Groenlandia, questa volta offrendo cento milioni di dollari. Ancora una volta l’accordo non andò a buon fine e, nonostante gli sforzi diplomatici di Copenaghen, l’esercito americano rimase”.

La nascita della Nato, a cui aderirono i due contendenti, confermò lo stato di cose, con la possibilità per gli Stati Uniti di effettuare esercitazioni militari. Successivamente, e fino al 1970, i vari governi statunitensi discussero di nuovo sulla necessità di acquistare la Groenlandia, senza però arrivare ad alcun risultato. Per almeno tre decenni, la Groenlandia scomparve dagli interessi della Casa Bianca. Anche le basi militari vennero smantellate, a eccezione di quella di Pituffik, conosciuta con il nome danese di Thule. Ma l’interesse tornò, perché i cambiamenti climatici con il conseguente scioglimento dei ghiacci aprirono nuove vie di comunicazioni strategicamente cruciali, sia dal punto di vista economico sia da quello militare, e non a caso adoperate dai russi e dai cinesi.

L’ex presidente Biden si disinteressò completamente della questione che, con secondo mandato di Trump, è di nuovo prepotentemente tornata a galla. In un primo momento, gli Stati Uniti avevano preso in considerazione la possibilità di trattare direttamente con il governo autonomo di Nuuk, ipotesi riaffacciatasi martedì scorso. E fin dal 2019 – un anno prima della simbolica apertura di un consolato in quella terra di ghiacci, malgrado l’esigua (circa cinquantamila abitanti) popolazione dell’isola – era tornata fuori la proposta dell’acquisto, respinta dalla Danimarca, per trasformarsi oggi in vere e proprie minacce di un intervento armato (ipotesi mai presa in considerazione nel passato), di fatto in un territorio europeo, contro un Paese membro della Nato come gli stessi Stati Uniti.

In un primo momento il vecchio continente – quasi preso di sorpresa, malgrado fosse tutto largamente annunciato – ha reagito in modo blando, per poi alzare il tiro attraverso un duro  documento congiunto sottoscritto dal presidente francese Macron, dal cancelliere tedesco Merz, dal primo ministro polacco Tusk, dallo spagnolo Sánchez, dal britannico Starmer – che ha poi fatto una mezza marcia indietro –, ovviamente dalla premier danese Frederiksen, che ha anche rafforzato le difese militari in territorio groenlandese, e da Giorgia Meloni, che questa volta non ce l’ha fatta a genuflettersi di fronte all’“amico americano”, perché un’invasione di un territorio dell’Unione sarebbe troppo anche per lei.

L’aggressività di Trump si inserisce in un contesto geopolitico in via di ridefinizione non attraverso una interlocuzione o una improbabile Yalta 2.0, ma con guerre che rendono il futuro denso di incognite per tutti gli attori in campo. “L’attuale politica della Casa Bianca – si interroga Manonelles – così aggressiva e pubblica, è davvero il modo migliore per gli Stati Uniti di riguadagnare influenza o addirittura assicurarsi un nuovo ruolo in Groenlandia? Questo approccio potrebbe, di fatto, mettere a repentaglio gli interessi degli Stati Uniti nella regione a lungo termine?”. “La risposta è nel vento” – direbbe Bob Dylan, soprattutto se, a differenza di quanto accaduto nel Novecento, l’agire americano è scomposto, aggressivo, senza alcuna progettualità. Con le altre potenze, soprattutto la Cina, che difficilmente resteranno a guardare. Senza dimenticare l’insofferenza di pezzi importanti del Partito repubblicano, propensi all’isolazionismo piuttosto che ad avventure dall’esito incerto.

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