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Giorni di attesa per l’ex Ilva

Non si intravede ancora una soluzione, ma la partita è aperta. L’ombra dei “risanatori finanziari”, che acquisiscono aziende in crisi per poi rivenderle

19 Dicembre 2025 Guido Ruotolo  1328

Sono ore in cui i commissari straordinari dell’ex Ilva stanno esaminando i piani economici e finanziari presentati dai due fondi speculativi americani che partecipano alla gara per la vendita del “mostro”. Siamo nella fase delle richieste di chiarimenti, prima di poter andare dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, indicando la migliore offerta. Difficile capire che cosa succederà alla ex siderurgia pubblica, alla ex Ilva: se sarà venduta ai “risanatori finanziari” americani, se subirà la terapia dello “spezzatino”, la vendita dei tubifici del Nord e la fine ingloriosa della ex più grande acciaieria a ciclo integrale d’Europa, quella di Taranto; se la “decarbonizzazione” sarà portata avanti e in che tempi.

Insomma, la partita è ancora aperta. Ci sono però tante variabili che potrebbero influenzare il suo risultato. Nei giorni scorsi, la Commissione europea ha proposto di modificare la norma che vieta la vendita di auto a benzina e diesel a partire dal 2035. La modifica prevede che, dal 2035, le case automobilistiche dovranno ridurre le emissioni medie di anidride carbonica delle nuove auto del 90% rispetto ai livelli del 2021. Euforico il commento del ministro Urso: “È un primo passo nella giusta direzione che noi per primi abbiamo indicato. È una breccia nel muro dell’ideologia, con il riconoscimento dei principi della neutralità tecnologica del made in Europa, anche a tutela delle imprese della componentistica. Ora però il muro va abbattuto”. Insomma, se dovesse passare la proposta della Commissione europea, nel 2035 non sarà bandita la vendita di “auto termiche o ibride”. Se questo muro deflagra, come auspica Urso, significa anche che la “decarbonizzazione” dell’acciaio potrebbe conoscere un rallentamento?

A luglio, è stata approvata la nuova Autorizzazione di impatto ambientale (Aia) in vigore fino al 2037, che, oltre a centinaia di prescrizioni, prevede anche la produzione di acciaio con il carbone in attesa della trasformazione green degli impianti. Questo implica che resta ancora valida l’opzione degli altiforni, e dunque del carbone, per diversi anni. È chiaro che la sostituzione dovrà essere graduale. Si costruisce e si avvia un forno elettrico e si chiude un altoforno. Il problema non ancora risolto è quello degli impianti di “preridotto”,il ferro che si libera dalle “scorie” e che nei forni elettrici si trasforma in acciaio.

Questi impianti sono ancora sperimentali e vengono alimentati dal gas oppure a idrogeno. Hanno un problema di “impatto ambientale”: il processo di liberazione del ferro dalle scorie avviene “per caduta” in una torre alta fino a 144 metri. Nel Nord Italia solo i forni elettrici producono l’acciaio, con i rottami di ferro. Per i (futuri) forni elettrici di Taranto l’offerta di rottami non sarebbe sufficiente a garantire una produzione annuale di quattro-sei milioni di tonnellate di acciaio. I sindacati e le amministrazioni locali pugliesi vogliono che i forni elettrici sostituiscano gli altiforni entro pochi anni. E continuano a chiedere che il confronto e la trattativa con i sindacati si trasferiscano a palazzo Chigi.

Si lamenta Francesco Brigati, segretario del sindacato dei metalmeccanici della Cgil di Taranto, la Fiom, per questo “silenzio assordante” sulla vendita della ex Ilva: “Assistiamo al paradosso di leggere sui giornali interviste ai responsabili dei due fondi speculativi americani interessati all’acquisto, che sparano numeri a caso. Fino adesso è solo fuffa. Dove sono i piani industriali, i piani economici e finanziari?”.

Dicono che Michael Flacks, a capo del fondo speculativo Flacks, sia in vantaggio rispetto all’offerta dell’altro fondo americano, Bedrock. Lui, Flacks, ha anticipato la sua proposta a “Il Giornale”: “Avremo bisogno di diecimila dipendenti quando aumenteremo la produzione a quattro milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Investiremo cinque miliardi, chiediamo però che per almeno i primi cinque anni lo Stato abbia il 40% della proprietà. Nel nostro progetto sono coinvolte anche banche italiane, americane e giapponesi”. Vola alto Flacks, ma non promette nulla di buono. Intanto, perché i due candidati all’acquisto dell’ex Ilva sono sostanzialmente dei “risanatori finanziari”: comprano cioè aziende in crisi, tagliano e risanano per vendere e speculare. Flacks, poi, da quanto ha dichiarato, ipotizza a pieno regime una produzione di quattro milioni di tonnellate di acciaio, quando proprio pochi giorni fa, in un’audizione al Senato, il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, ha ricordato che “le perdite attuali di Taranto oscillano tra ottanta e cento milioni di euro al mese. Il break even è fissato a una produzione annuale di sei milioni di tonnellate di acciaio”.

Sindacati e amministratori locali sono colpiti dall’annuncio che il tetto di occupati salirà a diecimila dipendenti, una volta che gli impianti saranno a regime. I numeri dei dipendenti previsti dai tecnici, una volta portata a compimento la trasformazione di Taranto dagli altiforni alimentati a carbone ai forni elettrici, sono molto diversi. Non arrivano a cinquemila. Ma la proposta Flacks apre a una presenza dello Stato con il 40% delle azioni. Finora il ministro Urso non aveva contemplato il ruolo dello Stato come azionista, ma solo come garante del rilancio della siderurgia italiana. Ruolo invece sostenuto e sponsorizzato dai sindacati e da diverse forze politiche del “campo largo”.

Il fondo Bedrock punterebbe al risanamento finanziario di Acciaierie d’Italia. Nel 2017, Bedrock comprò le acciaierie canadesi Stelco, ormai decotte. Le risanò, le quotò in Borsa e, sette anni dopo, le ha rivendute a 2,3 miliardi di dollari. Ecco, Bedrock potrebbe ora voler ripetere la stessa operazione con l’ex Ilva.

La grancassa dei giornali amici del governo non risparmia titoli a effetto, menando fendenti contro chi “rischia” di far saltare il banco, di rovinare la festa: la Fiom, accusata di denunciare il rinvenimento di amianto nell’area di “Acciaierie 1”, a Taranto, e i 5 Stelle che si mettono di traverso sul rigassificatore nel porto di Taranto.

Ma c’è dell’altro che preoccupa. Intanto, i sindacati e le istituzioni locali (Regione Puglia, Comune e Provincia di Taranto), nei giorni scorsi, hanno sottoscritto un comunicato unitario nel quale rilanciano la proposta che aveva condiviso anche il governo, a luglio. E lo fanno per togliere l’alibi al ministro Urso, che negli incontri tra le parti, in questi ultimi mesi, ha sempre sottolineato che il Consiglio comunale di Taranto ha votato un ordine del giorno in cui si prevede un solo impianto (e non tre) di “preridotto”, dove il ferro si trasforma in acciaio.

Bisognerà aspettare di conoscere effettivamente i piani industriali e finanziari del fondo americano che si aggiudicherà l’ex Ilva. C’è anche il sospetto che torni prepotentemente in campo l’opzione del rigassificatore a Taranto. Perché potrebbe non bastare il gas distribuito dalla rete Snam, se dovesse passare l’ipotesi dei tre impianti di “preridotto”. Dunque, dopo aver bocciato il rigassificatore, a cui erano interessati gli azeri di Baku Steel Company, che si sono ritirati dalla gara, potrebbe spuntare di nuovo l’ipotesi di portare a Taranto via mare il gas per alimentare gli impianti di “preridotto” e i forni elettrici. Chi si aggiudicherà la gara tra i due fondi speculativi, potrebbe portare in dote il gas americano. E il ministro Urso, per il momento, non “apre” ai sindacati, ai lavoratori, agli ambientalisti.

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