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Ma di chi è l’oro dell’Italia?

15 Dicembre 2025 Paolo Barbieri  706

Nessuno per fortuna chiederà agli italiani di consegnare le loro fedi nuziali, nessuno lancerà una nuova campagna “oro alla Patria”, alla quale nel 1935, dopo il varo delle sanzioni contro il Regno d’Italia da parte della Società delle nazioni, aderirono i membri della famiglia reale e personalità del calibro di Benedetto Croce, Guglielmo Marconi, Gabriele D’Annunzio, Luigi Pirandello. Tuttavia, ha suscitato una certa curiosità – e qualche polemica – la presentazione, da parte del capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, Lucio Malan, di un emendamento alla legge di bilancio finalizzato a inserire nel nostro ordinamento il concetto di proprietà delle riserve auree nazionali, inizialmente formulato in questo modo: “Le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengono allo Stato, in nome del popolo italiano”.

L’episodio ha messo in luce una caratteristica peculiare della ricchezza nazionale poco conosciuta dai comuni cittadini: l’Italia è terza nella classifica mondiale delle riserve auree, con 2.452 tonnellate (ai valori attuali, quasi 290 miliardi di euro). Riserve che in passato sono state già usate come strumento di garanzia, per esempio per i prestiti erogati a favore dell’Italia dal Fondo monetario internazionale e dalla Bundesbank, in occasione dello shock petrolifero dei primi anni Settanta. Interessante testimonianza, peraltro, del fatto che il debito pubblico non è l’unica misura della solidità e affidabilità del Belpaese, di cui si è tornati a parlare su “terzogiornale” a proposito dello spread fra i titoli pubblici italiani e tedeschi (vedi qui). In testa a questa classifica dei forzieri d’oro ci sono gli Stati Uniti con 8.133 tonnellate, seconda è la Germania con 3.350. Dopo l’Italia, c’è la Francia (2.437), seguono Russia, Cina, Svizzera, India, Giappone, Turchia.

Forse proprio il fatto che la norma sull’oro “nazionale” sia stata caldeggiata da quel partito ha spinto un commentatore autorevole come Angelo De Mattia, con un passato da dirigente della Banca d’Italia, a rievocare ironicamente sul quotidiano “Milano finanza” l’unico precedente che si ricordi di “impossessamento” delle riserve auree: alla fine della Seconda guerra mondiale, a opera delle truppe tedesche in ritirata “con gli ordini impartiti ai dipendenti dell’Istituto, mentre si mostravano le mitragliatrici cariche e pronte all’uso”. L’emendamento Malan è stato riscritto un paio di volte, facendo seguito alle obiezioni di via Nazionale e della Banca centrale europea. Prima, inserendo il riferimento alla Banca d’Italia e ai suoi compiti di gestione e precisando che le riserve “appartengono al popolo italiano”, non allo Stato. Poi, nella versione finale concordata dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, con la presidente Bce Christine Lagarde (che quindi dovrebbe – condizionale d’obbligo, perché mentre scriviamo la vicenda non si è ancora conclusa – diventare legge con l’approvazione della manovra), richiamando le norme europee sulle banche centrali e tranquillizzando chi paventava un attacco agli equilibri comunitari.

Cosa prevedono le regole europee? La Banca d’Italia fa parte, con la Bce e le altre ventisei banche centrali dell’Unione, del Sistema europeo delle banche centrali (Sebc). L’articolo 127 del Trattato di Lisbona (TfUe, Trattato sul funzionamento dell’Unione europea) indica come “obiettivo principale” del Sebc il mantenimento della stabilità dei prezzi. E come compiti, fra gli altri, “definire e attuare la politica monetaria dell’Unione”, ma anche “detenere e gestire le riserve ufficiali in valuta estera degli Stati membri”, compreso l’oro. Il Trattato indica chiaramente che la Bce “viene consultata” nell’ambito delle sue competenze, “dalle autorità nazionali” anche “sui progetti di disposizioni legislative” – ecco perché è intervenuta sull’emendamento Malan –, e “può formulare pareri da sottoporre alle istituzioni, agli organi o agli organismi dell’Unione competenti o alle autorità nazionali”. Per converso, precisa l’articolo 130 del Trattato, “né la Banca centrale europea né una banca centrale nazionale né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni, dagli organi o dagli organismi dell’Unione, dai governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo”. Parlamenti e governi democraticamente eletti non possono mettere becco, insomma, nelle decisioni della Bce e del Sebc.

Dal punto di vista politico, quindi, qualche interrogativo l’episodio dell’emendamento Malan lo solleva. Naturalmente, c’è il risvolto simbolico-propagandistico, che fa parte dell’azione di qualsiasi partito. “Nazione” e “Popolo”, possibilmente con la maiuscola, sono termini a dir poco ricorrenti nella comunicazione della forza politica guidata da Meloni. Malan ha avuto buon gioco, quindi, a rivendicare che si tratta di “una battaglia storica di Fratelli d’Italia”, già oggetto di iniziative parlamentari nelle precedenti legislature. Tuttavia, un dossier interno di Fratelli d’Italia, fatto successivamente filtrare alla stampa, argomentava in modo un po’ confuso i timori alla base della proposta legislativa: “È importante ribadire che queste riserve non saranno mai nella disponibilità dei soggetti privati che detengono quote di capitale di Banca d’Italia, alcuni dei quali fanno capo anche a gruppi stranieri”.

È stato ancora De Mattia a ricordare che la “nettissima minoranza” di soggetti europei detentori di quote del capitale di Bankitalia “non ha alcun potere sulle funzioni istituzionali della Banca, in particolare sulla politica monetaria alla quale le riserve, auree e valutarie, sono funzionali”. Ma allora perché mai dare l’immagine di un’Italia impegnata ad accapigliarsi sulle riserve auree come se fosse sull’orlo della bancarotta e dovesse decidere a chi spetti vendere i gioielli di famiglia? La risposta starebbe nelle parole dello stesso Malan: “Se come hanno sostenuto gli esperti, le riserve auree stanno lì per far fronte a eventuali gravi emergenze, chi decide in questi casi? L’Italia, certo nel rispetto dei Trattati Ue, o qualcun altro magari per risolvere problemi altrui?”.

Altro che i “quotisti” privati di via Nazionale: l’allarme riguarda forse l’euro e forse la tenuta dei conti pubblici di qualche alleato importante, magari la Francia o la stessa Germania pericolosamente vicina alla recessione. E magari anche il complesso delle creative manovre in corso in Europa per finanziare la nuova corsa al riarmo, a cui il governo Meloni partecipa con un misto di entusiasmo (per le richieste che vengono dalla Casa Bianca) e diffidenza (per le decisioni che si prendono a Bruxelles). Insomma, quello che sembrava a prima vista solo un folcloristico episodio di costruzione della narrazione “patriottica” degli attuali governanti, a un anno e mezzo dalle elezioni potrebbe essere invece la spia della paura che inizia a serpeggiare dalle parti di palazzo Chigi per un possibile contagio finanziario europeo, che sarebbe il peggiore viatico per l’agognata riconferma della maggioranza di destra-centro.

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