• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Opinioni » L’aria della città ha smesso di rendere liberi

L’aria della città ha smesso di rendere liberi

Intervento al convegno “Città, una cosa per ricchi?”, Roma, 11 dicembre 2025

15 Dicembre 2025 Enzo Scandurra  1170

La mia relazione è dettata dall’esigenza (solo personale?) di esprimere il forte disagio che si prova nel vedere la propria città che si trasforma in qualcosa in cui non ci riconosciamo, che non ci appartiene più. Questa trasformazione è interamente dettata dalle regole del profitto e da una ossessiva ricerca di architetture isolate, che negano la sua identità storica. Abbiamo perciò bisogno di una bussola per non perderci in questa smemoratezza urbana, nella quale prevalgono il consumismo e la ricerca del profitto.

Ricorderete certamente il motto medievale “l’aria della città rende liberi”, che stava a indicare che i servi che lavoravano nelle campagne potevano diventare liberi se trovavano lavoro in città. La frase fu poi ripresa da Marx per criticare gli utopisti (Fourier, Godin, ecc.) che consideravano la città un luogo di malaffare e perdizione. Oggi però è vero il contrario, e lo dimostra il fatto che sempre più persone scelgono di vivere fuori dalla città.

Sarebbe un bel dibattito: chiedere a Gualtieri o a Sala in cosa si stanno trasformando le loro città… Cito solo quattro esempi riguardo a Roma: lo stadio a Pietralata, il porto croceristica a Fiumicino, il mercato generale a Ostiense, l’inceneritore a Santa Palomba… In questo si sta trasformando la nostra città?

Quando attraversiamo per la prima volta una città, una qualsiasi delle città che non conoscevamo prima, proviamo delle sensazioni positive o negative. Un insieme di sensazioni che sarebbe difficile esprimere con una sola parola. Potremmo provarci con: solidarietà, convivialità, gentilezza, affabilità, convivenza civile, bellezza, buone maniere. Nessuna di esse, però, riesce a restituirci la sensazione totale, privata, che proviamo. Abbiamo bisogno di molte parole per esprimere queste sensazioni. L’urbanità è forse la parola più di altre adeguata a descriverne l’essenza. Riassume il senso delle complesse relazioni che si svolgono tra le persone, e tra queste e i luoghi. Potremmo anche definirla come la capacità dei luoghi di accogliere la vita associata e di darle senso.

Questa urbanità, come la chiama Giancarlo Consonni (in Esilio dalla parola, esilio dai luoghi, in “Gli asini”, giugno 2025), o atmosfera urbana, come la chiama Agostino Petrillo (si veda Schmitz, L’atmosfera di una città, in Atmosfere urbane, a cura di T. Griffero e A. Petrillo, edito da Ets, 2024, p. 5), è quella caratteristica individuale della città che ci fa sentire bene (a casa) o, al contrario, a disagio. Urbanità vuol dire senso di appartenenza, attaccamento, “far parte di”, appartenere a qualcuno o a qualcosa: si tratta di un istinto primitivo che tutti gli esseri umani hanno, qualcosa che ci fa sentire di avere un posto nel mondo. Perché, se facciamo parte di “qualcosa”, perché se ci riconosciamo in “qualcuno”, l’esistenza appare più semplice e meno solitaria.

Orbene, questa peculiare diversità di ciascuna città da ogni altra è ciò che sta scomparendo sotto il segno di una gigantesca omologazione per effetto della globalizzazione. Lo mostrano gli edifici sempre più simili tra loro e le realizzazioni delle archistar, che tendono a esaltare una bellezza estetizzante, spesso decontestualizzata, priva di spessore storico. Oggi, se uno osserva bene la realtà delle grandi città, e soprattutto se uno sa leggere intorno a sé, negli oggetti, nel paesaggio, nell’urbanistica, vede solo parziali devastazioni, manomissioni che si sovrappongono a ciò che resta della peculiare identità di quella città. Dove domina l’assenza di relazioni intime personali e la mancanza di contatti fisici, con conseguente instabilità, insicurezza, conflitto, sradicamento. Queste devastazioni prendono di volta in volta i nomi di modernizzazioni, riqualificazioni, rigenerazioni, valorizzazioni e così via. Interventi che però producono spaesamento, disorientamento, sradicamento.

Ricordate l’episodio del campanile di Marcellinara, raccontato da Ernesto De Martino in La fine del mondo? De Martino offre un passaggio in auto a un pastore di Marcellinara. Man mano che l’auto si allontana dal paese, il disagio del pastore si tramuta in angoscia perché, dal finestrino cui guardava incessantemente, aveva perduto la vista del campanile, punto di riferimento del suo circoscritto spazio domestico. Senza la vista del campanile, il pastore si sentiva completamente spaesato.

Ognuno di noi ha i suoi riferimenti nella città in cui vive: un monumento, una piazza, una strada, un vecchio negozio, luoghi comunque familiari, cui siamo legati da sentimenti positivi. Una mappa prodotta nella nostra mente, che ci orienta e che produce quella sensazione di “essere a casa”. Ma, oltre ai luoghi, questa urbanistica è fatta di rapporti amicali, quotidiani, di chiacchierate inutili, al bar o in luoghi di comune frequentazione. E se ci rechiamo in una nuova città tendiamo a riprodurre queste mappe, a ricercare questi luoghi socievoli.

È possibile abitare senza luoghi? È possibile abitare in una città dove non si danno luoghi? Il luogo dell’abitare non è l’alloggio, è la città stessa. Oggi abitiamo territori de-territorializzati, spazi indefiniti attraversati da flussi di merci e informazioni, non-luoghi della metropoli senza più confini né limiti. L’urbanità, come sopra definita, va scomparendo, sostituita da emozioni effimere, come la spettacolarizzazione, l’eventizzazione, il nuovismo, il bello in sé, i rapporti a distanza. Ma la città non è una sommatoria di interventi o di eventi, un elenco di architetture isolate. La città è un ecosistema complesso, che vuol dire che il tutto (il sistema) è più delle sue parti, producendo l’inaspettato, dove le parti non sono indipendenti ma interconnesse, tali che un intervento su una di esse modifica le altre, proprio come avviene in un organismo vivente.

Oggi il progetto di città riguarda solo la ricerca del “bello” (inteso come ciò che piace) e del “nuovo” (inteso come meglio del vecchio), finalizzata alla cattura di fondi immobiliari stranieri, di masse di turisti, alla ricerca di operazioni di “successo”; in sostanza, all’estrazione della rendita. Per conseguenza, le città diventano sempre più esclusive, cose per ricchi, dalle quali vengono espulsi interi ceti sociali verso periferie sempre più lontane e marginali.

Il luogo è ineliminabile, perché l’uomo non abita i flussi, ha bisogno di fisicità, di stare dentro le relazioni, e non della libertà totale, gratuita, dello spazio anonimo della metropoli. Serve ritrovare gli elementi di una convivenza civile oggi sottoposta al dominio della tecnica. Sarà casuale – o piuttosto è “la vendetta dei luoghi”, come la chiama Andrés Rodríguez – che proprio a piazza Gae Aulenti, a Milano, una donna sia stata accoltellata da un insano di mente col proposito di colpire un centro di potere, o che sempre per la stessa casuale fatalità sia miseramente caduta l’insegna “Generali” dal grattacielo di Citylife, icona e luogo simbolico della nuova Milano di Sala?

(Questo intervento è già apparso, in un’altra versione, nella rivista online “Volere la luna” del 5/12/2025).

1.168
Archiviato inCittà visibili Dossier Opinioni
Tagscittà Città una cosa per ricchi Enzo Scandurra urbanistica

Articolo precedente

Ma di chi è l’oro dell’Italia?

Articolo successivo

Cambogia vs Thailandia, la pace di Trump è carta straccia

Enzo Scandurra

Articoli correlati

Dubai, un mare di guai…

Askatasuna: una chiusura preventiva?

Spazi urbani e violenza di genere

Ecco come i ricchi stanno cercando di prendersi le chiavi del futuro

Dello stesso autore

Trasformare la crisi climatica in opportunità

Roma, una rovinosa stagnazione

Un intreccio fatale: crisi climatica, consumo di suolo, incendi

La bruttezza. Un effetto dell’ideologia “modernista”

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Ridiventeremo filocinesi?
Rino Genovese    15 Maggio 2026
Legge elettorale o legge di distrazione di massa?
Paolo Barbieri    13 Maggio 2026
Disfatta laburista o fine di un sistema politico?
Agostino Petrillo    11 Maggio 2026
Ultimi articoli
In Spagna la nuova sinistra andalusa
Vittorio Bonanni    20 Maggio 2026
Il Brasile di Lula e quello di Bolsonaro figlio
Claudio Madricardo    19 Maggio 2026
Conte apre al centro, per fare cosa?
Paolo Barbieri    18 Maggio 2026
L’Armenia alla ricerca di un’identità nella politica internazionale
Vittorio Bonanni    14 Maggio 2026
Quando il teatro è veramente politico
Katia Ippaso    14 Maggio 2026
Ultime opinioni
Scure del governo sulla filosofia: fuori Marx e Spinoza
Stefania Tirini    19 Maggio 2026
Ancora sulla massoneria e le sue lotte interne
Guido Ruotolo    12 Maggio 2026
Tra 25 aprile e primo maggio
Rino Genovese    5 Maggio 2026
Una critica della geopolitica
Claudio Bazzocchi    30 Aprile 2026
Fenomeno Silvia Salis?
Vittorio Bonanni    28 Aprile 2026
Ultime analisi
Trentin e Ingrao: l’insospettabile attualità di due “sconfitti”
Paolo Andruccioli    11 Maggio 2026
Pnrr a fine corsa. Dopo l’estate il vuoto?
Paolo Andruccioli e Paolo Barbieri    7 Aprile 2026
Ultime recensioni
Un film contro tutte le guerre
Marianna Gatta    13 Maggio 2026
Indagini sulla violenza
Katia Ippaso    6 Maggio 2026
Ultime interviste
Ex Ilva, a che punto siamo
Guido Ruotolo    18 Maggio 2026
Un libro ricostruisce il genocidio dei comunisti indonesiani
Marco Santopadre    15 Maggio 2026
Ultimi ritratti
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Anna Politkovskaja e la costellazione del coraggio
Laura Guglielmi    11 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden lavoro Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Mario Draghi Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri papa partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA