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Sulle carceri chiacchiere natalizie a destra

Il presidente del Senato, La Russa, ha parlato di un indulto, sia pure limitato, ma i suoi non ci stanno. Intanto, la situazione dei detenuti è sempre più drammatica

12 Dicembre 2025 Paolo Barbieri  712

Non è molto probabile che Ignazio La Russa voglia passare alla storia come un illuminato “progressista”, ma sul tema del sovraffollamento carcerario ha oggettivamente incrinato il cupo unanimismo forcaiolo della maggioranza di destra-centro (che si trasforma, in genere, nel suo contrario ipergarantista solo quando si parla di “colletti bianchi”). Certo, a voler pensare male secondo l’antica massima andreottiana, il tema potrebbe suggerire l’ambizione di ricalcare le orme degli ultimi presidenti della Repubblica, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, con la speranza di ereditarne la dorata residenza. Eppure, vale la pena di registrare che l’attivismo della seconda carica dello Stato ha smosso le acque su una situazione che, in questa legislatura, è tornata ad aggravarsi pesantemente, e ha costretto in più di un’occasione esponenti di governo a rintuzzare pubblicamente le sue esternazioni.

I dati ufficiali

Secondo le statistiche aggiornate al 30 novembre scorso dal ministero della Giustizia, i posti regolamentari nel complesso dei 189 istituti carcerari italiani sono 51.275, mentre i detenuti effettivi sono 63.868 (poco meno di un terzo sono stranieri), 375 in più solo nell’ultimo mese. L’occupazione reale è quindi al 124,56%, senza calcolare situazioni di inagibilità provvisoria (come nel caso di lavori in corso) che in qualche caso inaspriscono i dati reali del sovraffollamento. Secondo il più recente rapporto dell’associazione Antigone, la popolazione carceraria “sta crescendo di un nuovo carcere ogni due mesi”. Un dato cui potrebbe non essere estranea la tendenza del governo Meloni a privilegiare la strada della repressione penale contro devianza, marginalità e anche conflitti sociali e politici. Nello stesso rapporto, si legge che al 31 dicembre del 2024 “delle 46.232 persone in carcere con una condanna definitiva, la maggior parte (51,2%), aveva meno di tre anni da scontare, una soglia di pena che, in astratto, consentirebbe per moltissimi di loro l’accesso a una misura alternativa alla detenzione”. Tra gli indicatori della condizione reale delle “patrie galere” c’è, come sempre, anche il dato dei suicidi: 74 nel momento in cui scriviamo, nel corso del 2025. Il 2022 e il 2024 hanno fatto segnare il tasso di suicidi più alto: 15,4 ogni diecimila detenuti, calato a 12 nel 2023, risalito a 14,8 nel 2024, anno che detiene il primato in termini assoluti, con 91 persone che si sono tolte la vita.

La rieducazione contrastata

Antigone, in un recente intervento sul “manifesto” del suo presidente, Patrizio Gonnella, denuncia anche, come causa di degrado e di condizioni disumane di vita, “un modello di pena premoderno che nega ai detenuti la socialità, riduce al minimo le relazioni affettive, disincentiva la cooperazione del mondo libero”. Non è un caso, probabilmente, che si sia accesa una polemica su una recente circolare del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, finalizzata ad accentrare il controllo sulle attività culturali, sportive e ricreative organizzate negli istituti dalle organizzazioni del terzo settore. Indirizzo poi parzialmente corretto da una seconda circolare che cancella il termine “autorizzazione” e assegna al Dap la responsabilità di concedere un “nulla osta” di compatibilità con le esigenze organizzative e di sicurezza. Ancor meno casuale appare il richiamo di Mattarella che, nel corso di una sua recente visita nel carcere romano di Rebibbia, ha chiesto di valorizzare “il dinamico protagonismo dei singoli istituti penitenziari”, in pratica l’opposto della fredda procedura di “autorizzazione” ministeriale centralizzata immaginata nella vecchia circolare del Dap. E ha ricordato il cinquantesimo anniversario del varo dell’ordinamento penitenziario italiano, “una svolta”, ha spiegato, “con il rifiuto e il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità; con la riaffermazione, ben costruita e ben disposta e raffigurata, obbligatoria, del fine rieducativo della pena; e anche del progetto e della missione degli istituti di costituire, prevedendole, opportunità di socializzazione”. Per Mattarella è “totalmente inaccettabile” la condizione di quegli istituti che non svolgono attività di questo genere.

Il governo resta impermeabile

Senza voler mettere in discussione la presenza di sensibilità spiccate, sul tema della condizione carceraria, anche all’interno di qualche forza di opposizione, non si può fare a meno di notare come il dibattito di queste settimane sia rimasto quasi confinato all’area delle destre, anzi per certi versi interno a Fratelli d’Italia. Sono due gli episodi principali che si possono citare, entrambi nati da dichiarazioni di La Russa, uno dei pochi, fra gli esponenti del suo partito e della coalizione governativa, a non avere bisogno, per la sua storia personale e per la posizione istituzionale ricoperta attualmente, di chiedere il permesso ai vertici di partito e coalizione prima di parlare. In un primo caso ha chiesto un “mini-mini-indultino” di Natale per mandare a casa i detenuti a fine pena, ai quali manchino pochi mesi, ma il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, ha bocciato l’idea: “Non siamo d’accordo né come governo né personalmente”; mentre quello alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ha tagliato corto spiegando che il governo sta “lavorando in modo intenso perché – da qui a due anni, ma i primi risultati già ci sono – si affronti la questione del sovraffollamento carcerario”, senza per la verità precisare di quali “primi risultati” si tratti, alla luce dei dati diffusi dallo stesso governo. Entrambi esponenti, va sottolineato, di Fratelli d’Italia. Poi il presidente del Senato, che pure aveva precisato di non voler “sottovalutare” l’impegno del governo per l’aumento dei posti nelle carceri, è ritornato alla carica. “Ogni volta che parlo dei detenuti prendo uno schiaffo in faccia ma non metto la testa sotto la sabbia”, ha rivendicato, rilanciando con due nuove idee: “Allarghiamo le regole per i domiciliari, aumentiamo con i magistrati onorari gli organici dei giudici di sorveglianza, anche con norme temporanee”. Ma il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha chiuso anche questa strada e ha spiegato di preferire “evitare si entri in prigione prima del processo, quando si è presunti innocenti, più che liberarli, sia pure per indulgenza, dopo la condanna quando si è colpevoli conclamati”.

Frattura? Scontro? Macché. Del resto, è stato lo stesso La Russa a ribadire (ma parlando di un tema differente, quello delle crepe nella maggioranza sulle forniture di armi all’Ucraina) la ricetta vincente della coalizione Fratelli d’Italia-Forza Italia-Lega: “Anche quando le dichiarazioni pubbliche appaiono non identiche il rapporto personale, nel centrodestra, consente di trovare soluzioni”, quindi le differenze “non costituiscono una difficoltà reale alla unità del centrodestra e alla linea politica di questo governo”. Insomma, la sensazione è che di questa nuova, improvvisa fiammata del dibattito politico su un tema così delicato non se ne farà nulla.

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