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Ecco come i ricchi stanno cercando di prendersi le chiavi del futuro

Giornata di studio sulla speculazione immobiliare e sulle forze che governano la nuova stagione della “rigenerazione” urbana. Cosa insegnano gli scandali milanesi e le scelte per il Giubileo? Cos’è diventata Firenze con l’iperturismo? Il declino di Genova e la crisi del modello europeo della città solidale, mentre si afferma quello della megalopoli dell’ex Terzo mondo

12 Dicembre 2025 Paolo Andruccioli  970

“Aggirate le regole”. Una nuova costruzione spacciata per una semplice ristrutturazione, con annessi vantaggi per i costruttori ai danni della qualità della vita degli abitanti. È l’irregolarità contestata dalla procura milanese e riguarda un cantiere in pieno centro a Milano: ventisette appartamenti quasi finiti in via Anfiteatro, dove 40 metri quadrati, da listino, sfiorano i settecentomila euro, su un’ex area pubblica destinata alle case popolari. Il caso di Torre Unico-Brera è solo l’ultimo episodio di una sequela continua di scandali che sta scuotendo la Milano degli affari, ed è anche la dimostrazione del degrado generale dell’urbanistica e dell’amministrazione pubblica delle città. All’antico mantra del “risanamento” ora si è sostituito il format della “rigenerazione”, ma il tema è sempre quello del film di Francesco Rosi, Le mani sulla città (1963). Siamo all’evoluzione della specie dei palazzinari degli anni Sessanta.

Questa l’immagine utilizzata da Rino Genovese, presidente della Fondazione per la critica sociale, che ha organizzato ieri, 11 dicembre, a Roma una giornata di studio, coordinata da Alessandra Criconia (architetta e ricercatrice), e dedicata a una domanda che diventa sempre più attuale e ricorrente: “Città, una cosa per ricchi?”. L’intento era quello di discutere di politica, della condizione degli abitanti delle città e della finanza, il soggetto diventato egemone nell’epoca della nuova speculazione immobiliare e di quella “rivoluzione passiva” del neoliberismo, che pretende di sostituire definitivamente i valori della solidarietà e dell’etica pubblica con quelli dell’“arricchitevi” e della rincorsa al lusso.

“Per capire davvero che cosa sta succedendo e dove vorremmo andare, abbiamo bisogno di una bussola” – ha detto l’urbanista Enzo Scandurra –, secondo cui il disagio di vivere in “luoghi non luoghi” sta crescendo, e le città diventano sempre più “ostili” e slegate dai bisogni reali di chi le abita. Per dimostrare la sua tesi, Scandurra ha ripercorso le grandi questioni rimaste aperte nel tempo del Giubileo: la ristrutturazione dei mercati generali, il nuovo stadio della Roma calcio, il mostro del progetto di porto turistico a Fiumicino, e lo scontro tra il sindaco di Roma, Gualtieri, e i sindaci dei comuni dove dovrebbe partire il nuovo inceneritore di Santa Palomba. Ma oltre alle scelte sbagliate in tema di urbanistica, e alla discutibile gestione della città da parte delle varie amministrazioni comunali – ricorda Alessandra Criconia –, il tema che emerge, più in generale, riguarda sempre più l’insofferenza per le regole che invece bisogna aggirare (vedi anche gli ultimi provvedimenti in materia di manovra). I cambiamenti vengono agiti e le “mani sulla città” indossano i guanti bianchi.

Anche secondo Anna Maria Bianchi (dell’associazione “Carte in regola”) si sta riducendo sempre più lo spazio della decisione pubblica: con la scusa della “semplificazione” si offrono possibilità di affari milionari, e si dà sempre più potere al partito dello smantellamento e delle non-regole, purtroppo trasversale ai partiti. E poi non è neppure solo questione di affarismo e di subalternità a chi detiene le leve finanziarie. Sta emergendo anche una modificazione generale della concezione della politica. La totale subalternità delle amministrazioni pubbliche implica una certa “torsione autoritaria”, come dimostrerebbe chiaramente il “modello Giubileo” del sindaco Roberto Gualtieri, che, a parole, dice di lavorare per tutti gli abitanti della capitale, ma poi sceglie nei fatti il format dell’uomo solo al comando. Nel caso dello scontro sull’inceneritore di Santa Palomba, per esempio, Gualtieri non ha mai voluto incontrare i sindaci della zona, che protestano da mesi contro un progetto considerato dannoso per l’ambiente e la salute, e soprattutto inutile ai fini della soluzione della questione sempre aperta dello smaltimento dei rifiuti della capitale.

Le contraddizioni delle scelte, in tema di urbanistica, diventano evidenti con la questione degli stadi del calcio. Succede a Roma, ma è clamoroso anche a Milano dove – come ha spiegato Lucia Tozzi, giornalista e saggista – la vicenda di San Siro svela gli interessi più o meno occulti che stanno dietro a un progetto sbagliato, legato direttamente alla speculazione. Dare priorità ai soggetti che possono disporre di enormi quote di risorse finanziarie, e legare le scelte urbanistiche alla rincorsa del lusso, comincia ad avere effetti molto pesanti sulla vita dei cittadini e trasforma inevitabilmente gli equilibri delle città a favore dei più forti.

“Tutto ciò che vedi è in vendita”, è lo slogan di una delle tante manifestazioni dei cittadini di Firenze contro le scelte di amministrazioni sempre più subalterne alla finanziarizzazione, come ha spiegato, durante la giornata di studio, Ilaria Agostini, direttrice editoriale de “La Città manifesta”. La vittoria del modello neoliberista – ha detto durante il dibattito l’urbanista Angela Barbanente – si può tradurre semplicemente in uno schema valido ovunque: “ricchezza per pochi e miseria pubblica”. Un percorso che continua, ma che non nasce oggi, essendo legato alla crisi della finanza pubblica, emersa già dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso.

Per capire a fondo che cosa sta succedendo, è necessario quindi analizzare le cause della crisi della finanza pubblica e il nuovo modello di finanziarizzazione delle città. Di questo ha parlato Alessandro Volpi, docente di storia contemporanea a Pisa e grande esperto della “guerra della finanza”. Volpi ha parlato soprattutto del ruolo che giocano, nella speculazione nelle città, le Società di gestione del risparmio (Sgr), che la stanno facendo da padroni nell’acquisizione del patrimonio immobiliare, avendo a disposizione cifre esorbitanti. Si parla di 140 miliardi di euro di risparmio, che vengono investiti in operazioni immobiliari, che crescono con una media del 10% all’anno. Qui si possono fare i nomi, e Volpi ha parlato dei protagonisti che sono anche al centro del risiko bancario (vedi qui). Un nome per tutti: Gaetano Caltagirone. L’analisi di Volpi non si ferma al racconto dei protagonisti della nuova corsa al mattone, ma spiega anche le trasformazioni sociali ed economiche. Una delle novità riguarda, per esempio, l’intermediazione delle Società di gestione del risparmio. Ora l’investitore, piccolo o grande che sia, non ha più un rapporto diretto con le controparti nelle operazioni finanziarie, ma viene mediato dalle Sgr, dalla Casse di previdenza professionali, dai Fondi pensioni e dalle assicurazioni, che acquistano perciò una vera centralità. Anche politica.

Secondo il sociologo urbano, Agostino Petrillo, la crisi della finanza pubblica, e l’emergere di un ruolo sempre più invadente dei fondi finanziari, si legano alla crisi del modello produttivo. La scelta della finanza è connessa, infatti, a politiche precise, ma è anche il frutto di una crisi industriale che non è stata affrontata da nessuna politica industriale. Un quadro di declino evidente, a livello nazionale, ed esplosivo in alcune zone del Paese. Genova è una di queste. Una città che sembra ormai abbandonata a se stessa, che non riesce a uscire da una crisi industriale profonda, come dimostra, per fare un esempio, il caso dell’ex Ilva. Petrillo ha appoggiato la sua analisi su Genova e l’Italia, e sull’evoluzione del modello di città nella storia. La novità non è nel ruolo che i ricchi stanno acquisendo oggi, visto che in fondo nel corso di tutta la storia moderna sono stati i ricchi che hanno costruito le città (pensiamo, per esempio, ai banchieri fiorentini del Quattro-Cinquecento o a quelli tedeschi). La novità, caso mai, è proprio la crisi della politica, di quel soggetto che dovrebbe rappresentare gli interessi pubblici. Petrillo ha illustrato il declino del modello europeo di città inclusiva e legato al welfare, che oggi rischia di essere sostituito dal modello di città divisa di tipo americano, o peggio ancora “terzomondiale”, con un riferimento alle grandi megalopoli – in quello che, appunto, fino a non molti anni fa era il Terzo mondo – che lievitano senza regole e senza alcuna filosofia dell’abitare.

Si può resistere a questo tsunami? C’è un’alternativa che non sia la riproposizione nostalgica di come eravamo buoni e ospitali nelle nostre vecchie città? Ed è qui che il discorso si complica ulteriormente, perché, anche tra gli esperti e gli attivisti, le idee per cambiare sono molto diverse. Nella giornata di studio organizzata dalla Fondazione per la critica sociale è emerso un diverso modo di affrontare la questione. Da una parte, c’è chi invoca, prima di tutto, un ritorno dell’urbanistica e della politica. Dall’altra, c’è chi pensa che sia impossibile riproporre un modello di impegno politico che è stato travolto dalle scelte della finanza e del lusso, che sarebbero riuscite a condizionare anche i comitati di base e il terzo settore. Su questi temi, si sono confrontate, per esempio, Angela Barbanente e Lucia Tozzi, secondo cui la pianificazione urbana è già stata sostituita dalle forze della finanziarizzazione, che hanno condizionato perfino le scelte estetiche dei cittadini, che preferiscono il valore del metro quadrato e del (finto) lusso al buon abitare e alla socialità.

Anche il conflitto, e quindi la politica, assumono in questo nuovo scenario un senso inevitabilmente diverso, come ha spiegato Massimo Ilardi in un intervento nel corso del dibattito. La città è in mano ai ricchi, perché la politica ha abdicato al suo ruolo, e il conflitto sociale lo si è voluto trasformare (o soffocare?) in rivolta urbana, magari violenta ma effimera. Si è così smorzato il desiderio di cambiare le cose, sfruttando la crisi di identità del lavoro. In questa situazione, non sono pensabili, né produttive, fughe in un passato che non c’è più. Si deve affrontare, piuttosto, la questione centrale della trasformazione del cittadino-lavoratore in un consumatore passivo.

Ma è tutto perso dunque? Ai giganti del nuovo potere finanziario e del lusso non si può opporre nessun Davide? Non la pensano così molti degli intervenuti ieri nel dibattito promosso dalla Fondazione per la critica sociale. Angela Barbanente, e anche altri, hanno parlato della necessità di rilanciare l’urbanistica e la buona amministrazione. E non sono neppure da sottovalutare le mobilitazioni dei giovani che, seppure incostanti, mostrano una voglia nuova e fresca di stare in campo. Ci sono lucciole nel buio, e ci sono giovani che scrivono sui loro striscioni: “Siamo pericolosi perché vogliamo vivere”.

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TagsCittà una cosa per ricchi convegno finanza Fondazione per la critica sociale Paolo Andruccioli potere finaziario speculazione immobiliare

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