Va sempre peggio. Il ventinovesimo rapporto Caritas sulla povertà in Italia, dal titolo “Fuori campo. Lo sguardo della prossimità”, pubblicato lo scorso 16 novembre, non lascia dubbi: la povertà assoluta nel Paese è quasi raddoppiata negli ultimi dieci anni. Dall’elaborazione dei dati Istat risultano a oggi oltre 5,7 milioni di poveri, pari al 9,8% della popolazione residente in Italia. Una povertà che interessa in particolare i minorenni e i lavoratori precari con salari insufficienti. L’aumento dei ragazzini in difficoltà è tra l’altro un indicatore gravissimo, dato che gli studi al riguardo mostrano che un bambino cresciuto in povertà da adulto avrà maggiori probabilità di dipendere dai servizi sociali, di avere problemi di salute, di raggiungere un basso livello di scolarizzazione e difficoltà a inserirsi nel mercato del lavoro.
Ma non ci sono solo i sei milioni circa in povertà assoluta; l’area della povertà, nel suo complesso, è molto più vasta: sono almeno dieci milioni le persone con meno di duemila euro di risparmi liquidi, che avrebbero grossi problemi a far fronte a imprevisti gravi, confermando quanto noto da tempo. La povertà si manifesta sempre più come nodo multidimensionale di fragilità intrecciate, non riducibile alla sola mancanza di reddito. Basterebbe pensare al peso della spaventosa crisi abitativa degli ultimi anni, in cui, alla mancanza di alloggi disponibili sul mercato a prezzi abbordabili, si sono sommati nei grandi centri urbani processi speculativi e l’azione di un immobiliarismo incontrollato.
Lo studio della Caritas si è concentrato non soltanto sulle difficoltà economiche e abitative, ma anche sulle fragilità sociali provocate da disoccupazione, bassa scolarizzazione, irregolarità giuridica, isolamento e carichi familiari. Il report ha evidenziato, inoltre, l’aumento più in generale delle disuguaglianze in Italia, dove il 10% delle famiglie più facoltose possiede il 60% della ricchezza complessiva. Dagli anni Novanta, il patrimonio medio dei cinquantamila italiani più ricchi è più che raddoppiato, mentre i venticinque milioni di persone più indigenti hanno visto ridursi di oltre tre volte i propri averi, fino a un patrimonio medio di circa settemila euro pro-capite. Disparità dunque cresciute nel tempo, che hanno conseguenze di portata intergenerazionale: sono cioè destinate a durare e riprodursi, alimentando un circolo vizioso, quel trasferimento della povertà di padre in figlio che un tempo i sociologi latinoamericani chiamavano le “catene della povertà”. Un complesso di fattori destinato a bloccare la mobilità sociale, cristallizzando da una parte i privilegi e, dall’altra, l’esclusione. Miseria e nobiltà, dunque, destinate a permanere tali nel tempo, se non addirittura a continuare ad allontanarsi l’una dall’altra.
Il diffondersi di una miseria senza precedenti dal secondo dopoguerra è anche effetto della decrescita degli stipendi: l’Italia è ultima in classifica per variazione dei salari reali medi dei Paesi Ocse, nell’arco temporale tra il 1990 e il 2020, e l’unico Paese con un valore negativo (-2,9%). Basse retribuzioni e occasioni occupazionali retribuite con spiccioli che certo non invogliano i giovani in cerca di occupazione: un’indagine Inapp-Plus del 2024 evidenzia che, tra i giovani di 18-29 anni, il 34% non ha trovato occasioni di lavoro e il 35% le ha trovate insoddisfacenti. La motivazione principale di questa insoddisfazione, nella stragrande maggioranza dei casi, è la proposta di una remunerazione inadeguata, un problema che non è solo di chi ha modeste qualifiche scolastiche, ma è ormai trasversale a tutti i livelli di istruzione.
Va anche ricordato che dal 2024 l’Italia è diventata l’unico Paese europeo privo di una misura di reddito minimo garantito. In tutti gli altri Stati dell’Unione, esistono strumenti di sostegno universali, calibrati sul reddito effettivo e non su categorie predefinite. La riduzione della platea dei beneficiari ha avuto un impatto diretto sulle famiglie in difficoltà. Molti nuclei un tempo sostenuti dal reddito di cittadinanza non ricevono più alcun aiuto economico. La Caritas sottolinea la difficoltà del suo operare per l’aumento delle richieste di aiuto, e il fatto che sta svolgendo un ruolo sempre più importante di “paracadute sociale”, supplendo alle carenze dei sistemi pubblici di sostegno.
Non lo dice solo la Caritas: secondo il Rapporto Bes 2024 dell’Istat, il benessere economico dell’Italia resta inferiore alla media europea, con un rischio di povertà al 18,9% e disuguaglianze di reddito più elevate rispetto al resto dell’Unione europea. Il drammatico quadro descritto è anche il risultato di una ritirata politica: a partire dagli anni Ottanta, lo Stato sociale è stato sistematicamente smantellato, sotto la spinta dell’ideologia della deregolamentazione, della fiducia nel mercato e delle retoriche dello “Stato minimo”.
Pare però che la questione interessi poco chi governa il Paese: non solo per cecità, ma anche per l’imporsi di una cultura politica caratterizzata da una radicata avversione alla ridistribuzione, che vede con terrore anche solo la proposta di una patrimoniale. Questa posizione non è semplicemente frutto di ignoranza o pigrizia intellettuale: è attivamente promossa, ideologicamente sostenuta e rafforzata dai media. L’equiparazione tra proprietà e libertà, la stigmatizzazione della ridistribuzione come invidia o come slittamento verso il “socialismo” e l’esenzione fiscale di fatto per le grandi eredità dimostrano che la democrazia, da tempo, non mantiene più la sua originaria promessa egualitaria.
Viviamo in un sistema in cui il potere del denaro è diventato il potere di dettare le regole, perché ha un effetto strutturalmente asimmetrico: protettivo verso chi sta in alto, indifferente se non conculcativo verso chi sta in basso. Per qualcuno è giusto che sia così: Friedrich von Hayek – una figura di spicco del liberismo – si spinse ancora oltre, invocando una limitazione del potere democratico per impedire una ridistribuzione “populista”. Affermò testualmente: “La disuguaglianza non è deplorevole, ma benvenuta. È semplicemente necessaria”.
Idee che seguono uno schema coerente: la proprietà ha la precedenza sull’uguaglianza. L’influenza politica delle grandi fortune è legittima, e non rappresenta un elemento di perturbamento dei sistemi democratici, ma al contrario una necessaria salvaguardia contro il “livellamento” imposto dallo Stato sociale. Una prospettiva in cui chi non conta resta povero, ed è il solo responsabile della propria condizione. La povertà torna così ad avere una connotazione morale, come nell’Inghilterra dell’età vittoriana, e chi è in condizione di bisogno è considerato “pigro” o “colpevole”. Politicamente, la lotta alla povertà non è una priorità, ce lo conferma la politica fiscale dell’ultima finanziaria, che ignora bellamente la perdita di potere d’acquisto dei ceti inferiori dovuta all’inflazione degli ultimi anni. Anche il discorso pubblico contribuisce alla invisibilità della povertà, che viene solitamente affrontata in modo selettivo, come questione dei singoli, ignorata nei suoi aspetti strutturali.
Rimane aperta la questione se il caso italiano rappresenti in Europa unicamente arretratezza, o se invece si tratti di un esperimento, di un “laboratorio” che rischia di diventare un caso-pilota. I dati sulla crescita della povertà in Germania – per quanto lontani dai nostri, e provenienti in ogni caso da un Paese dotato ancora di un welfare solido, in cui il dibattito in questi giorni verte sulla necessità di elevare il salario minimo a 15 euro l’ora – fanno però pensare. Secondo il centro di ricerca della Paritätische Gesamtverband (“Associazione per il benessere paritario”), che ha elaborato i dati dell’Ufficio centrale di statistica, dopo aver dedotto l’affitto, le utenze, i mutui e altre spese, più di 17,5 milioni, ovvero il 21,1% della popolazione tedesca, avrebbe un reddito collocabile nella fascia della povertà relativa. E non sta meglio neppure la Francia.
Allora potrebbe essere che il “modello Italia” di contrazione estrema, e stando alle apparenze permanente, dei livelli di vita di una parte della popolazione rappresenti il futuro per un’Unione stretta tra crisi di importanti settori produttivi, spesa energetica e affrettato riarmo. Ci troveremmo così, forse inconsapevolmente, a rappresentare una sorta di avanguardia nella più generale regressione delle società welfariane europee. Una fine certo ingloriosa per una parte del mondo che aveva pensato, non troppi decenni fa, di essere esemplare e avanzatissima nelle conquiste sociali e democratiche, e in cui invece oggi “miseria e nobiltà” si guardano sempre più da lontano.







