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In Cile l’estrema destra in posizione vincente

Dopo il primo turno di domenica 16 novembre, secondo tutte le previsioni, il pinochetista Kast diventerà presidente

19 Novembre 2025 Claudio Madricardo  1019

Sarà ballottaggio, il prossimo 14 dicembre, tra Jeannette Jara, candidata comunista sostenuta dallo schieramento progressista, incluso il Partido demócrata cristiano, e José Antonio Kast, del Partido repubblicano della destra estrema. Mentre la prima non ha raggiunto neanche il 30% dei suffragi, fermandosi un po’ sotto a quanto prevedevano gli stessi sondaggi della vigilia (26,8%), il secondo ha vinto, con il 23,9%, “le primarie della destra”, com’è stato chiamato il primo turno, i cui altri candidati erano il Milei cileno, Johannes Kaiser (13,9%), ed Evelyn Matthei (12,5%), rappresentante della destra tradizionale alla maniera dell’ex presidente Sebastián Piñera, uscita sonoramente sconfitta in elezioni che hanno premiato le destre più radicali.

C’è stato, inoltre, l’exploit del populista Franco Parisi, del Partido de la gente, con il 19,7%, che passa da sei a quattordici deputati, e che nessun sondaggio aveva visto arrivare, la cui posizione non è direttamente assimilabile alla destra. Chile no es facho ni comunacho – ha affermato –, è un Paese apolitico e non ideologico, rimarcando, a pochi minuti dal risultato elettorale, che i suoi elettori “non sono una borsa che passa da uno all’altro”, e chiedendo a Jara e a Kast di modificare le loro proposte e il loro stile politico se vogliono attirare i suoi voti. Nella legislatura che sta per chiudersi, Parisi – che da anni vive negli Stati Uniti, dove ha fatto il consulente finanziario e il docente universitario – si era collocato all’opposizione di Boric: “Non firmo un assegno in bianco a nessuno, è una mancanza di rispetto. Ho una brutta notizia per i candidati, guadagnatevi i voti”, ha detto. E nel suo programma sono riconoscibili proposte sia di sinistra sia di destra. Comunque, che si aggiungano i suoi elettori o meno, i voti dei candidati della destra superano già il 50% più uno necessario a eleggere alla presidenza José Antonio Kast, figlio di un nazista rifugiato in Cile, in politica da trent’anni, che in passato si è spinto perfino a dire che, se Pinochet fosse stato vivo, avrebbe votato per lui. Tutti i sondaggi vedono molto probabile una sua elezione alla Moneda.

Quelle appena trascorse sono state le elezioni più partecipate da quando è stato reintrodotto il voto obbligatorio per i 15,7 milioni di cileni. Alla fine, hanno votato in 13,4 milioni, con una partecipazione pari all’85,4%. Sono stati eletti anche tutti i 155 deputati della Camera e ventitré dei cinquanta senatori. Uno dei grandi vincitori è stato il Partido republicano, la formazione di Kast, che ha ottenuto trentuno deputati. Nonostante l’avanzata, il partito non ha raggiunto la maggioranza per controllare la Camera bassa a causa della comparsa del partito di Parisi, che ha conquistato quattordici seggi. Il parziale rinnovo del Senato ha consegnato una mappa politica più atomizzata, con la sinistra che è riuscita a resistere, e dove la destra ha ottenuto diciotto senatori, rafforzandosi e acquisendo una posizione chiave per influenzare i futuri negoziati legislativi.

Kast, un avvocato di 59 anni, padre di nove figli, è un membro di Schoenstatt, movimento apostolico fondato nel 1914 in Germania: è contrario alla pillola del giorno dopo, avversario del matrimonio omosessuale, dell’aborto e della legge sul divorzio. Non è un politico nuovo: nel trentennio in cui si è dedicato alla politica, ha militato a lungo nell’Unión demócrata independiente, di destra, fondata da Jaime Guzmán, strenuo oppositore del governo di Allende, e che, dopo il golpe dell’11 settembre 1973, divenne influente consigliere del generale Pinochet e della dittatura, svolgendo un ruolo importante nella stesura della Costituzione cilena del 1980. Kast, candidato come indipendente alle presidenziali del 2017, ottenne l’8%, con un discorso favorevole alla riduzione del ruolo dello Stato, per l’abolizione dell’aborto nei tre casi previsti allora consentiti, e per eliminare il ministero delle donne. Nel 2021 si è nuovamente candidato, arrivando in testa al primo turno, con il 27,91% dei voti, ma perdendo al ballottaggio contro Boric, in un’elezione in cui il voto femminile e quello dei giovani furono decisivi. Da allora, ha moderato alcune sue posizioni. “Chiunque abbia violato i diritti umani, militare o meno, non lo sostengo”, ha affermato. Ciononostante, rimane una figura di spicco del populismo di destra a livello mondiale. In questa campagna elettorale, pur riconoscendo le affinità che lo legano a Trump, Milei, Bukele, si è avvicinato, e in fondo assomiglia di più, agli esponenti della destra europea, come Pascual Abascal e la stessa Giorgia Meloni, che recentemente l’ha ricevuto a Roma (mentre non ha ricevuto Boric quando ha fatto una visita ufficiale a papa Leone). Così facendo, si è distanziato dalla retorica anti-casta e anti-élite, che caratterizza i camerati del nuovo continente, provenendo, come del resto la stessa Meloni, dall’estrema destra tradizionale.

Per rendere vincente il suo discorso, ha sfumato sulle questioni delle libertà individuali o sulla difesa dell’eredità di Augusto Pinochet, puntando su sicurezza, controllo migratorio ed economia, che costituiscono le vere preoccupazioni dei cileni. E ha rivolto il suo messaggio principalmente ai più vulnerabili e a coloro che potrebbero pagare di più il peggioramento della crisi economica, quelli sui quali criminalità, aggressioni e rapine fanno sentire di più i loro effetti. Con ciò è riuscito a ottenere grande ascolto, soprattutto tra i giovani, per lo più maschi e a basso reddito, che vivono lontani dalle aree metropolitane. E non ha rinunciato a difendere la vita dal concepimento alla morte naturale; a Concepción, nella regione di Biobío, dove vive la più numerosa popolazione evangelica del Paese, ha promesso che “parleremo di nuovo di Dio, della patria e della famiglia”.

Ha già ottenuto il sostegno del candidato “libertario” Johannes Kaiser, e quello della coalizione Chile vamos, della destra di Evelyn Matthei. Fino al primo turno, ha parlato a quel 60% di cileni che disapprova il governo di Boric, che ha definito “fallito”, accusando Jeannette Jara di rappresentare la continuità. Se vincerà, il prossimo 14 dicembre, guiderà il Cile con le stesse convinzioni condivise dall’estrema destra globale, ma con un tocco di moderazione rispetto alle sue precedenti candidature. D’ora in poi, dovrà cercare di arrivare ad accordi con i “libertari” di Kaiser e con la destra di Matthei, in vista della formazione di un eventuale governo.

Sul versante della sinistra, il Frente amplio del presidente Boric e il Partido comunista hanno superato la sinistra moderata, raggruppata nel Socialismo democratico. Jeannette Jara è figlia di un meccanico e di una casalinga, ed è nata a Conchalí, un comune nel nord di Santiago. Ha studiato in una scuola, in un liceo e in un’università pubblica: cosa che, in un Paese come il Cile, dove la gente viene giudicata sulla base delle scuole che ha frequentato, non rappresenta il massimo delle aspettative. Avvocata e master in amministrazione pubblica, è diventata famosa come ministra del Lavoro di Boric, grazie alla sua capacità di dialogo, che le ha consentito di negoziare con l’opposizione e gli imprenditori la legge che riduce l’orario di lavoro a quaranta ore settimanali, l’aumento del salario minimo e una riforma delle pensioni (vedi qui), che, anche se non è riuscita a porre fine ai vituperati amministratori dei fondi pensione (Afp), ha costituito di certo un notevole passo avanti, ed è probabilmente il risultato più importante del governo uscente.  Il quale si congeda con un bilancio in chiaroscuro, ben lontano dall’avere mantenuto la promessa fatta nel 2021 che “il Cile sarà la tomba del neoliberismo”, e con un Paese che ha visto aumentare la sua radicalizzazione, visto che il neoliberismo è ben vivo e l’estrema destra sta al 38%.

Il risultato di domenica scorsa costringe Jara a cercare di pescare i voti moderati del centro-centrodestra, che vedono con difficoltà un sostegno a Kast. Per lei il ballottaggio è completamente in salita, poiché ha pochissimo spazio per crescere. Durante la campagna, Jara ha affermato che, se eletta, avrebbe lasciato il Partito comunista, in cui milita da quando aveva quattordici anni. La situazione potrebbe spingerla ad anticipare le sue dimissioni o la sospensione dalla sua militanza. Si consideri che il Partito comunista cileno continua a definirsi marxista e leninista e non ha eliminato la dittatura del proletariato dalla sua dottrina. “Non sono subordinata alle decisioni del Pc”, ha assicurato. E si è distinta dal suo partito sostenendo che quello di Nicolás Maduro è un “regime autoritario”; mentre, riguardo a Cuba, dopo avere detto che ha “un sistema democratico diverso dal nostro”, in settembre ha dichiarato che “chiaramente non è una democrazia”. Ma, per quanto si sia impegnata a presentarsi come moderata, diversi politici che hanno fatto parte dell’ex Concertazione – la coalizione di centrosinistra che ha governato il Cile, tra il 1990 e il 2010 – non l’hanno sostenuta. Mentre il Partido demócrata cristiano, che l’ha appoggiata, è stato criticato da alcuni suoi esponenti che non hanno gradito la scelta: tra questi, l’ex presidente Eduardo Frei Ruiz-Tagle. Un sostegno sincero, invece, le è pervenuto dalla sinistra moderata. Sul finire della campagna per il primo turno, Jara ha detto ai suoi sostenitori che quella che avevano davanti non era una scelta qualsiasi, ma “una scelta in cui ci sono due modelli di Paese molto diversi”.

Nulla di più vero. Dai tempi della mobilitazione studentesca del 2006, la cosiddetta revolución pingüina, contro il sistema educativo privatizzato e per il miglioramento dell’istruzione pubblica, passando per il 2019, anno dell’estallido social contro l’aumento del trasporto pubblico, il Cile ha attraversato un lungo periodo che ha visto la mobilitazione di vaste forze sociali che hanno individuato, come loro primo obiettivo, il superamento della Costituzione pinochetista, ancorché più volte emendata. Muove da qui la lunga lotta per un Cile differente dal laboratorio in cui i Chicago Boys l’avevano trasformato, che a livello politico-istituzionale ha comportato due tentativi di redigere una nuova Costituzione, iniziati con il referendum dell’ottobre 2020 e con l’elezione di una Convenzione costituzionale nel 2021. Frutto di questo lavoro, è stata la stesura di una bozza che, se approvata, avrebbe reso quella cilena probabilmente una delle Costituzioni più avanzate al mondo. Consegnata nel luglio 2022, fu respinta dai cittadini (vedi qui), nel settembre dello stesso anno, grazie all’opera di disinformazione messa in atto dalla destra con mezzi finanziari e di comunicazione schiaccianti, arrivando persino al punto di far distribuire nelle edicole cilene una versione farlocca del testo.

A ciò, ha fatto seguito un secondo processo, con un nuovo accordo politico e una nuova Convenzione, il cui testo fu respinto anch’esso con il referendum del 17 dicembre 2023 (vedi qui). Allora si è chiusa, chissà per quanto tempo, ogni speranza di quell’incisivo cambiamento che le rivolte sociali avevano prospettato. E si deve alle mene della destra conservatrice e reazionaria – ma anche agli errori delle forze progressiste, alle sconfitte e delusioni subite –, se il Cile che torna alle urne a metà dicembre è solo un vaghissimo ricordo di quel Paese ricco di fermenti, partecipazione e vitalità, che aveva acceso speranze a ogni latitudine.

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TagsCile Claudio Madricardo elezioni politiche 2025 estrema destra Gabriel Boric Jeannette Jara José Antonio Kast

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