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La Cop30 in Amazzonia

Al centro il Brasile e la Cina. Dieci anni dopo, un passaggio di testimone?

13 Novembre 2025 Agostino Petrillo  569

E siamo a trenta! Il trentesimo incontro della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima (Cop). Dieci anni dopo lo storico accordo di Parigi sul clima, la comunità internazionale fa il punto della situazione dal 10 al 21 novembre a Belém, in Brasile. In Francia, nel 2015, tutti i Paesi partecipanti si erano impegnati a mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei due gradi e, almeno idealmente, entro 1,5 gradi entro fine secolo. La scelta di Belém è dovuta al fatto che si tratta di un luogo altamente simbolico, dato che è situata in Amazzonia, enclave strategica decisiva per fermare il riscaldamento globale.

Diverse delegazioni nazionali avevano avanzato la richiesta di spostare altrove la Cop per le difficoltà di raggiungere il luogo, e per le limitate strutture dell’accoglienza; ma il presidente brasiliano Lula ha ostinatamente insistito sulla scelta di un luogo con una forte valenza simbolica, anche perché voleva mettere bene in luce la questione delle foreste. Il suo progetto principale per la Cop30 è la creazione del Tropical Forest Forever Fund (Tfff), un fondo per finanziare la conservazione delle foreste tropicali e difenderle dai processi di deforestazione che ne stanno, di anno in anno, riducendo l’estensione.

Il Brasile, inoltre, sta cercando di assumere un ruolo guida nella mobilitazione per impegni e azioni concrete di fronte all’emergenza climatica. Per questo motivo, si è scelto il titolo di Cop of Implementation (ovvero “della attuazione”), mettendo l’accento sul fatto che l’incontro rappresenta un’opportunità per promuovere la transizione energetica in modo pianificato, per accelerare rispetto ai traccheggiamenti che hanno caratterizzato gli ultimi incontri di questo tipo, e per provare a trasformare generici impegni in risultati concreti. La presidenza brasiliana, quindi, propone un’“agenda di azione”, con lo scopo di costituire coalizioni di Paesi, attori economici e organizzazioni della società civile, che si unirebbero volontariamente per compiere progressi su questioni chiave, cioè a dire un nuovo sistema di alleanze mirato al raggiungimento di determinati obiettivi. Il Brasile, per esempio, vorrebbe che venissero ottenuti progressi sulle emissioni di metano, un gas serra responsabile di un quarto del riscaldamento globale, ma il cui rilascio nell’atmosfera potrebbe essere largamente circoscritto se non del tutto evitabile.

Su un punto ha certamente ragione il governo brasiliano, sul fatto che sarebbe veramente il tempo di trasformare il dibattito in azione, di preoccuparsi di proteggere vite umane, di garantire giustizia sociale e ambientale e preservare la foresta. Proprio per dare la maggiore diffusione possibile a questi temi, il governo ha perciò pensato a un’iniziativa che coinvolga massicciamente la società civile, compresi i popoli indigeni e le comunità tradizionali, e in cui si metta al centro il ruolo della giustizia climatica e la valorizzazione delle conoscenze ancestrali. A Belém, le discussioni si concentreranno anche sulla giustizia climatica. L’obiettivo è garantire che la transizione ecologica sia equa, in particolare per le popolazioni più vulnerabili agli effetti del global warming.

Un richiamo all’azione, dunque, che pare indispensabile, anche perché è chiaro che le cose stanno andando male: è possibile un drammatico aumento del riscaldamento globale. Senza ulteriori misure di protezione e di contenimento delle emissioni, è più che probabile che l’obiettivo di 1,5 gradi venga presto superato, come ha annunciato il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) in un allarmato report recentemente pubblicato.

Le nazioni che hanno aderito all’accordo di Parigi del 2015 sono ancora lontane dal raggiungere l’obiettivo di limitare il riscaldamento al di sotto dei 2 °C, pur continuando a parole a perseguire gli sforzi per rimanere al di sotto di 1,5 °C. Obiettivo che sembra sempre meno realistico, se non per il momento irraggiungibile. Entro il 2035, saranno necessarie riduzioni delle emissioni annue del 35% e del 55% rispetto ai livelli del 2019, se si vorrà provare ad allinearsi ai due percorsi previsti dall’accordo di Parigi. Data l’entità dei tagli necessari, dati il breve tempo a disposizione per realizzarli e il difficile clima politico, dobbiamo invece attenderci che avvenga un rilevante superamento dei 1,5°C, che dovrebbe verificarsi molto probabilmente entro il prossimo decennio.

La posta in gioco sarà presto come recuperare questo sfondamento della soglia, in quale modo fare marcia indietro. Il rapporto rileva che è indispensabile che il superamento venga limitato attraverso riduzioni più rapide e consistenti delle emissioni di gas serra, se si vogliono    minimizzare i rischi e i danni climatici e rientrare intorno a 1,5 gradi entro il 2100. Obiettivo ancora raggiungibile in teoria, anche se estremamente impegnativo. Ogni frazione di grado evitata significa minori perdite per le persone e gli ecosistemi, minori costi e minore dipendenza da tecniche ancora incerte di rimozione dell’anidride carbonica per tornare a 1,5 °C entro il 2100. Tanto più che le tecnologie necessarie per ridurre drasticamente le emissioni sono disponibili. Lo sviluppo dell’energia eolica e solare è in forte espansione, riducendo i costi di implementazione. Ciò significa che la comunità internazionale può accelerare l’azione per il clima, se lo desidera. Tuttavia, per ridurre più rapidamente le emissioni, occorrerebbe la capacità di destreggiarsi in un contesto geopolitico difficile, aumentando notevolmente il sostegno ai Paesi in via di sviluppo e riprogettando l’architettura finanziaria internazionale.

Ma la crisi che hanno fatto segnare gli ultimi incontri Cop non fa ben sperare: la situazione internazionale è cambiata radicalmente dalla Conferenza di Parigi. La pandemia e le guerre hanno finito per far passare in secondo piano la questione della protezione del clima. La cooperazione tra i due maggiori inquinatori climatici, Stati Uniti e Cina, che avevano reso possibile l’accordo, nell’attuale temperie politica è difficilmente concepibile. Al contrario, gli Stati Uniti, sotto la presidenza Trump che ritiene il global warming una frottola, si stanno ritirando nuovamente dall’accordo, anche se non potranno farlo completamente prima del la fine del 2026.

L’incontro di Belém mira a cercare di garantire che gli altri Paesi mantengano comunque la rotta intrapresa. Ma l’Unione europea, che ama definirsi pioniera in materia di politica climatica, non sta dando il buon esempio: prende tempo, anche per il crescere del peso politico nell’Unione di partiti negazionisti. La Ue avrebbe dovuto presentare un aggiornamento del suo impegno alle Nazioni Unite già in febbraio. Ma Francia e Polonia, tra gli altri, hanno bloccato un accordo in merito. È stato lasciato ai ministri responsabili degli Stati membri il compito di raggiungere una decisione definitiva nell’ultimo tratto di percorso prima di Belém, e di definire gli obiettivi per il 2040. Dalla riunione tenutasi a Bruxelles, la proposta iniziale di compromesso è uscita indebolita, ed è stato concordato un contributo da portare a Belém solo all’ultimo minuto (vedi qui).

Tutto questo fa sorgere dubbi sulla determinazione dell’Europa a proseguire sul percorso intrapreso. Con il ritiro degli Stati Uniti, il successo del vertice in Brasile dipende ora dal Paese ospitante, dalla stessa Unione europea e dalla Cina, il più grande inquinatore climatico al mondo. A differenza dell’Unione, che pare titubante, Pechino ha presentato un suo obiettivo climatico a fine settembre, dimostrando così un’aspirazione alla leadership, nonostante gli esperti siano critici sul contenuto dell’impegno cinese, che appare troppo graduale e blando.

Staremo a vedere, dunque, quali saranno i risultati concreti raggiunti a Belém, che sembra quasi segnare un passaggio di testimone, in cui l’iniziativa si trasferisce a Paesi diversi da quelli che furono all’origine degli accordi di dieci anni fa, con il possibile consolidamento di un asse Brasile-Cina. Molto tempo è ormai trascorso improduttivamente: gli assetti geopolitici sono cambiati, e con essi si è aperta una nuova contesa per la leadership planetaria, di cui anche la questione ambientale diviene una delle poste in gioco, mentre il ticchettio dell’orologio del riscaldamento globale si fa sempre più forte.

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