In principio fu la Interstate Commerce Commission, istituita dal Congresso degli Stati Uniti d’America nel 1887 per regolamentare le tariffe ferroviarie. Il concetto di autorità indipendente nasce allora, su impulso delle istituzioni politiche e con l’idea che una commissione composta da persone di entrambi i partiti non sarebbe stata soggetta ai capricci della politica, soprattutto perché i nominati non avrebbero potuto essere rimossi a comando, il che li avrebbe isolati dal potere politico o, quantomeno, resi meno sensibili alle sue pressioni. Un secolo dopo, per la precisione nel 1990, in Italia la prima a essere istituita fu l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, per iniziativa del governo De Mita. A dimostrazione del fascino esercitato da tale strumento regolatorio di importazione, agli albori della ritirata dello Stato nel trentennio neoliberista, è sufficiente segnalare come, fin dalla prima lettura parlamentare del disegno di legge, il voto favorevole del Senato fu quasi unanime: dal Msi al Pci alla Dc tutti d’accordo; unica eccezione la timida e isolata astensione di Democrazia proletaria.
Successivamente di autorità indipendenti ne sono state create diverse altre, in gran parte in parallelo con i processi di privatizzazione-liberalizzazione che hanno accompagnato l’evoluzione della cosiddetta seconda Repubblica. Esempi di authority sono l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) o l’Autorità per l’energia elettrica e il gas. Con un piccolo sforzo di memoria, ciascuno di noi probabilmente può valutare, ex post, quanto queste istituzioni abbiano garantito i cittadini-consumatori, per esempio contro lo strapotere dei grandi gruppi televisivi o contro gli extraprofitti dei giganti dell’energia, propiziati da guerre e massacri in giro per il mondo.
Il tema delle autorità indipendenti è tornato di attualità, in queste settimane, con lo scontro feroce fra il Garante della privacy e la trasmissione della Rai “Report”, fortino assediato del giornalismo d’inchiesta inviso al potere ma con tanti successi alle spalle nelle aule di giustizia che ne hanno certificato, in modo sostanziale, la credibilità; il che non significa, naturalmente, che tutte le inchieste della squadra guidata da Sigfrido Ranucci siano immuni da critiche o smentite. Sta di fatto che Ranucci, che ha subito un attentato intimidatorio (e potenzialmente letale), nella notte fra il 16 e il 17 ottobre, dopo le solidarietà un po’ di maniera ricevute da tutto l’arco parlamentare, ha dovuto fare i conti con una sanzione di 150mila euro irrogata alla sua trasmissione per la messa in onda di un audio Boccia-Sangiuliano. La registrazione di una telefonata tra l’ex ministro della Cultura del governo Meloni e la moglie, Federica Corsini, per l’authority non poteva essere utilizzata perché privata. La dimostrazione, secondo Ranucci, che il garante viene utilizzato come un “tribunale politico”. “Report” non ha mollato l’osso, ha scoperto una visita preventiva di uno dei componenti del collegio del Garante, Agostino Ghiglia, con un passato piuttosto vivace da militante di destra, alla sede di Fratelli d’Italia, proprio alla vigilia della decisione su “Report”. Ranucci e i suoi hanno poi allargato lo sguardo anche sui costi di gestione dell’istituzione e sui conflitti di interesse che gettano ombre sul ruolo di qualche componente dell’Autorità, oltre che su una sanzione proposta dagli uffici a carico di Meta per i suoi occhiali con telecamera incorporata connessi all’intelligenza artificiale. Sanzione poi saltata per decisione dell’organo politico: e anche in questo caso nel mirino sono le presunte relazioni che condizionerebbero le decisioni di Ghiglia, stavolta non con un partito ma con il gigante del web.
Ora le opposizioni chiedono le dimissioni di tutti i componenti del collegio – che dura in carica sette anni e per l’appunto non può essere revocato dal governo –, mentre la destra se ne lava le mani parlando di autorità “nominata dalla sinistra”. Espressione che non vuol dir nulla: perché questo genere di nomine risponde a criteri di “consociativismo bipolare”, tanto che dei quattro nominati all’epoca del governo Conte 2 (nel 2020) due sono considerati in quota centrodestra (Fratelli d’Italia e Lega) e due in quota centrosinistra (Pd e 5 Stelle). Tre giuristi e uno, Ghiglia appunto, con un solido curriculum di militante di partito, parlamentare, assessore regionale in Piemonte, meno solido, forse, quanto alla “comprovata esperienza” richiesta dalla legge “nel settore della protezione dei dati personali, con particolare riferimento alle discipline giuridiche o dell’informatica”.
Può darsi che, alla fine, le pressioni politiche per le dimissioni dei quattro garanti portino a qualche risultato concreto. Ma il caso “Report” è solo l’ultimo di una lunga serie di episodi che hanno offuscato il mito delle authority e della loro zoppicante indipendenza. Alzi la mano chi crede che nuove nomine gestite dal parlamento della XIX legislatura possano cambiare in positivo il volto del Garante o che, cogliendo l’occasione dello scandalo politico che si è sviluppato in questa circostanza, i partiti decidano di riformare il sistema per renderlo più indipendente dalla politica e (perché no?) dalle pressioni delle grandi imprese. Non basterebbero gli occhiali Meta e tutta l’intelligenza artificiale del mondo per riuscire a vedere un futuro così fantascientifico. E a crederci.







