Donald Trump ha dimostrato di prestare particolare attenzione al Sudamerica nel suo secondo mandato. Lo ha fatto con il dispiegamento di forze militari nelle acque antistanti il Venezuela. Con lo scontro politico commerciale con il Brasile, attraverso l’imposizione di dazi del 50%, per evitare (senza riuscirci) che il suo amico Bolsonaro fosse condannato per tentato golpe. Infine, con il sostegno finanziario di venti miliardi di dollari al governo dell’argentino Milei prima delle elezioni del 26 ottobre. Tutto questo contrasta con il relativo disinteresse per la regione che hanno avuto i precedenti governi degli Stati Uniti in questo secolo, compreso quello di gran parte del primo mandato dell’attuale presidente. Il Sudamerica è tornato a essere una regione importante per gli Stati Uniti, come non lo era da molti anni.
Alcuni esperti sostengono che Washington sta cercando di ampliare il suo accesso a diverse risorse in Sudamerica, dai minerali alle terre rare, e di stabilire catene di approvvigionamento nella regione per la propria sicurezza economica. Inoltre, con le sue dimostrazioni di forza e influenza, Trump cerca di allontanare la Cina dalla regione. In questo secolo, Pechino ha ampliato i suoi legami con il Sudamerica fino a diventare il suo principale partner commerciale, dopo aver superato gli Stati Uniti e avere stretto legami strategici con una decina di Paesi.
Trump ritiene che i giorni di Nicolás Maduro alla guida del Venezuela siano contati, ma “dubita” che il suo Paese entrerà in guerra con la nazione caraibica. È quanto ha dichiarato in un’intervista per il programma “60 Minutes” della rete televisiva Cbs. In proposito, il presidente statunitense ha ripetuto le solite argomentazioni. Ovvero che il regime chavista ha svuotato le sue prigioni e i suoi sanatori per inviare detenuti e malati mentali negli Stati Uniti. Dal 2 settembre, i militari americani hanno perpetrato almeno diciassette esecuzioni extragiudiziali nei Caraibi e nel Pacifico contro imbarcazioni accusate, senza prove, di trasportare droga. All’incirca sessantasei persone sono state uccise in questi “incidenti”; solo tre i sopravvissuti, due dei quali, un peruviano e un colombiano, sono stati addirittura rimpatriati nei loro Paesi.
L’amministrazione Trump parla di una missione antidroga, ma in privato i funzionari statunitensi riconoscono che tutto ciò rientra in una campagna più ampia per rovesciare Maduro. Da parte sua, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha esortato gli Stati Uniti a interrompere queste operazioni e a garantire indagini “rapide, indipendenti e trasparenti”. Del resto, anche Trump, in maniera graduale, ha lasciato intendere che dietro la campagna contro il narcotraffico potrebbe nascondersi un tentativo di far cadere Maduro. A differenza del 2019, quando pressione diplomatica, sanzioni economiche e sostegno all’opposizione politica hanno caratterizzato la politica americana, oggi l’aggressione militare appare una via percorribile da un governo che ha bisogno di rapidi risultati. Trump accusa Maduro di essere il capo di un presunto gruppo terroristico chiamato Cartel de los Soles, dedito al traffico di droga, e sostiene che il Venezuela è un narco-Stato. Nella sua battaglia contro il presidente venezuelano, Trump ha raddoppiato a cinquanta milioni di dollari la ricompensa per la sua cattura, ha autorizzato la Cia a svolgere missioni segrete in Venezuela, e più volte ha dichiarato che l’attuale campagna contro le imbarcazioni passerà a una “seconda fase” a terra.
Il dispiegamento militare statunitense è senza precedenti per un’operazione contro il traffico di droga, dato che gli Stati Uniti mantengono una decina di navi nei Caraibi, con diecimila soldati e aerei F-35, a cui si sta unendo la portaerei Gerald Ford, la più grande e moderna della sua flotta. La Gerald Ford, a propulsione nucleare, ha un equipaggio di cinquemila soldati: si tratta quindi del più grande dispiegamento di forze statunitensi nei Caraibi dall’epoca dell’invasione di Panama, nel 1989, per rovesciare il presidente Noriega, che Washington aveva accusato di traffico di droga.
Maduro nega le accuse e denuncia i tentativi di destabilizzazione da parte di Washington. Sostiene che gli Stati Uniti usino il traffico di droga come pretesto per “imporre un cambio di regime” a Caracas e impadronirsi del petrolio venezuelano. Nel frattempo, la Casa Bianca non ha ancora reso pubblica nessuna prova sui presunti legami tra la droga, le imbarcazioni affondate e le persone giustiziate.
Trump ha attaccato recentemente anche la Colombia e il presidente Gustavo Petro. Ha definito Petro “un leader del traffico di droga” e ha annunciato la fine degli aiuti finanziari statunitensi a Bogotà. Ha poi imposto sanzioni al presidente colombiano per presunti legami con il traffico di droga che Petro ha respinto, annunciando un’azione legale.
L’impressione prevalente è che la strategia di Trump verso l’America latina manchi di coerenza, e che corrisponda al suo uso di minacciare e punire alcuni Paesi, azioni e decisioni del resto tipiche del suo stile in politica estera. Mostra i muscoli – ma siamo lontani dalla strategia degli anni Ottanta, durante la guerra fredda, quando si trattava di contenere il comunismo e l’influenza sovietica. Le decisioni del presidente fanno pensare a un ritorno alle vecchie pratiche di interferenza, privilegiando dispiegamento militare, minaccia di sanzioni e retorica punitiva, mentre si riducono gli strumenti di cooperazione. È quello che è accaduto con l’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (Usaid), che ha visto tagliati i fondi per gli aiuti all’estero ed è stata smantellata, mettendo così a rischio iniziative di salute pubblica, governance e conservazione ambientale. Con i suoi finanziamenti di programmi di conservazione in Amazzonia, di promozione di colture alternative, come caffè e cacao, per ridurre la produzione di coca, era stata uno dei principali strumenti con cui gli Stati Uniti esercitavano la propria influenza in America latina.
Il 20 gennaio scorso, Trump ha firmato un ordine esecutivo che ha trasformato i cartelli del narcotraffico in organizzazioni terroristiche, e risale ad agosto l’approvazione di linee guida circa l’uso della forza militare contro questi gruppi, anche se considerarli come terroristi non autorizza automaticamente l’uso della forza. Da quel momento in poi, le tensioni con diversi governi latinoamericani si sono intensificate. E non hanno riguardato solo il Venezuela e la Colombia, perché Trump non ha celato la sua intenzione di far intervenire il suo esercito in territorio messicano. Recentemente, Claudia Sheinbaum ha rivelato di avere più volte respinto l’offerta americana di aiuto militare, al fine di rendere più efficace la lotta del governo messicano contro i cartelli della droga.
Alla domanda sul perché non utilizzi la Guardia costiera per intercettare le imbarcazioni sospette, Trump ha risposto che questo metodo, applicato per decenni, si è rivelato inefficace. Probabilmente perché l’azione della Guardia costiera porta generalmente all’arresto dei narcotrafficanti, mentre le azioni dei militari si conclude con il loro annientamento. Essendo il traffico di droga equiparato al terrorismo, si risponde in base a una logica di “stato di guerra”, senza contenimento nell’uso della forza. Secondo la sua versione, gli attacchi preventivi possono salvare migliaia di vite americane, poiché distruggere le imbarcazioni impedirebbe l’ingresso di grandi quantità di fentanyl nel Paese. Ma i dati disponibili smentiscono questo argomento, perché la principale causa di morte per overdose negli Stati Uniti quasi non arriva via mare; il fentanyl viene prodotto in laboratori clandestini ed è introdotto principalmente via terra, dal Messico.
Marco Rubio, segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, è considerato l’architrave della strategia nei confronti del Venezuela. Rubio non nasce Maga (“Make America Great Again”), ed è stato in passato un avversario di Trump. Appartiene a una famiglia di origine cubana e parla spagnolo. È un neocon, come tale favorevole ad azioni dure contro Venezuela, Cuba e Nicaragua. Dietro le operazioni statunitensi anti-narcos nei Cariaibi e nel Pacifico, c’è il suo zampino. Secondo alcuni analisti, queste operazioni contraddicono una delle promesse fondanti del movimento Maga creato da Trump: porre fine agli interventi militari all’estero e alle interferenze negli affari interni di altri Paesi. E il possibile intervento statunitense sta suscitando il mal di pancia in personaggi come Steve Bannon, ex consigliere di Trump, che aborrono un impiego delle forze militari all’estero.
In tutte queste azioni, si può vedere una rivisitazione della dottrina di James Monroe, proposta da quel presidente, nel 1823, contro il colonialismo europeo, e sintetizzata con la frase “America agli americani”. Oppure si può pensare che l’America latina, a differenza della Cina o della Russia, sia un obiettivo più facile, e che possa offrire qualche occasione di successo al presidente americano, non avendo la stessa capacità di contrastare il potere degli Stati Uniti.
Ma, tra i distinguo e le contraddizioni, la fine di Maduro potrebbe convenire alle varie anime del frastagliato arcipelago trumpiano. La caduta del regime venezuelano – contro cui Trump, già nel 2019, aveva tentato il golpe, per restaurare la democrazia attraverso il fantoccio Juan Guaidó – coronerebbe la battaglia del presidente contro il narcotraffico. Perché questo è l’obiettivo dichiarato: neutralizzare il Tren de Aragua e il Cartel de los Soles, organizzazioni che, secondo Washington, sono guidate dai vertici del regime venezuelano e rappresentano una minaccia diretta per la sicurezza nazionale. Inoltre, l’uscita di scena di Maduro farebbe venir meno molti dei motivi che hanno spinto otto milioni dí venezuelani all’espatrio, favorendo il ritorno di almeno una parte di essi. E il successo della strategia di regime change avrebbe l’effetto di allontanare il Venezuela dall’orbita russa, cinese e iraniana, portando al potere Maria Corina Machado, che ha dedicato a Trump il premio Nobel per la pace ricevuto di recente. Una donna il cui programma economico prevede la privatizzazione delle risorse petrolifere e minerarie, il che consentirebbe all’amministrazione americana di ritornare a controllare le immense potenzialità energetiche su cui galleggia il Venezuela. La caduta del chavismo avrebbe anche altri effetti. In primo luogo, l’ulteriore indebolimento di Cuba: i trentunomila barili di petrolio al giorno, che ancora riceve dal Venezuela, rispetto ai centomila di un tempo, costituiscono un sostegno importante per la sua disastrata economia. E mentre Trump passerebbe alla storia per aver fatto cadere i governi del Venezuela e di Cuba, Rubio potrebbe rafforzarsi all’interno del Partito repubblicano in vista delle prossime presidenziali.
Secondo gli specialisti militari, un’invasione del Venezuela richiederebbe centocinquantamila militari, una forza ben lungi da quella attualmente messa in campo. Ed è questo il fattore che rende poco probabile quella scelta, mentre appaiono plausibili azioni più limitate, come attacchi aerei selettivi, sabotaggi o azioni segrete, senza un’occupazione territoriale prolungata. Tra queste, anche quelle tese alla cattura di Maduro, nella speranza di fomentare una sollevazione da parte dell’esercito con azioni chirurgiche contro obiettivi specifici e di alto contenuto propagandistico, che Trump possa far pesare sul tavolo delle imminenti elezioni di medio termine.
Infine, un accenno alla posizione dei governi latinoamericani nella crisi in corso. La Repubblica di Trinidad e Tobago, le cui coste distano appena undici chilometri dal Venezuela, ha deciso di appoggiare il dispiegamento delle forze navali statunitensi, mentre gli altri quattordici Stati membri della Comunità dei Caraibi (Caricom) hanno criticato la prova muscolare degli Stati Uniti, anche se con molta diplomazia. E hanno reso pubblica una dichiarazione in cui esprimono il loro “inequivocabile sostegno alla sovranità e all’integrità territoriale dei Paesi della regione”, nonché al principio di mantenere i Caraibi come “zona di pace”, impegnata nella risoluzione pacifica dei conflitti. Quanto ai governi progressisti latinoamericani, che non hanno riconosciuto la vittoria elettorale di Maduro nel 2024, hanno denunciato con sfumature diverse le ingerenze e l’approccio imperialista degli Stati Uniti, senza che questo implichi un appoggio al regime di Maduro. E Lula da Silva, reduce da un recente faccia a faccia con Trump in Malesia, si è offerto di mediare.







