Non torneranno gli epici scontri interni dei tempi d’oro, quando le assemblee congiunte di deputati e senatori del Movimento 5 Stelle venivano raccontate in tempo reale ai giornalisti, anche nel tentativo di manipolare la narrazione a favore dell’una o dell’altra fazione, ma un po’ di pepe si è rivisto, in queste settimane, nella vita interna del partito guidato da Giuseppe Conte. È successo quando Chiara Appendino ha preso la parola in “congiunta”, per l’appunto, chiedendo una “discussione vera” sulla linea politica ed enfatizzando i deludenti risultati elettorali del Movimento nelle Marche, in Calabria e in Toscana, dove le liste a 5 Stelle hanno raccolto rispettivamente il 5,1, il 6,4 e il 4,3% dei voti validi.
Tutti sono in discussione, ha spiegato, lei compresa: lasciando però che, ad almanaccare per qualche giorno sulle sue possibili dimissioni da vicepresidente del Movimento, fossero i giornali e i talk show politici. Dimissioni poi formalizzate sabato 18, nella seduta online del Consiglio nazionale (la cosa più simile a una vecchia Direzione di partito, una trentina scarsa di componenti, in buona parte scelti dal leader), e in un post su Facebook nel quale ha rivendicato la sua “scelta sofferta”, evocando però una sorta di “mutazione genetica” avvenuta sotto la gestione Conte: “Siamo diventati troppo attenti agli equilibri interni, troppo preoccupati degli accordi di palazzo, troppo distanti dalle persone e dai nostri princìpi. E non è neanche una questione di alleanze in sé. È questione di come ci stiamo dentro”. Per l’ex sindaca di Torino occorre adottare “una postura” differente nel rapporto col Pd. Vicenda interna? Non solo.
Certo, nel Movimento attuale – di forte impronta contiana e fin troppo pacificato rispetto all’era delle espulsioni a raffica o delle scissioni “di destra” e “di sinistra” –, questa vera e propria bocciatura della linea politica è stata accolta con un certo fastidio. Nei gruppi parlamentari le voci pro-Appendino sono decisamente rare, in ogni caso l’ex presidente del Consiglio – che, va ricordato per i distratti, si è già disfatto senza problemi di Luigi Di Maio, di Beppe Grillo e del figlio del co-fondatore Casaleggio – ha già circoscritto l’iniziativa di Appendino avviando la procedura per la sua rielezione a presidente del Movimento (è candidato unico, nessuno dei Carneadi che si erano fatti avanti ha raccolto le firme necessarie), con la quale decadono automaticamente anche le altre cariche interne.
Tuttavia, la “ribellione” della vicepresidente dimissionaria mette in luce il paradosso del Movimento divenuto pienamente contiano e, sia pure proclamando la propria “indipendenza”, collocato nel centrosinistra con le decisioni assunte a conclusione del “processo costituente” del 2024 (vedi qui). Da un lato, i suoi elettori, e in qualche caso anche i suoi quadri interni, fanno ancora una certa resistenza all’abbraccio con la coalizione progressista, giudicando troppo subalterna la postura di Conte nei confronti del Partito democratico. Dall’altro, all’interno del Pd – e negli organi di informazione che pretendono di condizionarne, quando non di disciplinarne, gli orientamenti – contro la segretaria Elly Schlein si svolge un quotidiano, strisciante processo in cui il capo d’accusa è l’esatto opposto di quello che viene rivolto a Conte: la sua presunta subalternità ai 5 Stelle e all’ex presidente del Consiglio. Il quale, meschino, sarebbe reo di voler rilanciare il suo partito e, secondo alcuni, di sognare addirittura un improbabile ritorno a palazzo Chigi. Un’ambizione che parrebbe naturale per il leader di un partito, ma è considerata poco meno che un reato in certi ambienti, che non rinunciano all’idea di creare una sorta di cordone sanitario contro Conte e i suoi, e di conseguenza ricacciare il Pd di Schlein nel ruolo di affidabile ruota di scorta per eventuali futuri governi di emergenza o di unità nazionale.
Come finirà la discussione aperta nel Movimento da Chiara Appendino? Il caso è scoppiato a poche settimane dalle elezioni regionali in Campania, dov’è candidato alla presidenza uno dei pilastri del “grillismo” delle origini, l’ex presidente della Camera Roberto Fico, poi passato a una postura più moderata e decisamente apprezzata anche ai più alti livelli delle istituzioni repubblicane. Dovesse essere eletto lui, Conte avrebbe buon gioco a cantare vittoria, e anche per questo la mossa anticipata di Appendino è guardata con sospetto nel Movimento. Fino a poco tempo fa, la vittoria del “campo largo” in Campania era data per scontata. Ma sondaggi e voci di corridoio in parlamento dicono che la partita è tutt’altro che chiusa. Anche per questo, nonostante le punzecchiature polemiche con il presidente uscente Vincenzo De Luca, sono gli stessi dirigenti 5 Stelle ad ammettere che l’ex presidente della Camera si stia dimostrando “attento”, nel lavoro per la composizione delle liste, perfino a quegli ambienti del centrosinistra campano più famosi per le “fritture di pesce” care a De Luca che per gli slanci moralizzatori degli ex grillini.
Fico è certamente consapevole del fatto che si gioca l’ultima carta della sua carriera politica, e che una sconfitta lo relegherebbe per sempre ai margini. Ma se cadesse Fico, la sfida di Appendino assumerebbe tutt’altra forza; e Conte, pur mantenendo il controllo del Movimento e dei gruppi parlamentari, subirebbe un colpo pesantissimo alla sua leadership e alla sua strategia di alleanza competitiva col Pd. A cascata, anche la strategia “testardamente unitaria” del Pd di Schlein verrebbe rimessa in discussione. La partita si gioca sia fuori sia dentro i 5 Stelle, ma a conti fatti riguarda il futuro politico del Paese.








