Dopo il cessate il fuoco a Gaza, rimane aperto il tema delle responsabilità politiche ed economiche riguardo al genocidio. A inizio settembre, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a margine del Forum di Cernobbio, rispondeva così a un giornalista che gli chiedeva se l’Italia avrebbe smesso di inviare armi a Israele in caso di occupazione della Cisgiordania: “Noi non inviamo armi a Israele: questa è una leggenda metropolitana, dal 7 ottobre di due anni fa abbiamo sospeso tutti i contratti”. Al contrario, le spedizioni sono continuate in maniera costante dall’ottobre del 2023. A essere bloccate sono unicamente le nuove autorizzazioni, ma quelle precedenti – attive da oltre un decennio – sono ancora attive.
Sfruttando licenze preesistenti, nel 2024 l’Italia ha esportato armi e munizioni verso Israele per circa 5,8 milioni di euro. Il traffico d’armamenti è stato anche recentemente confermato dall’amministratore delegato della Leonardo Spa, l’azienda partecipata al 30% dallo Stato, Roberto Cingolani, che, in un’intervista al “Corriere”, ha sostenuto che l’azienda sia stata quasi costretta a proseguire le esportazioni verso Israele. Il motivo sarebbero due contratti in essere relativi alla “manutenzione per elicotteri e aeroplani da addestramento non armati”, dimenticando, come scrive Duccio Facchini su “Altreconomia”, “i dodici elicotteri AW119Kx di addestramento, i cannoni Oto Melara sulle corvette dello Stato ebraico, o la vicenda delle bombe GBU-39 coprodotte da Mbda, di cui Leonardo detiene il 25%”. E tralasciando anche i letali aerei F-35.
La Leonardo, infatti, fa parte del consorzio per la costruzione dei velivoli che hanno contribuito alla distruzione della Striscia. Tanto che la relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, cita l’azienda nel suo report: “Israele beneficia del più grande programma di approvvigionamento militare mai realizzato, quello relativo al cacciabombardiere F-35, gestito da almeno 1600 aziende, tra cui il produttore italiano Leonardo Spa. Dopo l’ottobre 2023, gli F-35 e gli F-16 sono stati fondamentali per dotare Israele di una potenza aerea senza precedenti, in grado di sganciare circa 85.000 tonnellate di bombe, uccidere e ferire più di 179.411 palestinesi e distruggere Gaza”. A guidare la produzione dei cacciabombardieri è l’azienda statunitense Lockheed Martin, a cui probabilmente si riferiva Trump nel suo discorso alla Knesset del 13 ottobre: “Bibi mi chiamava così tante volte: puoi procurarmi quest’arma, quell’arma”.
Ma è legale che armi del genere vengano consegnate a Paesi colpevoli di conclamate violazioni dei diritti umani? In Italia esiste la legge 185 del 1990, che regola l’importazione ed esportazione di armi all’estero, ponendo vincoli al commercio verso Paesi in guerra o fuori dalle convenzioni internazionali. Prima di questa legge – ricorda Giorgio Beretta – analista e parte di Opal (Osservatorio permanente sulle armi leggere), “c’era un regio decreto del 1941 firmato da Mussolini, Ciano, Terruzzi e Grandi, quindi in piena epoca fascista, che diceva: tutto ciò che riguarda i materiali militari è sottoposto a segreto di Stato”. Così è stato fino agli anni Ottanta, quando si animò la società civile dopo una serie di scandali: la vendita di mine antiuomo all’Iran e all’Iraq durante la guerra tra i due Paesi, gli aiuti allo sviluppo italiani convertiti in commesse militari, i commerci illegali con Saddam Hussein e l’appoggio militare al Sudafrica, all’epoca sotto embargo per l’apartheid.
Secondo la 185, non è permesso esportare armi a nazioni che non rispettino i diritti umani fondamentali, che destinino risorse eccessive al budget militare, che siano sotto embargo e sanzione. Inoltre, sono vietate le esportazioni anche in assenza di garanzie sulla destinazione finale dei materiali, per evitare le triangolazioni commerciali. Non solo, ma ogni anno, il governo è tenuto a inviare al parlamento una relazione con dati e informazioni sugli export autorizzati, tra cui i dati sulle banche coinvolte nelle transazioni e nei finanziamenti.
La 185 non è una legge pacifista, permette il commercio di armi, ma lo sottopone ad alcuni criteri minimi per un Paese che si basa su una Costituzione antimilitarista, il cui articolo 11 recita chiaramente “l’Italia ripudia la guerra”. All’epoca, fu una norma avveniristica rispetto al diritto internazionale, considerando che il Trattato sul commercio delle armi (Att) è stato adottato tramite voto dall’Assemblea generale dell’Onu nel 2013, ed è entrato in vigore solo a Natale 2014. L’Att è il primo trattato a livello globale che stabilisce regole per l’importazione, l’esportazione e il trasferimento di armi convenzionali, con l’obiettivo di promuovere un commercio più responsabile e trasparente. Tuttavia, dei 115 Stati parte, e dei 27 Paesi firmatari, pochi si attengono realmente alle regole concordate. Tanto che nel 2024, Hine-Wai Loose, direttrice di Control Arms, la campagna di oltre cento organizzazioni per il controllo delle armi, attiva dal 2003, ha sottolineato: “Il primo decennio del Trattato è stato oscurato da persistenti e gravi violazioni delle sue disposizioni. Gli Stati parte hanno troppo spesso dato priorità alle alleanze politiche e ai profitti rispetto alle vite umane. Senza il rispetto e la responsabilità, qual è il valore del diritto internazionale?”.
Quest’ultima è la domanda che ci stiamo facendo tutte e tutti pensando al genocidio a Gaza, al perpetuarsi del disastro umanitario in Sudan, all’infinita guerra tra gruppi armati nella Repubblica democratica del Congo, alla mancata pace al confine tra Russia e Ucraina, ecc. Secondo l’Acled, nel 2025, sono in corso 56 conflitti che coinvolgono almeno 92 Paesi, il numero più alto dal secondo dopoguerra; ma, pur essendoci le leggi preposte a limitarne il commercio, i materiali bellici viaggiano ovunque.
Un esempio drammatico è quello dello Yemen. Alcuni degli aerei che nel 2016 hanno bombardato un’abitazione civile nel villaggio di Deir Al-Hajari, causando la morte di una famiglia di sei persone – tra cui una madre incinta e i suoi quattro figli – sono di costruzione italiana. L’attacco, che si presume sia stato effettuato da una coalizione militare a guida saudita, ha lasciato traccia di bombe e altro materiale bellico, i cui marchi di serie indicano chiaramente la RWM Italia SpA, una filiale italiana della tedesca Rheinmetall AG.
Nell’aprile 2018, varie associazioni tra cui Rete italiana pace e disarmo e l’Opal, hanno presentato alla procura della Repubblica di Roma una denuncia penale contro i dirigenti di RWM Italia e alti funzionari dell’Autorità nazionale italiana per l’esportazione di armamenti (Uama). Dopo oltre cinque anni di indagini, non è stata emessa alcuna condanna, tuttavia il Gip di Roma ha confermato che Uama ha agito “in violazione degli articoli 6 e 7 del Trattato sul commercio di armi (Att)”, rilasciando licenze di esportazione alla RWM Italia S.p.A. pur essendo “certamente consapevole del possibile utilizzo delle armi vendute all’Arabia saudita nel conflitto in Yemen a danno dei civili”.
Nonostante in questo caso come in altri la legge 185 sia stata aggirata, consente comunque alla società civile di accedere in modo trasparente ai dati sull’import-export dei materiali bellici. O almeno, ciò è stato possibile finora. Il governo, infatti, su iniziativa del ministro degli Esteri Tajani, ha promosso un disegno di legge con l’obiettivo di modificare la legge 185. Il provvedimento, già approvato al Senato e ora in discussione alla Camera, mira a limitare i divieti di esportazione verso Paesi precedentemente esclusi e, soprattutto, a ridurre drasticamente la trasparenza dell’intero processo. Tra le modifiche più contestate, l’eliminazione dell’obbligo di inserire nella relazione annuale al parlamento i dati sui flussi finanziari e sui ruoli delle banche e degli istituti di credito coinvolti: il che invece permette a cittadini e cittadine di fare scelte consapevoli in materia economica.
La società civile, rappresentata da diverse associazioni, denuncia come questa manovra indebolirebbe il meccanismo di controllo democratico e svuoterebbe il significato originario della legge. Come ha detto Francesco Vignarca, presidente di Rete italiana pace e disarmo, “se la modifica governativa entrerà in vigore, avremo un abbassamento di questi criteri di trasparenza e soprattutto verrà eliminato qualsiasi riferimento diretto alle norme del trattato internazionale”. In tutta Europa, del resto, si sta cercando di abbassare il livello di controllo sull’export di armi, e questo è il passo successivo al riarmo: quando finiranno i soldi a sostegno dell’industria militare, le aziende dovranno esportare da qualche parte, “allora abbassando i livelli di controllo si permetterà purtroppo di vendere anche nelle zone di conflitto o dove ci sono violazioni di diritti umani” – spiega Vignarca.
Mentre la presidente Meloni, nel suo costante vittimismo a reti unificate, lamenta di essere stata ingiustamente denunciata alla Corte penale internazionale riguardo alla complicità con il genocidio a Gaza, il suo governo non fa altro che svuotare l’unica legge che potrebbe limitarne le responsabilità.








