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Salis cometa bionda?

15 Ottobre 2025 Agostino Petrillo  1095

È tempo di comete. Sfrecciano elusive, illuminando per un po’ i nostri cieli, a volte provengono da lontanissimo, poi in genere se ne vanno, perdendosi nuovamente negli spazi siderali. A Genova, pochi mesi fa, ne è atterrata una, e a sorpresa è diventata sindaca. Non che non ce ne fossero le premesse: la città attendeva una svolta dall’anno precedente, da quando si era consumato il distacco definitivo dalla coppia Toti-Bucci, e il verdetto dei genovesi era stato chiaro – nonostante il successo personale di Bucci a livello regionale – con un voto massiccio a sinistra che chiudeva un ciclo decennale di amministrazioni di destra. Quando, dopo una ridda di nomi bruciati uno dopo l’altro e un lungo periodo di incertezza, la candidata del centrosinistra era stata finalmente presentata, nell’inverno scorso, non erano stati in pochi a esprimere perplessità, come non mancammo di notare (vedi qui): nonostante le origini locali, il personaggio era relativamente poco noto, non coinvolto nella politica del luogo, con una carriera e relazioni prevalentemente romane.

Eppure, già nel corso della campagna elettorale, Silvia Salis aveva saputo farsi apprezzare: attenta, presente, pronta a rispondere ai quesiti che le venivano posti, calibrata nei giudizi, “praticamente perfetta”, questa Mary Poppins giunta con il vento da Roma a togliere le castagne dal fuoco appariva sorprendentemente “giusta”, in grado di interpretare i ruoli più diversi. E in questi pochi mesi di governo della città l’abbiamo vista di volta in volta battersi per i diritti Lgbtqia+, partecipare a manifestazioni di rievocazione della Resistenza, dialogare con gli abitanti delle periferie e con i vari comitati, aiutare a fare i pacchi da imbarcare su Flotilla, e confrontarsi con Francesca Albanese dopo averla ufficialmente ricevuta. Risale a qualche giorno fa l’incontro e l’abbraccio anche con Elly Schlein, in rapido passaggio da Genova.

Non tutto però è rose e fiori. Sul fronte dell’amministrazione materiale della città, ci sono grane a non finire: da un lato, il lentissimo progresso delle grandi opere cui l’attuale sindaca ha dato il suo assenso; dall’altro, il rischio sempre più concreto che svaniscano gli ingenti finanziamenti per quelle cui invece l’attuale giunta ha espresso parere contrario: dal famigerato Skymetro alla funivia Stazione marittima-Forti. Per non parlare del buco milionario emerso dalla gestione dell’azienda pubblica dei trasporti (Amt) e i guai dell’altra partecipata della raccolta dei rifiuti (Amiu), anch’essa con un grave deficit di bilancio.

Va ricordato da ultimo qualche scivolone politico: la maggioranza, sia pure tra molti mal di pancia e tentennamenti, ha votato una mozione di sostegno al rettore dell’Università, Delfino, promossa dalla destra, in cui si esprimeva una condanna contro gli studenti occupanti la facoltà di Lettere, rei di avere usato una foto del rettore come bersaglio per delle partite a freccette. La prima cittadina ha preso la parola in Consiglio comunale per esprimere solidarietà nei confronti di Delfino, condannando al tempo stesso anche l’occupazione. Un boccone indigesto per molti consiglieri del “campo largo”: oltre a esprimere solidarietà al rettore, si legge infatti nel documento che “il Consiglio comunale condanna fermamente ogni forma di comportamento che si rivolga a impedire sistematicamente il regolare svolgimento delle attività accademiche”. Dopo la solidarietà bipartisan al rettore, è arrivato però, dalla voce di esponenti della maggioranza, anche un invito a essere più attenti al senso complessivo dell’occupazione: “Ci sono generazioni che la politica non ascolta, ma che hanno una grande voglia di mettersi in gioco. E hanno trovato questa modalità per farsi ascoltare. Oggi far tacere una generazione che invece sta gridando per farsi sentire sarebbe un errore”. Insomma, un po’ di buon vecchio cerchiobottismo, in un frangente in cui la sindaca si è destreggiata con minore disinvoltura del solito.

Nel frattempo, è venuta poi l’apoteosi a livello nazionale. Dopo aver ufficialmente appoggiato diversi candidati progressisti nelle ultime scadenze elettorali locali, Silvia Salis ha passeggiato trionfalmente tra la Leopolda, a braccetto con Raffaella Paita, e nella sede di Avs, dove si è intrattenuta con Fratoianni e compagnia, parlando di Gaza. Un Renzi a corto di cartucce da sparare l’ha elevata a modello di un “campo larghissimo” vincente, ipotizzando una sua irruzione nella politica nazionale. Ma da enfant prodige del centrosinistra a candidata anti-Meloni il passo non è breve. E la prima a saperlo è l’interessata: se è evidente che l’ambizione non le manca, è altrettanto palese che la capacità politica non le difetta per nulla. E proprio per questo sembra procedere con i piedi di piombo sull’ipotesi di una sua candidatura nel 2027.

Certo, a Firenze ha fatto un intervento di estrema moderazione, che può essere anche interpretato nei termini di una larvata autoinvestitura. Ha detto: “L’unione è la forza. È stata la forza del nostro progetto a Genova e l’unione è la forza della classe dirigente del campo progressista che la destra non ha”, invitando tutto il centrosinistra a “smettere di correre per differenziarsi e iniziare a lavorare su ciò che unisce” richiamando, dulcis in fundo, il “grande federatore” Romano Prodi. Non sono mancati, nel suo intervento, accenti da progressismo “americano”, come quando ha insistito sulla necessità di dare vita a un “ministero del Futuro, che si occupi in modo trasversale di tutto quello che sta succedendo nel Paese e che valuti l’impatto delle scelte sul domani. La politica è spesso schiava del consenso, costretta a inseguire il quotidiano. Ma governare non significa gratificare gli elettori di oggi, bensì quelli di domani”. Insomma, “palestinese” da Avs, prodiana alla Leopolda, “americana” nell’alimentare qualche prudente sogno innovativo.

Ma se la cometa bionda dovesse lasciare a breve il cielo di Genova per dirigersi altrove, non rischia di bruciarsi rapidamente avvicinandosi troppo al sole romano? Potrebbe anche darsi che, se le fosse permesso scegliere, potrebbe preferire percorrere un’orbita meno rischiosa, stando ferma per una legislatura, e presentandosi come candidata solo nel 2032, lasciando a un altro candidato, o altra candidata, il compito difficile di sfidare tra nemmeno due anni Giorgia Meloni. Vero è che le cose cambiano ormai rapidamente, e gli umori dell’elettorato sono estremamente variabili, per cui la sindaca di Genova potrebbe ritrovarsi, in tempi brevi, risucchiata in vicende nazionali di cui per ora non si vedono che i primi accenni. Con certezza sappiamo solo che il nucleo della cometa è roccioso: con la tenacia, la determinazione e la pervicacia che la caratterizzano, non ci sono obiettivi che non possa proporsi, anche se il prezzo da pagare potrebbe essere quello di interrompere un processo di rinnovamento nella gestione della città più volte ventilato, e di cui finora non si sono visti che dei timidi inizi. Se soffierà di nuovo il vento romano, bisognerà forse congedarsi da questa Mary Poppins venuta dal nulla, che in parecchi nella ex Superba attanagliata da una crisi pluridecennale cominciavano ad apprezzare, e dal cui operato attendevano con trepidazione i primi frutti.

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