Sono passati ventidue anni dalla scomparsa di Luigi Pintor e cento dalla nascita, il 18 settembre 1925. E in occasione di questo centenario il suo giornale, quello che ha fondato, “il manifesto” (quotidiano comunista), ha deciso di ricordarlo con un inserto speciale ancora in edicola e acquistabile sul sito del giornale, e con una serie di iniziative e proposte da realizzare nel corso dell’anno, per recuperare e trasmettere la sua grande lezione di giornalismo. Che cosa avrebbe scritto oggi Pintor di uno come Trump o di una Giorgia Meloni? Si sarebbe perso nei meandri del dibattito sulla rinascita di un fascismo senza divise e senza olio di ricino? Che cosa avrebbe detto della guerra, lui che la guerra mondiale l’aveva vissuta da partigiano, quella che si pensava fosse uscita dalla storia, mentre oggi si riprende lo spazio delle aperture di tutti i notiziari?
Ovviamente non si può rispondere a queste domande, e non è nostra intenzione proporvi la formula dell’intervista “impossibile”. Non ci interessa neppure indugiare sulle definizioni e sciogliere il nodo delle classifiche dei più bravi. Non siamo appassionati di guinness dei primati, e per questo non sappiamo se Enrico Berlinguer avesse ragione nel definire Luigi Pintor il più grande giornalista italiano. Non è questo il punto. Il punto è capire se la biografia di Pintor e gli innumerevoli editoriali e corsivi che ci ha lasciato (oltre ai testi letterari) abbiano ancora qualcosa da dirci, qualcosa da dire ai giovani nativi digitali nella società dell’algoritmo.
“Tra due giorni scoppia la guerra. Che strana frase. Strana da scrivere e da leggere. Sembra un gioco infantile, uno scherzo, una fantasia. Non avrei mai immaginato di vederla stampata su questo giornale, a inaugurazione dell’anno 1991 dell’era cristiana”. Sono le prime righe di un editoriale pubblicato su “il manifesto” del 13 gennaio, nei giorni in cui migliaia di pacifisti stavano scendendo in piazza per cercare di fermare la guerra del Golfo annunciata dagli Stati Uniti. In quell’editoriale Pintor esprimeva tutta la sua rabbia per il ritorno della guerra, ma trasmetteva anche una sorta di terribile impotenza, un senso di automatismo della storia che spaventa e al tempo stesso funziona come anestetico. La guerra del Golfo era anche una “guerra italiana che arriva così, automatica, sfogliando il calendario”. “Non l’abbiamo decisa, non l’abbiamo proclamata, non ne parliamo neppure, ma la registriamo, come spettatori che guardano se stessi recitare, spettatori e attori ugualmente inconsapevoli, sdoppiati, spossessati”.
Queste poche righe, tratte dall’editoriale intitolato Aspettando Hiroshima, ci parlano ancora, sia per gli argomenti trattati (tra l’altro proprio quest’anno abbiamo ricordato le bombe atomiche americane che hanno chiuso la Seconda guerra mondiale e aperto un’altra epoca di violenza), sia per il sentire esistenziale dell’autore. Una delle ragioni della forza di quel giornalismo risiede proprio nella sensazione che ti trasmette. Senti che chi scrive non sta esercitando la sua bravura e affinando il suo stile letterario. Sta cercando di dirti qualcosa, di svegliare le coscienze, tante grida che si sommano in decine di brevi editoriali, una sorta di allarme continuo per i bombardamenti prossimi venturi. Al fondo degli editoriali di Luigi Pintor c’era la realtà. Ed è questo un altro punto importante, perché, mentre in quegli anni la realtà dei fatti veniva deformata dalla propaganda dei potenti (infatti poi le armi di distruzione di massa, quelle detenute da Saddam, non si trovarono mai), oggi la realtà è stata semplicemente archiviata: non esiste più. Non è solo che non esistono verità assolute in campo filosofico, visto che siamo un po’ tutti figli del postmoderno (salvo autori che si sono ricreduti e sono tornati al “realismo”). Non è solo questione di teoria e di pensieri più o meno deboli. Non esiste più la realtà delle cose. Così un mercato del lavoro composto da precari senza futuro diventa il più bel mercato del lavoro dai tempi di Garibaldi. La violenza e l’odio, che sono la sostanza vera di tutte le destre estreme, vengono eclissate insieme alle stragi neofasciste, e diventano cose insignificanti di fronte alla tremenda quotidiana violenza omicida della sinistra.
La realtà di Pintor era invece quella che si nasconde dietro i fatti, che non sono mai una ripetizione senza senso del flusso della vita. Bisogna andare dietro ai fatti, dietro alle notizie (o dentro) per capire davvero come gira il mondo. Non fermarsi alle apparenze, scavare, decifrare, decrittare i codici. Quindi per il giornalismo pintoriano non solo la realtà esiste (detta così sembra una banalità), ma va spiegata, vanno colti gli elementi essenziali che legano i fenomeni e le cose. La realtà è un grande blocco di marmo che va scavato per fare emergere le forme vitali che cela, proprio come faceva Michelangelo con i suoi marmi. Non ci si deve fermare alla superficie, alla prima apparenza. Ma per far questo occorre mettere in campo una dote molto rara: quella di selezionare, separare il superfluo dall’essenziale. E ha fatto bene “il manifesto” a titolare “Essenzialmente Pintor”.
Dopo avere scavato nella roccia deve rimanere la sostanza. Ma per arrivare al risultato bisogna “togliere, togliere, togliere”, in una concezione del vuoto che potrebbe far risuonare anche certe filosofie orientali. In redazione, in via Tomacelli, girava tra i giovani redattori di allora una piccola leggenda metropolitana, che poi nessuno oggi è in grado di confermare. Pare che Luigi proponesse alle nuove leve di esercitarsi con una sorta di gioco giornalistico. Raccontare una notizia con un pezzo lungo. Poi riscriverla con un pezzo più sintetico all’interno di un tot di righe. Infine, riscrivere il tutto come se fosse un telegramma, dove come si sa ogni parola ha (o aveva) un suo costo.
Questo per dire che si possono raccontare anche notizie complesse in poche righe, perché l’articolo sarà frutto di una severa selezione, di uno svuotare. Una sintesi non fine a se stessa, ma funzionale a una concezione politica del giornalismo. “Il giornale è prima di ogni cosa uno strumento della battaglia politica. Non va agitato a vuoto”. Un giornale è una testimonianza, ma può essere anche una speranza di rinascita, come scrive il direttore de “il manifesto”, Andrea Fabozzi, citando l’ultimo editoriale di Pintor (La sinistra che conosciamo è morta). Quell’editoriale del 2003 era tragico, ma conteneva un’indicazione: “Non vincere domani, ma operare ogni giorno per invadere il campo”. Sembra poco, ma riscoprire la realtà uscendo dalla grande bolla della propaganda è già un primo passo importante per ricostruire. E per non morire meloniani. Servabo – titolo di un suo fortunato libro – vuol dire ricordare, conservare, e contiene anche un altro significato importante: essere utili.







