Dietro i proclami economici del presidente israeliano Benyamin Netanyahu, ci sono i propositi di guerra permanente del suo governo e la certezza che il sostegno degli Stati Uniti possa bastare, per sempre. I propositi autarchici a cui il premier ha fatto riferimento, durante il suo discorso alla conferenza economica “Cinquanta Stati – Un Israele”, hanno scioccato i mercati, che però hanno presto riassorbito il colpo.
L’immagine delineata da Netanyahu è quella di un’economia fiorente, un mercato azionario più robusto di quello statunitense, una moneta forte e una disoccupazione ai minimi storici. Nonostante ciò, non ha potuto fare a meno di prendere in considerazione le conseguenze dell’isolamento internazionale a cui è sottoposto il suo Paese. Al momento, riguardano più la credibilità dello Stato che la sua economia, dato che limitazioni consistenti a vendite, esportazioni e finanziamenti tardano ad arrivare. Ma potrebbero presto evolversi in centinaia di piccole punizioni, che rischierebbero di lasciare una traccia reale nelle possibilità di amministrazione del Paese.
Nella lettura di Netanyahu, come prevedibile, le cause dell’isolamento internazionale non hanno nulla a che fare con il genocidio di Gaza, con la violenza senza freno dei coloni, con la pulizia etnica dei palestinesi, cioè con i propositi disumani dichiarati senza remore dai suoi ministri. Niente di tutto ciò. Il problema sarebbero gli immigrati musulmani in Europa occidentale. Una minoranza – ammette il premier –, ma una minoranza abbastanza forte da riuscire dove i popoli falliscono: piegare i governi al proprio volere. Quelli occidentali sono – dice – governi deboli, legati dalle leggi e dalla burocrazia: entrambi considerati nemici giurati da Bibi, ostacoli di cui liberarsi.
Subito dopo l’immigrazione, la causa dell’isolamento internazionale sarebbero la Cina e il Qatar, colpevoli di investire fondi significativi nella comunicazione social per danneggiare l’immagine di Israele agli occhi del mondo. Certo, a questo si potrà ovviare investendo milioni di dollari in agenti virtuali e profili informatici, ma l’emarginazione rimane una minaccia. “Possiamo uscire da questo isolamento?” si è chiesto il premier. “Sì – si è anche risposto –, sono un devoto del libero mercato, ma dovremo assumere alcuni elementi di autarchia”. La tentazione è quella di chiudersi in un’economia autosufficiente, perché nessuno nel mondo possa mettere il Paese sotto pressione. Un’economia autarchica di guerra, nella quale Tel Aviv possa produrre tutte le armi di cui ha bisogno dedicandosi all’esportazione delle tecnologie militari e limitando al minimo le importazioni. La super-Sparta evocata da Netanyahu è un Paese in guerra permanente con tutti i suoi vicini, libero da qualsiasi vincolo e trattato di ordine internazionale. Capace di garantire fuoco e fiamme tutto intorno e, insieme, la sicurezza interna di cui ha bisogno. Così da utilizzare le risorse per le azioni militari senza per questo dover limitare i finanziamenti ai ministeri principali.
“Dovremo sviluppare le industrie delle armi qui – ha dichiarato –, nei prossimi anni non avremo altra scelta. Dovremo difenderci e sapere come attaccare i nostri nemici”. Per rendere possibile questo sogno autarchico, Netanyahu ha rilanciato il suo progetto sempre caro di indebolimento delle strutture democratiche a favore di un centralismo da stato di emergenza: “Dobbiamo ridurre la burocrazia in modo draconiano”. Ammettendo, con dispiacere, di prevedere un rifiuto da parte degli apparati dello Stato, ma, a suo dire, “la vita è più importante della legge”. La chiama “flessibilità”, necessaria per “una lotta costante che non è mai finita”. Nella piena consapevolezza che, quando attacchi un nemico, ne arrivano altri a presentarti il conto. Ma ai costi della guerra – Netanyahu non lo ha detto – devono essere aggiunti quelli, enormi, dell’occupazione. Secondo il quotidiano israeliano “Haaretz”, una caratteristica “sfacciata” del premier è “l’enorme divario tra gli obiettivi dichiarati e la loro traduzione in azione”. Così accade che, mentre si parli di Sparta, giunga alla Knesset una richiesta di finanziamento da trentaquattro milioni di dollari per il ministero degli Insediamenti, di cui quasi 750mila per la commemorazione del rabbino sionista religioso Haim Druckam. Trasformarsi in un’economia autarchica di guerra significherebbe cambiare leggi e disposizioni, e anche modificare la mentalità e l’ordine delle priorità. Cosa che, sostiene “Haaretz”, nessuno è disposto ad accettare: “Il presente ordine serve troppi ladri e troppi centri elettorali di potere. E quindi qualsiasi cambiamento reale è estraneo al Dna della politica israeliana. Infatti, molto prima di diventare Sparta, i Netanyahu fuggiranno da Israele sull’Ala di Sion”, nome dell’aereo statale utilizzato come Air Force One dal primo ministro.
Intanto, però, l’economia israeliana non va ancora in pezzi, come molti pronosticavano. Questo perché è già, almeno in parte, un’economia di guerra, e l’esercito rappresenta una fonte fondamentale di sostentamento, stipendi d’oro e pensioni. Ma non è detto che le cose rimangano sempre uguali. Tra le ultime cattive notizie, per l’economia di Tel Aviv, ne è giunta una dalla Danimarca. Il gestore di fondi AkademikerPension sta escludendo dagli investimenti i beni statali israeliani, comprese le società controllate dal governo. A causa degli attacchi a Gaza e dell’espansione degli insediamenti nella Cisgiordania occupata. La notizia segue la decisione del disinvestimento da due trilioni di dollari da parte del fondo sovrano norvegese.
La minaccia principale, però, potrebbe essere un’altra. Secondo il portale finanziario israeliano “Calcalist”, “l’economia non collassa in un giorno, ma lentamente si sbriciola, silenziosamente”. E questo potrebbe accadere allo Stato ebraico, a causa di un “fenomeno relativamente nuovo”: l’emigrazione di israeliani istruiti e produttivi. Non si tratta semplicemente di una “fuga di cervelli”, ma di “un’ampia tendenza di cui si sente parlare in ogni conversazione”. Secondo i dati dell’Ufficio centrale di statistica, nel 2025 a fronte di 79mila israeliani che hanno lasciato il Paese, 21mila vi hanno fatto ingresso. Sono 58mila persone in meno. L’anno precedente il bilancio era stato di 27mila e cinquecento, meno della metà. E non è solo una questione di numeri. Secondo “Calcalist”, quelli che vanno via sono per la maggior parte giovani, laici e istruiti della classe media, motore dell’innovazione e della crescita del Paese. Quelli che entrano sono, al contrario, religiosi e ultra-ortodossi che non portano un grande contributo in termini economici e di produttività. “Il significato più ampio – spiega la rivista finanziaria – è che in futuro questa tendenza potrebbe decidere la direzione dell’intera economia: proprio come successo altrove, chi soffre di populismo e fanatismo religioso è finito in guerre politiche senza fine o ha gravemente danneggiato il regime democratico”.







