Ci sono sconfitte elettorali che, con un po’ di buona volontà e qualche artificio cosmetico, la politica può sempre imbellettare in mezze vittorie, o comunque dipingere come non-insuccessi. Si direbbe che sia questa la chiave con cui hanno interpretato, nei loro commenti, la tornata di elezioni comunali in Renania settentrionale-Vestfalia di domenica scorsa le segreterie della Cdu e della Spd, i due partner della “grande coalizione” tedesca. Si trattava di un test importante, la prima verifica politica che ha luogo nel Paese dall’insediamento di Friedrich Merz alla cancelleria.
I risultati, nonostante l’operazione di maquillage operata dalle dirigenze, certo lasciano ben poco spazio al trionfalismo: se la coalizione di governo nel complesso tiene, perdendo un solo punto in percentuale rispetto alle politiche, inquieta però l’avanzata di Alternative für Deutschland, che triplica i suffragi. Suona falsa la soddisfazione espressa dai cristiano-democratici che rimangono il primo partito con il 34%, con i socialdemocratici che arretrano ancora scendendo al 22%, mentre la temuta “ondata blu” di AfD, anche se non sfonda, raggiunge comunque un 15% fino a poco fa impensabile in una regione che è stata la culla della Spd e in cui è nato il movimento operaio tedesco. Con circa diciotto milioni di abitanti, è inoltre il Land tedesco più popoloso e il quarto per superficie: i suoi risultati elettorali pesano dunque non poco nel quadro generale del Paese. Il contagio certo arriva da Est, ma ormai il virus dell’ultradestra pare avere attecchito, e solidamente, anche a Ovest. La politica dei numeri non lascia molto spazio a traccheggiamenti, il voto non è stato unicamente “locale”, l’affluenza alle urne è arrivata al 58%, significativamente superiore a quella del 2020 (51,9%), a riprova del ritrovato interesse con cui i tedeschi seguono la politica.
Gli elettori del Land più popoloso della Germania non hanno quindi espresso un giudizio del tutto negativo sul governo conservatore-rosso Merz-Klingbeil, nonostante il riaccendersi nel Paese negli ultimi mesi dell’annoso dibattito – a lungo ritenuto “inutile” – sul futuro dello Stato sociale. In apparenza i cristiano-democratici e i socialdemocratici del Nord Reno-Vestfalia hanno ottenuto risultati relativamente stabili rispetto ai risultati dei sondaggi nazionali dei loro partiti.
Tuttavia, il graduale declino dei cosiddetti partiti tradizionali continua. Alle elezioni comunali del 2004 nel Land, Cdu e Spd ottennero insieme circa il 75% dei voti. Oggi, vent’anni dopo, i due grandi partiti ottengono insieme solo il 54%. La Renania settentrionale-Vestfalia non è più una regione che i principali partiti “si spartiscono” come un tempo, ma sono emersi nuovi attori, come si è eufemisticamente espresso il politologo Stefan Marschall dell’Università di Düsseldorf, che, nel suo commento ai risultati, ha sottolineato che la perdita di consensi di Cdu e Spd, rispetto a vent’anni fa, è “drammatica”.
L’AfD ha triplicato i suoi suffragi. Da un lato, si tratta di un evidente successo, ma al tempo stesso dicevano molto le espressioni sui volti dei rappresentanti dell’AfD la sera delle elezioni, quando si sono diffusi i risultati e ci sono stati i primi commenti pubblici: si aspettavano molto di più del 15%, anche perché negli ultimi sondaggi a livello nazionale, l’AfD era data in continua crescita, con consensi più alti. Ha particolarmente impressionato la performance del partito a Gelsenkirchen, cui è stato dato notevole risalto mediatico. Nella città della Ruhr, l’AfD è arrivata al ballottaggio per la carica di sindaco. Un colpo duro per la Spd, che considera la città una sua roccaforte. A Gelsenkirchen, la candidata socialdemocratica, Andrea Henze, dovrà confrontarsi al ballottaggio con il candidato dell’Afd, Norbert Emmerich. Va anche rilevato che, nonostante i progressi innegabili, l’AfD gioca però ancora un ruolo marginale in diverse città. A Münster, ha ottenuto solo il 4,5%, ad Aquisgrana un modesto 7,7% e a Bonn il 6,0%. In molte piccole realtà e comuni della Renania Settentrionale-Vestfalia, l’AfD non ha nemmeno presentato candidati.
I verdi escono completamente ridimensionati, dopo l’exploit che li aveva portati nella tornata elettorale precedente a raggiungere un ragguardevole 20%: ma i loro portavoce si consolano del quasi 12% ottenuto, dicendo che erano convinti che sarebbe andata anche peggio. Curiosa invece la vicenda della Linke e dei suoi fuoriusciti della BSW di Sahra Wagenknecht. Alcuni commentatori hanno espresso considerazioni maligne, rilevando che la scissione paradossalmente ha giovato alla Linke, che ha guadagnato consensi anche in modo notevole. Depurata dei “conservatori di sinistra” della Wagenknecht, la Linke si è presentata con candidati giovani, che hanno riscosso un discreto seguito, mentre la BSW precipitava a un risibile 1,1%, a riprova che inseguire “da sinistra” la destra radicale non paga, come già si era intuito durante le scorse elezioni politiche, che avevano visto il partitino rimanere fuori dal Bundestag.
La stampa tedesca, in generale, esita nel valutare i risultati, viene espressa soddisfazione per la “tenuta” della coalizione di governo, e alcune testate, tra cui la “Süddeutsche Zeitung”, si consolano mestamente rilevando che lo spostamento generale a destra non è un fenomeno puramente tedesco, ma europeo, menzionando gli ultimi successi alle elezioni locali del Reform UK Party di Nigel Farage, altrettanto anti-immigrazione di AfD. Il veleno non sarebbe dunque solo tedesco, se si opera un raffronto internazionale, e, tra le righe, si legge anche la pia speranza che si tratti tutto sommato di un fenomeno passeggero.
Rare sono purtroppo le analisi che cercano di collocare il fenomeno della crescita dell’ultradestra in un determinato contesto storico-economico e sociale, come potevano provare a fare un Alfred Sohn-Rethel o un George Mosse. Rimaniamo in attesa di qualcuno che provi almeno a spiegare alcune ragioni di quanto sta avvenendo. Potrà sembrare retorico, ma solo l’individuazione dei tratti materiali dominanti di un’epoca può consentire di trovare una logica di sviluppo degli eventi, e solo a partire da questi elementi conoscitivi si può orientare un’azione politica, che oggi pare tanto assente quanto indispensabile, dato che la storia ci ha insegnato che quel che non si capisce, si finisce per subirlo.








