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Home » Reportage » Addis Abeba, una capitale in trasformazione

Addis Abeba, una capitale in trasformazione

Ma quello che doveva essere un piano urbanistico attento anche agli aspetti sociali è oggi, nel migliore dei casi, un incompiuto

17 Settembre 2025 Luciano Ardesi  790

La distesa di lamiere ondulate arrugginite galleggia ancora qua e là sotto il cielo di Addis Abeba, ma bisogna andare a scovarle dietro i grattacieli che punteggiano la città. Per rendersene conto, è necessario affacciarsi da uno di questi grattacieli o salire sulla “collina” di Entoto, a 2.900 metri – una collina, perché la città si stende ai suoi piedi a poco più di cinquecento metri verso il basso. Quello che colpisce è lo skyline disegnato da edifici sempre più alti, architettonicamente audaci e vistosi, che dominano il panorama.

Per trovare le baracche che vivono dell’economia informale, bisogna aggirare i colossi o andare oltre le lamiere, rigorosamente verdi, abbellite da motivi ecologici colorati, dietro cui si nascondono le voragini dei cantieri che stanno innalzando i pilastri di cemento armato, il più delle volte dominate da gru con le scritte in caratteri cinesi. Con i vicoli lastricati da pietre squadrate, che hanno finora resistito ai bulldozer che spianano i “corridoi” e aprono le vene della nuova città, le baracche che resistono nascoste rimangono il cuore del piccolo commercio, dell’artigianato, ma non osano più occupare, come un tempo, i marciapiedi delle grandi arterie urbane. Cercano di sopravvivere mimetizzandosi accanto alle nuove costruzioni. Dall’una e dall’altra parte del largo corridoio che sale all’Entoto, il quartiere delle stoffe si mostra con i suoi bassi edifici-vetrine. Appena dietro, si aprono vecchi vicoli e si intravedono nuovi edifici di sette o otto piani.

In una città che soffre ancora delle interruzioni di elettricità – che la contestata (dall’Egitto), grande Diga della rinascita, appena inaugurata sul Nilo Blu, dovrebbe forse risolvere – le scale, con gli ascensori dalle porte sigillate, modellano in verticale la gerarchia delle attività economiche e di chi ci lavora. Al piano rialzato e ai primissimi piani, le boutique del commercio di lusso; salendo troviamo i negozietti artigianali, con l’immancabile macchina da cucire made in China; all’ultimo piano, grandi stanzoni ospitano distese di uomini che lavorano incessantemente tutto il giorno per bassi salari: tagliano e cuciono le stoffe, prima che i vestiti ridiscendano ai piani bassi per essere esposti e venduti.

Qualcuno abita ancora sotto le lamiere nascoste dal vicino palazzo in cemento armato, gli altri sono già stati espulsi dalla città. Gli indennizzi ai proprietari di baracche e terreni sono incerti, data la situazione catastale lacunosa e confusa. L’amministrazione non usa mezze misure. Gli sfratti sono immediati, se necessario con le maniere forti, come denunciato anche da Amnesty International, che, in aprile, ha fatto appello al governo perché interrompa il progetto della nuova urbanizzazione. Date le tensioni tra le diverse comunità etniche a livello nazionale, le espulsioni non disdegnano il criterio etnico. Proteste? La situazione dei diritti umani nel Paese è tale che nessuno osa.

Teoricamente, in periferia sono in costruzione i “condomini”, che dovrebbe accogliere gli sfollati a costo di lunghe traversate della città. Ma oltre al tempo che ci si impiega, è il costo dell’affitto di un appartamento che è proibitivo. Il guadagno di un anno stenta a coprire l’affitto mensile di un appartamento di due stanze per poterci vivere con la famiglia. La scelta è tra allontanarsi sempre più dalla città o prendere le strade che portano verso altre regioni, o per meglio dire Stati, perché l’Etiopia è una repubblica federale.

Addis Abeba è stata completamente ridisegnata, aprendo immensi “corridoi” formati da ampie strade con tre-quattro corsie per ogni senso di marcia, larghi marciapiedi e piste ciclabili per il momento del tutto deserte. I corridoi sono stati aperti spianando tutto sul loro tracciato, ignorando la storia urbanistica della città, espellendo la popolazione delle baracche, distruggendo le loro attività economiche. Sono previste zone verdi, in parte realizzate, con punti di aggregazione attorno a giardini e giochi d’acqua, che si animano nei weekend. I giovani li scelgono come scenografie per i loro selfie o per i servizi fotografici di emergenti fotografi di strada.

Quello che doveva essere un piano urbanistico attento anche agli aspetti sociali è oggi, nel migliore dei casi, un incompiuto. Gli alloggi costruiti sono ancora del tutto insufficienti, ne mancano molte decine di migliaia. Intanto, le comunità si sono smembrate assieme al tessuto economico e urbano tradizionale. Il sistema per aggiudicare gli alloggi e la corruzione che s’insinua a tutti i livelli rendono la fruizione della casa un’illusoria lotteria con pochi vincitori. Certo la situazione igienica e i servizi, quando realizzati per tempo, offrono una condizione nettamente migliore. Le nuove periferie diventano socialmente dei ghetti, perché non poggiano più sulle attività di prossimità.

Da un piano urbanistico all’altro: l’ultimo è stato lanciato a fine agosto dalla sindaca Adanech Abiebie, per promettere l’ennesimo superamento dei limiti e delle contraddizioni dei precedenti; la capitale rimane ancora un immenso cantiere aperto, dove pilastri di cemento armato convivono con i tetti di lamiera ondulata. Ci sono anche immensi scheletri di edifici in costruzione con le reti di protezione lacerate e i parapetti sostenuti, il più delle volte, non da tubi in acciaio ma da pali in legno inchiodati tra loro, con geometrie non perfettamente rettilinee. Sono apparizioni sorprendenti perché non si capisce se sono loro che sostengono la costruzione o viceversa: cantieri abbandonati, imprese che lasciano i lavori perché non pagate o per qualche caso di corruzione.

Nel giro di una decina d’anni, il volto della capitale etiopica si è completamente trasformato. Gli edifici di rappresentanza di società e imprese sia nazionali sia internazionali si innalzano verso il cielo a dare decoro, immagine di benessere e certezze ai nuovi flussi di investimento, anche se le finanze del Paese sono ancora in una situazione di fragilità. Il capitalismo africano, sostenuto dai finanziamenti soprattutto cinesi, e dalle banche, vuole fare di Addis Abeba la sua capitale. Del resto, la città è già la capitale dell’Africa, perché ospita la sede dell’Unione africana. Mira a diventare ora un hub per i collegamenti aerei nel continente e con il resto del mondo.

La Banca africana di sviluppo (Bad) ha appena stanziato cinquecento milioni di dollari per finanziare il progetto del nuovo aeroporto, che sorgerà a Bishoftu, a una quarantina di chilometri a sudest della capitale. Sarà il più grande aeroporto dell’Africa, e dovrebbe veder transitare, alla fine dei lavori, stimati oggi a dieci miliardi di dollari, centodieci milioni di passeggeri all’anno. Servirà anche a rafforzare la posizione dell’Ethiopian Airlines, l’impresa completamente statale che ha già il primato tra le compagnie aeree africane.

Sorvolando la città di notte, si rimane colpiti dalla rete intensa delle arterie illuminate a giorno dai lampioni, dove scorrono i fari delle automobili, o dai fasci di luce proiettati dagli edifici dalle pareti di cristallo. Le macchie buie sono i tetti di lamiera delle baracche, dove molte persone trascorrono forse la loro ultima notte prima che il bulldozer le costringa a una fuga lontano, in un buio ancora più profondo

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TagsAddis Abeba Etiopia Luciano Ardesi urbanistica

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