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Violenza maschile in rete

Iniziare a scardinare le logiche patriarcali sessiste con un esercizio collettivo che parta dagli stessi uomini

9 Settembre 2025 Marianna Gatta  1341

Sorrisi allo specchio, giornate al mare, frame di video in cui si pubblicizzano deodoranti, gambe in jeans o in calze a rete, scatti rubati o selfie con una persona amata: a quanto pare, qualsiasi immagine può essere condivisa senza consenso, strumentalizzata, sessualizzata, derisa dagli uomini. E non da un piccolo gruppo di sociopatici conclamati, ma da individui qualunque: oltre trentamila su un gruppo Facebook e milioni su canali Telegram a sfondo sessuale. Luoghi virtuali che trasudano comportamenti tossici e normalizzano dinamiche violente, dove discriminazione e sessismo proliferano indisturbati.

Sono diventati tristemente noti i casi di “Mia Moglie” su Facebook e di “Phica.net”, saliti alle cronache alla fine di agosto, per la condivisione non consensuale di materiale privato online. Un problema che le donne denunciano da decenni, e che, purtroppo, non ci meraviglia più. Nel 2022, l’inchiesta video Senza consenso, realizzata da Francesca D’Amato, Marco Lopetuso, Chiara Sammito e Filippo Zingone, pubblicata da Irpi Media, era un viaggio nei gruppi Telegram che mostrano materiale intimo pornografico, con tanto di stupri e abusi su minori, e riportava con chiarezza le difficoltà delle donne che denunciano la violenza di genere online. Tra le protagoniste dell’inchiesta, c’era Dalia Aly, giovane fashion designer calabrese, residente a Milano, che raccontava la sua esperienza, quando, minorenne, aveva scoperto un suo video intimo diffuso in un gruppo con migliaia di iscritti. Aveva denunciato, nonostante all’epoca non esistesse ancora la legge n. 69 del 2019, detta Codice Rosso, che, all’articolo 10, regola il reato di condivisione non consensuale di materiale intimo online, impropriamente chiamato revenge porn.

È questa la legge a cui si sono appellate molte donne per denunciare “Mia Moglie” e “Phica.net”. Due episodi che ci parlano della stessa violenza digitale, ma con sviluppi differenti. Nel primo caso, si trattava di un gruppo chiuso su Facebook, spazio regolato da un’azienda privata – Meta – che stabilisce regole di condotta interne. Dopo migliaia di segnalazioni, la piattaforma ha eliminato la pagina per violazione delle linee guida. Diversa la vicenda di “Phica.net”, sito indipendente e attivo per quasi vent’anni, su cui venivano pubblicate immagini di donne comuni e di volti pubblici, spesso decontestualizzate o “spogliate” dall’intelligenza artificiale. A chi chiedeva la rimozione delle proprie foto venivano estorti soldi: veri e propri ricatti, probabilmente architettati dal presunto gestore, il 45enne Vittorio Vitiello, detto BossMiao o Phicamaster. Nonostante le segnalazioni multiple, negli anni il sito è riuscito a sopravvivere. Con server collocati all’estero, è infatti legato alla legislazione del Paese ospitante. Perciò, anche con la polizia postale alle calcagna, ha potuto rimanere online cambiando di dominio, da “.net” a “.eu”, reindirizzando gli utenti in automatico. Nel tentativo di giustificarsi, i gestori di “Phica.net” – che però già dalla scelta del nome hanno poco margine per gridare al malinteso – hanno scaricato la responsabilità su alcune mele marce, sostenendo di avere attuato rigidamente procedure di espulsione per chi inviava materiale ritenuto scorretto. Eppure, come dimostrato già nel 2021, da un’inchiesta di “Scomodo”, la “tolleranza zero” millantata dagli amministratori non è mai esistita. Le segnalazioni non portavano a rimozioni. Anzi, erano sfruttate come ulteriori occasioni di guadagno. Sei stato eliminato per comportamenti illegali? Paga e sarai riammesso. Su Patreon, piattaforma che normalmente serve ai creator per ricevere supporto economico, “Phica.net” aveva attivato un sistema di “gogna pubblica”: un elenco di utenti esclusi per comportamenti illeciti, che potevano essere riammessi pagando una quota mensile. Dai quindici ai centocinquanta euro, magari per avere condiviso materiale con minorenni. Con tanto di post ironici che paragonavano la tassa alla carta “Esci gratis di prigione” del gioco del Monopoli.

Nelle ultime settimane, il dibattito intorno a questi gruppi online è cresciuto e c’è chi ha puntato il dito contro l’anonimato: falsi profili e vpn proteggono gli utenti. Eppure, le piattaforme come Telegram o Signal sono fondamentali in situazioni di pericolo e controllo, per esempio per comunicare sotto regimi politici repressivi e, ormai purtroppo, anche per organizzare attività di contestazione che rientrano in una semplice concezione democratica. Proprio di recente, nel Regno Unito, attivisti per la Palestina sono stati arrestati per avere partecipato a chat online di coordinamento di una manifestazione, come ha denunciato anche la scrittrice Sally Rooney. L’anonimato, insomma, è spesso strumento di libertà.

Il punto è un altro. Come mostrano le immagini pubblicate sia su “Mia Moglie” sia su “Phica.net”, non sempre i materiali condivisi sono di natura sessuale, spesso sono momenti quotidiani estrapolati e sessualizzati dagli uomini. Non si tratta di postare immagini online, ma solo di esistere, di camminare in strada, sia di giorno sia di notte. Solo pochi mesi fa, Flavia Restivo, politologa e fondatrice di Italy Needs Sex Education (Inse), ha denunciato un vigile urbano che faceva catcalling, ossia apprezzamenti volgari in strada. Non solo, anche Vinted, un’applicazione per vendere i vestiti, è recentemente diventata oggetto di molestie. Inserendo un costume intero a fiori in vendita sul mio profilo, in un solo giorno sono stata inondata di messaggi inappropriati di uomini. Scoprendo, poi, che era una pratica comune: su Instagram ci sono centinaia di screenshot di donne che lamentano queste pratiche su una piattaforma dedicata – ripeto – alla vendita di scarpe e vestiti usati.

Non è Internet che crea mostri, né l’anonimato: il problema è culturale ed è un’altra espressione del patriarcato. È quello che raccontava, nel 1978, il documentario L’amore in Italia di Luigi Comencini, sulla falsariga di Comizi d’amore di Pasolini: coppie e famiglie, a dieci anni dal Sessantotto, rivelavano la sofferenza silenziosa di donne rassegnate in matrimoni patriarcali, segnati da controllo, figli imposti e sottomissione. Oggi, nonostante conquiste sociali e legali, quella mentalità dell’uomo, che mischia il desiderio sessuale alla sopraffazione, sopravvive. E anzi, è indignato per la perdita di terreno, arrivando a odiare sia chi si rende disponibile sia chi non lo è.

Parliamo di un problema internazionale. Per esempio, in Corea del Sud, è esploso lo scandalo delle molka, le microcamere nascoste in bagni, metropolitane e uffici, che riprendevano donne ignare e alimentavano siti come “Soranet”. A livello globale, secondo una ricerca del 2022 dell’Institute for Strategic Dialogue, i contenuti sessuali non consensuali sono tra i crimini digitali più diffusi, con conseguenze che vanno da ansia e depressione fino al suicidio. Carla Lonzi, nel 1970, diceva: “Non siamo nate per essere oggetto di cultura maschile”. Cinquant’anni dopo, ci ritroviamo ancora con forum pieni di uomini convinti che una foto su Instagram sia merce pubblica.

Ovviamente bisogna fare delle distinzioni. Non stiamo parlando di fantasie sessuali o pornografia, che pure è segnata da dinamiche patriarcali. Le denunce di attrici come Malena contro l’industria mainstream, che non hanno risparmiato il celebre Rocco Siffredi, hanno dimostrato i comportamenti violenti anche dietro il set, ben raccontati dal film Pleasure di Ninja Thyberg. Ma il porno resta un prodotto culturale riconoscibile, con regole e linguaggi propri, in alcuni casi finanche artistici, femministi o anticonformisti, come nel caso della regista Erika Lust.

Ciò che accade in spazi online come questi di cui stiamo parlando è diverso: è violenza pura, priva di ogni consenso. Sono lo specchio fedele di un’Italia ancora strutturalmente sessista, in cui la violenza non è marginalità degradata ma attraversa la politica, il lavoro, la famiglia, fino ai più comuni spazi digitali. Gli uomini, di fronte a queste notizie, tendono a minimizzare o a chiamarle “goliardate”; ma una “goliardata” è un gavettone a scuola, non la distruzione pubblica dell’intimità di una persona. E se per gli uomini goliardia è sinonimo di violenza, che lo sia tra loro.

Come riguardo a molti altri argomenti politici e sociali, ultimamente sembra di vivere dei contesti completamente contrari, lontani anni luce l’uno dall’altro. Da una parte, si parla di coppie aperte, di poliamore, di fluidità, di diritti di lesbiche, trans e gay, si approfondiscono i temi del consenso, del rispetto. Dall’altra, si mantiene un ordine stabilito di facciata, magari – perché no? – anche promuovendo quei famosi antichi valori (ossia dominio maschile e schiavitù coniugale), mentre la loro sfera sessuale implica: una compagna, un’amante nascosta sotto il cuscino, qualche scappata notturna in zone buie attraversate da sex workers transessuali e, soprattutto, un telefono pieno di gruppi di calcetto in cui i corpi delle donne sono ridotti a merce di scambio.

Invece di viaggiare su binari paralleli che mai convergeranno, di polarizzare il dibattito e trovarci con persone che odiano sempre di più, bisognerebbe trovare un terreno d’incontro tra questi mondi, sviluppando una coscienza intima del consenso. Soprattutto, in una fase in cui la guerra e la violenza imperversano e l’individualismo regna incontrastato, l’esercizio dovrebbe essere collettivo, e dovrebbe essere prima di tutto di empatia: mettersi nei panni dell’altra, in questo caso di una donna, cinque minuti al giorno. Comprenderle, pensare di stare dentro i loro corpi sessualizzati e odiati nel desiderio. Bisogna riconoscere che la violenza di genere, di ogni sorta, non è mai stata un problema delle donne: è un problema di mascolinità tossica, e tocca agli uomini – giorno dopo giorno, dal basso – iniziare a scardinarne le logiche.

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