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Gaza, prosegue il massacro

Ci sarebbero quattrocento centri dell’Onu per il rifornimento della popolazione, ma non possono funzionare. Il piano che favorisce le agenzie private rientra nel programma di pulizia etnica

27 Maggio 2025 Eliana Riva  1160

Prosegue sanguinoso e spietato l’attacco israeliano alla popolazione sfollata e affamata di Gaza. Nuove stragi e altri ordini di evacuazione, mentre i pochissimi aiuti umanitari ammessi da Israele non incidono sulla carestia. Tra la fine e l’inizio della settimana, orribili bombardamenti a case private e rifugi per sfollati hanno mostrato, ancora una volta, il volto dell’orrore. “Combattenti di Hamas” – così li chiama Israele, anche quando ammazza in una volta sola nove fratellini tra i dodici anni e i sei mesi, figli della dottoressa Alaa al-Najjar e del dottor Hamdi al-Najjar, suo marito. Solo il piccolo Adam, di undici, è sopravvissuto. Oppure “centri militari di Hamas” – come la scuola-rifugio che ospitava gli sfollati a Gaza City. Bombardamento nella notte, quando tutti dormivano, poi l’incendio che ha carbonizzato i corpi di adulti e bambini. Li hanno tirati via i soccorritori, arrivati a combattere le fiamme senza i mezzi necessari, con la forza della disperazione. Qualcuno ha ripreso una bambina che tentava di sfuggire al fuoco. Si vede solo l’ombra, come muove le braccia e prova a scappare. Scene strazianti che non bastano a cambiare l’impostazione dei comunicati dell’esercito di Tel Aviv, nei quali non si legge né rimorso né rammarico.

Anche se la scorsa settimana i toni degli alleati occidentali di Israele sono diventati più critici e aspri, finora non si sono visti provvedimenti concreti. Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha dichiarato che il sangue dei civili di Gaza non può più essere spiegato con gli obiettivi militari dichiarati da Israele. “Danneggiare la popolazione civile in tal misura – ha detto Merz – come è capitato sempre più spesso negli ultimi giorni, non può più essere giustificato come una lotta contro il terrorismo di Hamas”. Ma solo in febbraio il cancelliere aveva dichiarato che la Germania avrebbe accolto il premier israeliano Netanyahu, nonostante il mandato d’arresto della Corte penale internazionale che obbligherebbe Berlino ad arrestarlo.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, nonostante Trump non abbia fatto tappa in Israele durante la sua passeggiata miliardaria nel Golfo, senatori e membri del governo stanno facendo la spola per portare solidarietà e sostegno. Soprattutto dopo il duplice omicidio all’ambasciata americana a Washington. La segretaria alla Sicurezza interna degli Stati Uniti, Kristi Noem, è giunta a Gerusalemme e, insieme alla moglie dell’ambasciatore in Israele, Janet Huckabee, si è recata al Muro del pianto.

La visita è arrivata in un momento per nulla casuale. Il 26 maggio, Israele celebra il “giorno di Gerusalemme”, per rivendicare l’occupazione della città avvenuta nel 1967. L’occasione è sempre gradita alla destra più estrema per scagliarsi contro la popolazione araba. Una lunga sfilata, denominata “marcia delle bandiere”, mette insieme migliaia di coloni ed estremisti di ogni sorta, che – con cittadini israeliani qualunque – occupano la parte araba della città intonando slogan anti-arabi. Come ogni anno, ma forse questa volta più che in passato, i negozi palestinesi sono stati attaccati, migliaia di poliziotti sono stati schierati a difesa dei manifestanti israeliani, e la popolazione araba non ha avuto altra scelta che rimanere chiusa nelle proprie abitazioni.

Il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, ha guidato una delle sue numerose spedizioni sulla Spianata delle moschee, luogo sacro per l’Islam, dove il leader nazionalista vorrebbe ricostruire il biblico “terzo tempio”, distruggendo i luoghi di culto musulmani. A Gerusalemme est, la sede dell’Unrwa, l’agenzia dell’Onu che si occupa dei profughi palestinesi, è stata presa d’assalto, anche se gli edifici sono ormai svuotati dei funzionari internazionali, dopo che un provvedimento di Tel Aviv li ha banditi.

Intanto, il meccanismo che Israele ha progettato per estromettere da Gaza le Nazioni Unite e le organizzazioni internazionali, sta cadendo a pezzi dinanzi al mondo intero. Lunedì 26 maggio, il Ceo della Ghf – la fondazione americana che dovrebbe gestire, insieme a società private israelo-americane, la distribuzione degli aiuti a Gaza – ha rassegnato le dimissioni. Jake Wood, ex marine, fondatore di una miliardaria associazione non profit di ex veterani, finanziata da gruppi del calibro di Goldman Sachs e JPMorgan, pochi giorni fa aveva dichiarato che l’Onu avrebbe dovuto mettere da parte le sue obiezioni sulla moralità e la fattibilità del progetto, per unirsi a esso.

I legami tra la fondazione, che avrebbe ricevuto già cento milioni di dollari da anonimi donatori, e le società di sicurezza che avrebbero un ruolo fondamentale a Gaza, sono stati ormai svelati. Così come i legami con Israele. Secondo un’inchiesta del quotidiano israeliano “Haaretz”, il ministero della Difesa e l’esercito sarebbero stati esclusi dal processo di selezione delle società coinvolte. Cosa che avrebbe totalmente gestito il maggiore generale Roman Gofman, segretario militare del premier Netanyahu. Il consiglio di amministrazione della fondazione ha fatto sapere che, nonostante le dimissioni di Wood, continuerà il suo lavoro, e che avrebbe cominciato immediatamente la distribuzione degli aiuti. Poche ore dopo, è stato comunicato che per problemi logistici il meccanismo comincerà con qualche giorno di ritardo.

È probabile che la rottura con Wood sia avvenuta su un punto specifico. Tra i dubbi mossi dalle organizzazioni umanitarie, ci sono quelli relativi alla quantità e alla dislocazione dei centri di distribuzione. L’esercito israeliano dovrebbe avere preparato quattro, forse cinque strutture tra il centro e il sud di Gaza. Nulla al nord. È facile leggere questa decisione come un tassello ulteriore nel piano israeliano di sfollamento della popolazione palestinese e di svuotamento dell’intero nord di Gaza. Il centro dislocato nei pressi dell’asse Netzarim, infatti, servirebbe a richiamare la popolazione affamata del nord per poi impedirle di tornare indietro. Wood dichiarò una settimana fa, in un’intervista alla Cnn, che la fondazione non avrebbe partecipato ai piani di sfollamento, e che avrebbe chiesto a Tel Aviv di prevedere centri anche nel nord. Al momento, non pare siano in costruzione.

Mentre a Gaza si muore di fame e centinaia di camion carichi vengono lasciati a marcire in Egitto, Israele preferisce giocare con i suoi alleati d’oltreoceano su piani in via di sviluppo. Le Nazioni Unite gestiscono quattrocento centri per la distribuzione del cibo a Gaza, che sarebbero immediatamente utilizzabili una volta entrati gli aiuti. Come detto, la fondazione disporrebbe di cinque centri al massimo, per rifornire due milioni di persone. Questo il programma: selezionato il capofamiglia, gli si comunica la data e il luogo del ritiro. Una volta giunto sul posto, verosimilmente a piedi a causa dello stato delle strade e la carenza di carburante, gli verrà consegnato un carico di circa 20-25 chili. Con il pacco dovrà ripercorrere da solo, in mezzo a persone affamate e morenti, la strada a ritroso, fino a giungere alla propria tenda in una delle tre riserve realizzate tra Gaza City e al-Mawasi. Tutto questo una volta alla settimana, ma solo fino a quando, secondo le dichiarazioni di Netanyahu, non si riuscirà a mandare via tutta la popolazione per colonizzare l’intera Gaza.

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