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La caduta di Damasco

9 Dicembre 2024 Rino Genovese  2414

La fine del regime di Assad, e del suo clan sciita alauita, non è di per sé una cattiva notizia. Ma tutto sta a sapere che cosa ne verrà fuori, perché già in passato abbiamo potuto rilevare come in quella porzione di mondo la fine di brutali dittature (il caso più eclatante è stato quello di Gheddafi in Libia, ma c’era stato anche Saddam Hussein in Iraq) non è che abbia aperto un futuro radioso ai loro Paesi. Nel caso in questione, però, non si vede la mano occidentale diretta (a parte la guerra israeliana contro il cosiddetto “asse del male”, che di certo ha contribuito a distogliere l’Iran e gli Hezbollah dallo scenario siriano); si può dire che hanno fatto tutto loro, dove “loro” sta per le milizie islamiste appoggiate dalla Turchia. In pochi giorni, hanno dato nuova linfa alla guerra civile siriana – un pezzo della guerra civile internazionale tra sunniti e sciiti, che dura da anni –, e mostrato al mondo, entrando in una Damasco da cui Assad e i suoi erano fuggiti, che quel regime era ormai di cartapesta, con un esercito allo sbando.

Ora si ragiona su un ridisegno dell’intera regione. Ma prima bisognerà capire che cosa accadrà a Damasco. Idlib, città roccaforte dell’Organizzazione per la liberazione del Levante e del suo capo al-Jawlani – un jihadista proveniente da al-Qaida –, è stata governata, negli ultimi anni, con un atteggiamento relativamente liberale (vi è permessa perfino la musica, bontà loro!); si tratta però di un piccolo centro quasi integralmente sunnita. Damasco è una grande città multireligiosa e multietnica, e non è detto che i “liberatori” vi si comporteranno proprio da liberatori, sebbene abbiano cominciato svuotando le carceri di tutti i detenuti politici. Quello che sembra abbastanza sicuro è che essi non nutrono intenzioni aggressive nei confronti dei vicini – a cominciare dal Libano, che resta, anche dopo le recenti distruzioni, il cuore dei loro nemici Hezbollah.

Le cose sembrerebbero essersi messe male per la Russia, storica alleata di Assad, che in Siria ha due basi, utilizzate tra l’altro come retrovia logistica per intervenire in Africa (ricordiamo che c’è una presenza russa soprattutto nel Sahel: vedi qui). Ma, secondo l’agenzia Tass, il Cremlino avrebbe avuto assicurazioni che le basi resteranno in Siria. Putin, insomma, potrebbe trattare con i jihadisti perché preso dalla sua offensiva in Ucraina propedeutica a un possibile cessate il fuoco e all’apertura di un negoziato a cui intende presentarsi con un massimo di territorio conquistato. Non va dimenticato che, a furia di guerre, si determina una stanchezza nella popolazione, e che bisogna far fronte alla vera e propria penuria di uomini decimati dalle operazioni belliche, benché sia anche vero che le spese militari contribuiscono a tenere su un’economia provata dalle sanzioni internazionali.

Queste le incognite del momento, mentre si attende che il potere islamista si consolidi a Damasco. Quello che sappiamo per certo, noi di “terzogiornale”, è che tutto quanto sta accadendo va nel senso di una conferma della validità dello slogan di fondo a cui facciamo riferimento: “socialismo o barbarie”. Per quanto sia inevitabile ammettere che, ancora per una lunga fase, gli islamismi radicali, non meno che le potenze capitalistiche occidentali o antioccidentali che siano, e le loro convergenti tendenze belliciste, la faranno da padrone in quella parte di mondo – finendo col negare sia ai palestinesi sia ai curdi il sacrosanto riconoscimento di un’entità statale indipendente –, tuttavia non si deve cessare di ripetere che solo con la ripresa di un’utopia socialista su basi di massa ci si potrebbe sottrarre al caos della guerra perpetua.

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Tagscaduta di Damasco jihadisti Rino Genovese Russia Siria

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