Non ci vuole il mago Merlino per indovinare come andrà a finire: se il centrosinistra si divide in tre e il centrodestra è uno e procede compatto, finisce che Roberto Occhiuto, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, diventa presidente della Giunta regionale della Calabria. Sarà la prima volta che uno schieramento si riconferma alla guida della Calabria; in passato la coalizione uscente è sempre stata battuta da quella all’opposizione, “certificando”, a ogni scadenza, una curiosa ma assai significativa alternanza in salsa calabrese.

Il regalo inatteso, e sicuramente gradito, è stato confezionato da un centrosinistra litigioso, diviso, lacerato, incapace di trovare una sintesi unitaria, nonostante fosse chiaro fin dal principio come il riproporre lo schema del gennaio 2020, con Pippo Callipo candidato presidente, avrebbe favorito l’erede della compianta presidente Santelli.

A nulla sono serviti gli appelli unitari, senza esito fino alla fine dell’estate, e lentamente – ma inesorabilmente – la china ha preso il verso più drammaticamente negativo. La campagna elettorale in corso evidenzia, purtroppo, la contrapposizione irriducibile e francamente stonata nel campo del centrosinistra; mentre quella del centrodestra è sostanzialmente silente, sottotraccia, affidata alla fortissima capacità di penetrazione delle liste, con un candidato presidente presente in poche ma essenziali iniziative, a testimonianza, ove mai ce ne fosse bisogno, che il centrodestra sente la vittoria in tasca e che i tour dei loro leader, da Salvini a Meloni, Tajani, Brugnaro, Lupi e Quagliariello, sono solo un elemento di contorno e quasi coreografico.

Il Pd si è affidato ai suoi leader, da Letta a Zingaretti, cercando di “rianimare”, senza grandi risultati, come testimonia la scarsa affluenza di cittadini e militanti alla festa regionale dell’Unità tenutasi nel quartiere marinaro della città di Catanzaro; anzi, la percezione è che i big locali dei democratici siano troppo impegnati, con le solite risse interne, nella disperata ricerca di voti per i candidati che “sponsorizzano”.

Soltanto la presenza di Giuseppe Conte ha concesso un “guizzo”, non soltanto alle forze della coalizione e alla stessa Amalia Bruni, ma anche, e soprattutto, alla depressa base grillina già fortemente indebolita da fughe cospicue nel campo di De Magistris, con ripetuti pienoni nelle piazze calabresi che, nel campo esangue del centrosinistra, si spera che si trasferiscano nelle urne.

Certo è che dal 5 ottobre nulla potrà essere più come prima. La lacerazione dovrà avere dei responsabili e la sconfitta dovrà avere dei padri che, stavolta, non potranno nascondersi con il solito, patetico rimpallo di responsabilità.

Il Pd, in primis, e i suoi sciagurati proconsoli – da Stefano Graziano, commissario “di corrente” del Pd della Calabria, allo stesso improvvisato e inadeguato Francesco Boccia, responsabile nazionale degli Enti locali – dovranno rispondere della sconfitta. E saranno loro a spiegare ai calabresi, alla sinistra, perché non si è voluta l’unità della coalizione, il perché della scelta sciagurata della signora Ventura, il perché non sia stata accolta la prestigiosa candidatura del professor Enzo Ciconte che costituiva un valore aggiunto a una coalizione che avrebbe avuto un leader vero, visibile sul piano nazionale, con una biografia inattaccabile e unificante, in grado di riunire tutto il campo della sinistra calabrese, con una forte capacità di penetrazione anche nel campo del cattolicesimo sociale. Lo stesso De Magistris, sfrontatamente narcisista al punto da non considerare altri se non se stesso come candidato presidente, dovrà rispondere di questa ostinata chiusura egoista, votata, anch’essa, al suicidio annunciato.

Ho “urlato”, inascoltata, da gennaio 2020, che occorreva una generosa offerta politica, unitaria, plurale, inclusiva, capace di mobilitare le nuove generazioni che, questa estate, hanno affollato le conferenze dello stesso Ciconte che ha presentato, in ogni angolo della Calabria, la sua ultima fatica editoriale.

Lo stesso Mario Oliverio, ex presidente della Regione Calabria, non avrebbe più potuto avere alcuna motivazione per rimanere sulle sue posizioni dinanzi a una candidatura tanto prestigiosa quanto unitaria; ma i proconsoli romani del Pd non hanno trovato di meglio, con il solito inconcludente Boccia, che fargli una semplice telefonata dopo più di un anno di silenzio, e nonostante la piena assoluzione nell’inchiesta “lande desolate”.

Una coalizione che divora se stessa, per ben due volte in poco più di un anno, non potrà mai essere la “spiegazione” della Calabria che verrà. Dovremo spazzare via, con la sconfitta, un ceto dirigente, a cominciare da quello colpevole e omissivo del Pd, autoreferenziale e rapace, incapace di guardare alle sfide drammatiche che incombono, dedito al trasformismo permanente dentro e fuori le istituzioni, all’inciucio con l’avversario di sempre; così come dovrà essere l’intera sinistra, in ogni sua articolazione, a interrogarsi sui limiti e sulle contraddizioni della sua presenza, che non riesce ad andare oltre la sterile e inconcludente denuncia, al di là di analisi incapaci di calarsi nella realtà effettiva del tessuto democratico della nostra martoriata regione.

Ci aspetta una non facile traversata del deserto, con l’aggravante che altre scelte e prove, locali e nazionali, incombono e che, questa volta, non ci sarà un’ulteriore prova d’appello.