L’adottammo, l’Albania. Trent’anni fa. E non sempre è stato un rapporto felice in tutti questi anni. Non sono state solo ragioni “umanitarie” e di “ordine pubblico” a spingerci a farlo. Nel 1991, quando un pezzo di Albania si trasferì sulle coste pugliesi, scoprimmo un popolo che usciva da una dittatura ed era alla fame.

L’ultimo, anzi il primo Stato musulmano in Europa, fino agli anni Ottanta, era stato la Turchia, con i suoi novanta milioni di abitanti. Non che facesse parte dell’Unione europea, come ancora oggi non ne fa parte l’Albania. Ma la Turchia l’avevamo fatta accomodare al tavolo dei potenti dell’Occidente che fanno parte dell’alleanza militare atlantica, la Nato. E anche verso la Turchia l’Italia ha messo in campo una politica di partenariato commerciale. L’usura del tempo imporrebbe di rivedere ed elaborare nuove strategie nei confronti della Turchia di Erdogan, che in questi ultimi anni si è caratterizzata per un protagonismo non sempre convergente con i nostri interessi (interessi europei) sia in politica estera sia interna (vedi la questione del popolo curdo).

Naturalmente, per numeri, Albania e Kosovo rappresentano forse il 5% della popolazione turca, ma averli attratti nella sfera di interessi europei ha rappresentato una lungimirante decisione di politica estera. Dal 24 aprile del 2009 l’Albania ha fatto richiesta di adesione all’Unione. E il 24 marzo 2020 i ministri degli Affari europei hanno dato il loro assenso politico all’apertura dei negoziati con l’Albania e la Repubblica della Macedonia del nord. L’Italia, da sempre, è stata sostenitrice dell’apertura dei negoziati per portare l’Albania nell’Unione europea. E oggi stiamo lavorando perché i negoziati partano concretamente entro quest’anno.

Nei tumultuosi anni Novanta, al tempo dei governi di Sali Berisha, come funghi sono spuntate le moschee in Albania. La nostra intelligence ha sempre controllato la filiera di organizzazioni radicali islamiste che hanno alimentato i conflitti etnici e religiosi dai tempi della Bosnia.

Gli albanesi sono stati profughi e migranti. Uscivano da una dittatura e chiedevano di essere aiutati a costruire una moderna democrazia. Ma avevano fame e, almeno per un decennio, hanno fatto la spola tra il loro Paese e l’Italia, la Germania, la Grecia. Lavoravano e con le loro rimesse aiutavano a far crescere il prodotto interno lordo. Il sindaco di Tirana, Erion Veliaj, partecipando a Bari l’8 agosto scorso alle iniziative per il trentennale dell’arrivo della nave Vlora con oltre ventimila albanesi, ha raccontato di una piazza Skanderbeg, a Tirana, gremita in occasione della finale degli europei. “Tutti tifavano per l’Italia e nell’intervallo, dalla consolle del palco, hanno fatto partire ‘Bella ciao’. È stata una serata bellissima”.

Potremmo dire che sono gli italiani ad avere “occupato” il Paese delle aquile. Sessantamila studenti albanesi studiano l’italiano come prima o seconda lingua. E lo studio della nostra lingua sarà esteso anche agli istituti professionali, perché le quasi tremila aziende italiane radicate in Albania cercano personale che parli l’italiano. L’Italia è il primo partner commerciale dell’Albania con il 31,5% del totale dell’interscambio (oltre due miliardi di euro nel 2020). Siamo il principale Paese fornitore dell’Albania (1,1 miliardi di euro) seguito da Turchia, Grecia, Cina e Germania. I principali prodotti importati dall’Italia sono manifatture tessili e calzaturiere, macchinari, attrezzature e pezzi di ricambi. E prodotti alimentari, bevande e tabacco.

Le imprese italiane rappresentano oltre la metà di tutte le imprese straniere attive in Albania. I gruppi industriali medio-grandi sono attivi nel campo dell’energia, del cemento, dell’agroalimentare e bancario. Intesa San Paolo è la terza banca dell’Albania. Il nostro ambasciatore a Tirana, Fabrizio Bucci, sintetizza: “L’Italia è stato il primo donatore bilaterale nell’arco degli ultimi venti anni. È il principale partner commerciale, è un importante investitore e ospita la più fiorente comunità albanese all’estero”.

Rapporti stretti nel campo della istruzione e della cultura. Ma anche in tema di giustizia. L’anno scorso sono stati arrestati in Albania sessantotto latitanti ricercati dall’autorità giudiziaria italiana. E sono state sequestrate trentacinque imbarcazioni “sospette”. Le forze di polizia italiane insieme con quelle albanesi svolgono continue attività di prevenzione. Su nostra segnalazione sono state distrutte l’anno scorso 58.423 piante di cannabis. E comincia a funzionare la stretta collaborazione tra la superprocura anticorruzione albanese e la nostra superprocura nazionale antimafia.

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